LETTURE

CLASSICI E NONLUOGHI 2: LA COENA CYPRIANI DI AMAZON
CLASSICI E NONLUOGHI 1: L'OMBRA DI WIELAND ALL'IKEA
TESSERE LA PAROLA: DUE NUOVI LIBRI DI FAUSTA SQUATRITI
ZURBARÁN A FERRARA, QUEVEDO IN SOGNO
IL PRINCIPE E IL CUOCO UN LIBRO E UNA RICETTA DEL XV SECOLO
NON SOLO MACHIAVELLI E GUICCIARDINI: LE MEMORIE DI PHILIPPE DE COMMYNES
APHRA BEHN & JOHNNY DEPP
UN LIBRO RUBATO: 22 ANNI DI CARCERE CON LA FIGLIA DEL RE (LEONORA ULFELDT)
LUCREZIA BORGIA, PIETRO BEMBO: “LA GRANDE FIAMMA”
UN POEMA ELETTRICO DEL SETTECENTO: ANTONIO CONTI E ALESSANDRO VOLTA
IL SOFISTA E LA COLONNA TRAIANA: DIONE CRISOSTOMO
QUANDO IL GUSTO INCONTRA LA CULTURA




CLASSICI E NONLUOGHI 2: LA COENA CYPRIANI DI AMAZON

Commento musicale Resurrexi (Roma, VIII sec.), Ensemble Organum

"Giovanni (porta) il miele,
Abramo il latte; Sara fa la pasta,
Gesù prepara i dolci, tutto serve Paolo"


Amazon sta alla Coena Cypriani come il sole a Plutone e io, sulla Terra, ricevo il pacco di un libro che bramo in traduzione da trent'anni.
Sulla copertina c'è perfino un po' di polvere: vuol dire che è vivo. Sia della Fascia di Kuiper o di un deposito meno virtuale del previsto, la conservo come sabbia di una spiaggia esotica.
Ma il lido dove approdare è quello di Ostia (anche in senso religioso) perché il contesto di questo prezioso libricino è la Roma dei papi del IX secolo.





CLASSICI E NONLUOGHI 1: L'OMBRA DI WIELAND ALL'IKEA


Commento musicale Eliane Radigue, L'ile re-sonante

L’ombra di Wieland è sempre con me quando vado all’IKEA.
Mi piace rovistare le librerie degli arredi in vendita, quando ci sono libri veri. E questo è un signor libro: “Storia degli Abderiti”, romanzo di Cristoph Martin Wieland (1733-1813). Un classico della letteratura tedesca dei Lumi, che nel Novecento ha ispirato anche un radiodramma del mio amato Dürrenmatt.
Qui “naturalmente” (sempre in senso illuminista) nella versione svedese, ma che ricordo nella mitica traduzione UTET.


Trama: l’assurdo processo per un’ombra ambientato nell’antica città-stato di Abdera, patria di emeriti testoni e della loro perfetta antitesi, il sapiente Democrito.
Contenuto: una satira pacata, all’ombra del grande filosofo, sulla “nuova Grecia”, la Germania di Kant e Lessing in dialettica tumultuosa verso Hegel. Laocoonte cerca di liberarsi dalle spire del drago. Temperie romantica in arrivo.

Antoine Coypel (1661-1722), Democritus

Mi piacerebbe sapere chi fa queste scelte. L’ultima volta ho scovato perfino i “Cento anni di socialismo” di Donald Sassoon (in Italia pubblicato da Editori Riuniti). Doveroso omaggio all’epopea della socialdemocrazia svedese? Signora scelta anche questa.

www.archeobologna.beniculturali.it

Cammino senza ricordare perché sono venuto ma con l’impressione di avere a fianco Gustavo VI Adolfo di Svezia (1882-1973), il re archeologo che amava l’Italia. E come Wieland spunta dalla libreria Billy, un vaso in stile attico emerge dagli scavi in Etruria.


C’è coda alla cassa anche se è agosto e le nostre scelte saranno oggetto di vaglio per gli archeologi del futuro: “Erano edifici enormi di colore blu con una grande scritta gialla, diffusi un po’ dovunque secondo lo stesso schema, come le terme romane”.




TESSERE LA PAROLA: DUE NUOVI LIBRI DI FAUSTA SQUATRITI



Fausta Squatriti ritratta da Man Ray nel 1974
Man RayFausta Squatriti, 1974
(Corriere della Sera)

Aspettare – salpare – salvarsi – annegare –
Frugare – ricevere – raccogliere.
Riscrivere la  storia si deve.

Fausta Squatriti, Vietato entrare, XXVII


Una protagonista dell’arte contemporanea che ha il dono di rimettersi continuamente in gioco. Seguire sentieri mai interrotti, aprire nuovi squarci, tessere connessioni fra poetiche diverse. Spirito concreto e visionario, Fausta Squatriti lascia sempre un segno inconfondibile non solo in quanto si è soliti definire “arte”, ma anche in un ambito letterario (altra convenzione) dove poesia e prosa sono in costante osmosi (bene: è anticonvenzionale). La compartimentazione stagna delle culture la lasciamo ad altri.

“Zachor – In Memoria” Ricordare per essere liberi
Installazione di Fausta Squatriti realizzata per il Giorno della Memoria
Ex Sinagoga di Monte San Savino (da poesia.lavitafelice.it)

Bio e bibliografia sono ricchissime: artista visiva, scrittrice, docente alle Accademie di Belle Arti di Carrara, Venezia, Milano e Mons, visiting professor all'Università di Honolulu, editrice, curatrice della sezione Arte e scienza: colore alla Biennale di Venezia del 1985 (anno in cui vince il Premio Montale per l’inedito)… Per non essere riduttivi rimando al suo ottimo sito: http://www.faustasquatriti.com/.
Due libri freschi di stampa, La Cana (Puntoacapo Editrice) Pollice verso. Storia di un arazzo (Nardini Editore), inusuali nel panorama letterario attuale, cosa che non può che piacermi, e che stanno l’uno all’altro come inferno (o purgatorio) e paradiso, limbo (antipurgatorio) e cielo della luna. Per questo vanno letti insieme.

 

Voglio iniziare dal finale di Pollice Verso, così franco e limpido che mi ha commosso:
“Ci volgiamo indietro per ragioni di studio, per capire, anche attraverso le fragilità, quello che è accaduto prima di noi. In assenza di una nuova avanguardia, oggi finisce per piacerci anche quanto era inguardabile fino a qualche decennio fa, così com’è accaduto per molti oggetti ottocenteschi divenuti popolari dalla rivalutazione del loro kitsch di cui nessuno, fino alla metà degli anni Sessanta, avrebbe mai voluto occuparsi. L’eccesso di artisticità permea di malinconia il semi-brutto che ci offre, più docilmente del bello, indizi narrativi che lasciano spazio allo spirito conservatore che non muore mai”.

Fausta Squatriti, Palermo Window (da Beata solitudo sola beatitudo, 2002-2005)

Poi l’inizio de La Cana, intrico e squarcio, luogo fisico e dell’anima di un protagonista sgradevole, da cui non riuscirà né vorrà in fondo uscire:
“La villetta collocata nel piano liscio come una chiazza di petrolio, ai margini del bosco, sia con il suo volume sia con il bianco dell’intonaco, ferisce la spianata di terra bruna che è ragionevole supporre come un futuro delizioso praticello. Frutto insano del desiderio di qualche abitatore della città di farsi largo nell’intrico di alberi e arbusti…”.

Fausta Squatriti, Memento mori, 2014

Il testo di Pollice verso è un saggio (come gli altri nove, di autori diversi, che ben completano l'opera) , ma in realtà un romanzo breve che ha per oggetto un arazzo e soggetto una memoria genetica, perché i protagonisti sono antenati in linea materna della scrittrice: gli Angioletti, una dinastia milanese di artigiani/artisti del  tessuto. Intraprendenti e innovativi, nel 1898 si cimentano nella riproduzione  in arazzo di un quadro tanto accademico quanto di successo come Pollice verso  (1872) di Jean-Léon Gérôme (icona di culto tanto nella Belle Époque che nel cinema a seguire, da Guazzoni a Ridley Scott, quanto ancora oggi nei social). Tecnologia e tradizione rimarcati dall’autrice in un inciso che sottoscrivo in toto: “La tessitura a Jacquard funziona a righe parallele, precorrendo i pixel dei computer”. Operazione tanto affascinante quanto audace, bloccata purtroppo sul nascere (solo due copie: una in lana, cotone e seta, dai forti chiaroscuri; l'altra, luminosa, evanescente, solo seta) dalla causa intentata da un altro pioniere dell’arte nell’era della sua riproducibilità tecnologica: il francese Goupil (aveva messo il pittore a contratto in esclusiva per le sue riproduzioni a stampa). Non proprio un lieto fine, ma in pieno positivismo è d'obbligo essere ottimisti e seguire la trama della scrittrice di questa elegia in prosa, oltre la stazione d'ombra, su quelle rotaie che Giolitti avrebbe nazionalizzato: "Ci furono anche le grandi commesse per le Ferrovie dello Stato, velluti per i sedili di prima classe e tendine che si allacciavano con un occhiello di cuoio a un perno in ottone, quelle marroni con la sigla FS intrecciata a serti di fiori tono su tono riservate ai vagoni di prima e poi declassate ai vagoni di seconda classe, che ho fatto in tempo a vedere pure io, alla fine degli anni Cinquanta".


La Cana è invece lavoro di restauro di un affresco o di un mosaico mai terminato e in rovina, in veste di romanzo, di dramma muto con pause di dialogo. In evidenza lacune e ferite inferte e sofferte dal protagonista. Siegfried (già nel nome un destino funesto - e tutt’altro che eroico) cerca di esorcizzare il suo passato di giovane nazista e disertore negli stessi luoghi italiani senza nome che lo avevano visto fuggiasco. Una fuga vana, in primo luogo dalle schegge mai ricomposte di se stesso. Un’individualità precaria, uno stillicidio di tentativi d’oblio, anche tramite l'arte (è stato bibliotecario in tempo di pace, una pace fredda): lo studio delle forme, il loro calcolo, non ha dato i risultati previsti, soltanto ossessioni numeriche. La casa bruciata, lo stanco squallore che vi domina, la sua presenza come piaga non rimarginata dell’intrico del bosco - specie di foresta ancestrale dove il sole traluce a stento, in frantumi che non riscaldano - sono il traslato di Siegfrid. Una gabbia da cui non si scappa ("Dopo che la Wehrmacht nel maggio del '45 depone le armi, finisce una generazione del tutto priva di felicità"), tanto meno con la presunzione di chiamarla ordine umano da imporre alla “natura”. Anche a Lili, la cagna, la Cana del titolo, l’unico suo vero amore. L’amore totalizzante di un padrone, termine appropriato per chi non riesce in tutto il romanzo a celare la propria vena autoritaria di fondo, specie nei rapporti con le ex amanti che tornano da lui solo per avere la conferma che è inevitabile lasciarlo. Abbandonarlo, dopo brevi pause di erotismo incendiario ma cupo,  a un passato che non passa, a una vocazione ossessiva all’annientamento che finirà per contrastare, inevitabilmente, anche l’istinto vitale della Cana.
La brama di ridisegnare la natura in nome di una razionalità assurda - e disperata: "Le colpe sono sempre culturali" - è resa dalla scrittrice in settori precisi di squarcio della trama, dove la ricchezza delle subordinate evidenzia tanto la complessità del labirinto quanto l'impossibilità di una via di fuga della volontà di potenza del protagonista.
Un corredo fotografico è posto a sigillo del romanzo: architetture, disegni, nature e oggetti senza didascalia, solo in apparenza muti. Le geometrie che restano.


“Sorte senza risposta
Scava della fuga il tunnel
Nel disordine di soccorsi lasciati a metà.”

Fausta Squatriti, Vietato entrare, XIV


Fausta Squatriti, Ascolta il tuo cuore, città (Vita pensata)


Brani musicali che ho scelto come introitus alla lettura

La Cana
Richard Strauss, Metamorphosen

Pollice verso. Storia di un arazzo
Giovanni Sgambati, Berceuse-Rêverie


ZURBARÁN A FERRARA, QUEVEDO IN SOGNO

Da un lato era giovane e dall’altro era vecchia.
A volte camminava piano, a volte velocemente.
Ora sembrava esser lontana, ora essere vicina.
Le chiesi chi fosse e lei mi rispose: “La morte”.

Francisco De Quevedo, Sogni e Discorsi


Commento musicale I Girolamo Frescobaldi, Toccata VIII, Libro I, clavicembalo


Francisco de Zurbarán, Natura morta, 1630

Francisco de Zurbarán e Ferrara non hanno in comune quasi nulla se non una data.
Il 1598, quando nasce il pittore e la città e la Spagna perdono la loro grandezza: la prima finendo assorbita dallo Stato Pontifico, la seconda con la morte di Filippo II e tre bancarotte.
Non molto. Certo, fare la stessa esposizione a Hong Kong sarebbe stato ancora più surreale (meno a Macao, Casinò Venetian permettendo), ma le mostre, si sa, non contano tanto per i singoli quadri quanto per l’insieme delle opere in simbiosi con tutto l’apparato multi e cross mediale che fa da cornice.
Sono, in sintesi (anche chimica), delle installazioni, arte contemporanea. Quindi vanno bene dappertutto.

Questo non significa che il restauro delle singole opere non debba essere condotto col massimo rigore filologico, né che allestimento e catalogo non debbano cercare di ridare vita a una dimensione storica, tutt’altro. Ma essere coscienti, sempre, che la complessità di tutto questo travaglio corrisponde alle aspettative consce o meno di restauratori e allestitori in carne e ossa, che lavorano confrontandosi con una tradizione di fedeltà all’originale che data sì e no due secoli, quando prima, tranne rare eccezioni, neppure ci si poneva il problema.

Insomma, non c’è niente di male: il rapporto col passato non può che essere straniante. Dopotutto state leggendo un blog impalpabile e vedrete dei file Jpg.
Inoltre fare oggi una mostra di Zurbarán in un convento, luogo di elezione dell’artista, non ricreerebbe che in minima parte la fatidica “aura” delle origini – e nemmeno la sua puzza e il fanatismo che solo una grande arte riuscì a sublimare.
Un’arte ufficiale, benedetta da Stato&Chiesa, ma sentita fino al midollo. Noi oggi per questo siamo disposti a perdonare Damien Hirst, figuriamo quindi Francisco e i suoi francescani.

Francisco de Zurbarán, San Francesco (1639, 1645, 1635)

Incenso consigliato: i versi di Giovanni della Croce.

O fiamma d'amor viva,
Che sì dolce ferisci
Nel centro dell'alma, ove s'interna e cela!
Or che non sei più schiva,
E che lo vuoi, finisci:
5
Rompi del dolce incontro omai la tela!

Profumo: la prosa di Teresa d’Avila.

Se i rapimenti mi fanno uscire di me per la gioia, la mia anima viene colta da sospensione anche per un dolore molto forte e rimango priva di sensi. (Libro delle relazioni e delle grazie, 15).


Anche visitare le uniche tele rimaste in loco, al Monastero di Nostra Signora di Guadalupe, senza la percezione di spazio e tempo tipiche dell’età barocca è illudersi, una splendida illusione, una “dissimulazione onesta”, ma pur sempre una finzione, come chi ripete a piedi il cammino di Santiago senza feudatari, Inquisizione, epidemie, denti cariati.


Francisco de Zurbarán, Visione di San Pietro Nolasco, 1629

¿Qué es la vida? Un frenesí.
¿Qué es la vida? Una ilusión,
una sombra, una ficción,
y el mayor bien es pequeño;
que toda la vida es sueño,
y los sueños, sueños son.


Pedro Calderón de la BarcaLa vida es sueño


Dicevamo, la mostra a Ferrara… Beh, è una bella cartina al tornasole per mostrare le tenebrae del pittore spagnolo, esaltate dal chiarore del  capoluogo emiliano. Perché il Secolo d’Oro della cultura spagnola fu anche il secolo della sua ombra, la grande ombra politica che sarebbe scesa sulla penisola iberica. Capolavori proiettati come splendidi fuochi d’artificio dalle sconfitte dei suoi eserciti, strappati al “magazzino in cui si custodisce il buio delle notti” (ancora Quevedo, ancora Sogno della morte).


Commento musicale II Tomás Luis da Victoria, Tenebrae factae sunt


Si può citare come madre l’arte di Caravaggio, che arrestato proprio dagli spagnoli perse l’ultima fatidica nave per Roma, e padre il Rinascimento italiano riflesso nelle opere degli artisti della corte multietnica di Carlo V, ma tanta originalità sarebbe stata impossibile senza lo strano connubio fra il nazionalismo castigliano nascente e la rivoluzione estetica di un pittore straniero come El Greco.
Eccolo, “Il sogno di Filippo II”.

Dominikos Theotokopoulos El Greco, Il sogno di Filippo II, 1600

E il doppio del sogno di Filippo II, la morte dell’artista cantata da Góngora:

Tanta urna, a pesar de su dureza,                 Un'urna così insigne, benché dura,
lágrimas beba y cuantos suda olores            lacrime beva e quanti essuda odori
corteza funeral de árbol sabeo.                     funebre scorza d'albero sabeo.

Il sogno che si sarebbe trasformato nell’incubo della restaurazione aristocratica seguita alla morte del re, nonostante i tentativi del Conte-Duca d’Olivares, potente primo ministro di Filippo IV (quello del Manzoni dei Promessi sposi anche se, per l’arte del Secolo d’Oro, sarebbero più adatti certi passaggi degli Inni sacri).
Ecco allora che forme e contenuti del Barocco spagnolo vengono a configurarsi come un grande esorcismo contro la decadenza.
Dalla vena popolare sanguinante di Jusepe de Ribera nella Napoli dei vicerè

Jusepe de Ribera, Il bevitore, 1637

al perfetto e futuribile ritratto in piena luce di un’epoca nelle tele di Velázquez, il Raffaello spagnolo,

Diego Velázquez, Ritratto del Conte Duca di Olivares a cavallo, 1634

all’Agnello di Dio pronto per essere macellato: “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice”.

Francisco de Zurbarán, Agnus Dei, 1640

Fra i primi capolavori del Nostro c’è lo splendido, prostrato San Serapio, un santo medievale inglese, certo scelto per propagandare la solidarietà con i cattolici anglosassoni emarginati ma quanto mai vivo nella sua trasumanata sofferenza, preludio a uno di quei martìri atroci (gli furono strappati gli intestini con un argano) di cui si nutriva tanto teatro barocco (pensiamo solo alla Tragedia spagnola di Thomas Kyd, al Tito Andronico di Shakespeare o all’Aristodemo del nostro Carlo de’ Dottori).
Ma Zurbaran allude, non indulge mai in dettagli truculenti. La sua è una religiosità visionaria ma sommessa. La luce si sprigiona dalla visione aperta nella tela come una piaga. Che non sanguina più.
E’ il gioco divino che illumina due parallele che si incontrano nel San Pietro Crocifisso appare a San Pietro Nolasco.

Francisco de Zurbarán, Apparizione dell'apostolo San Pietro a San Pietro Nolasco, 1629

Poi, negli anni ’30, il mistico sembra trasformarsi in creatore di moda. E’ l’epoca di un mirabile defilé di sante a cui si è certamente ispirato Almodovar nel suo Entre Tinieblas. Eccovi quindi una scelta di tre sacre Grazie dall’inquietante bellezza impassibile con tanto di strumenti del loro martirio e una vezzosa borsetta. Quella di Santa Margherita sembra appena uscita da una bottega del commercio equo e solidale. E non a caso: l’America Latina fu una meta privilegiata per la produzione in serie della bottega del pittore.

Francisco de Zurbarán, Santa Casilda (1635), Santa Margherita (1634), Santa Marina (1650)

In parallelo a questa metafisica trasfigurata in corpi sognanti si apre la stagione delle “nature morte”. Il termine italiano, naturalmente, non rende giustizia a questa vera e propria arte da mangiare. Anzi, da transunstanziare.

Francisco de Zurbarán, Natura morta, 1633

E l’elenco sarebbe ancora lungo.

Ma non servì al genio. Che morì povero e dimenticato in un lontano 1664. Nel crepuscolo del regno di Filippo IV. Prima della lunga notte triste dell’infelice Carlo II.


Alla Vergine sfugge una lacrima.

Francisco de Zurbarán, Cristo e la Vergine a Nazaret, 1640




BIANCO NATALE, BIANCOMANGIARE:
DOLCI AUGURI CON “IL PRINCIPE E IL CUOCO”

Un libro e una ricetta del XV secolo

Nessuno presuma sconsideratamente
Di conoscere l'arte dei conviti,
Se prima non ha indagato a fondo
La sottile scienza dei sapori

Orazio, Satire, II, 4

Fratelli Limbourg, Les Très Riches Heures du Duc de Berry, 1412-1416
Commento musicale Guillaume Dufay, Bon jour, bon mois

Il principe e il cuoco, squisito saggio di Antonella Salvatico, illustra e spiega le ricette del Livret du fait de cuisine dettate nel 1420 dal maître Chiquart, uno dei grandi della cucina tardomedievale insieme a Maestro Martino, Giovanni Bockenheim e Taillevent.
Ci troviamo alla corte ancora tutta francese di Amedeo VIII di Savoia (1383-1451), di cui il fedele capocuoco accompagnerà trionfi (e sconfitte) per più di mezzo secolo con pranzi fastosi ricchi di colore e simboli (sia araldici che alchemici). Dall’ascesa del conte alla carica di duca nel 1416, all’annessione di buona parte del Piemonte (1419), alla salita al soglio pontificio come papa (poi declassato, in vita, a cardinale e, nella storia, ad antipapa) Felice V (1439-1449). Una carriera che toccherà il suo culmine con una ricompensa eccezionale: una signoria nel mandamento di La Baume.
Veri e propri banchetti “politici” in un mondo e in una cucina fatti di forti contrasti dove la sfumatura, invenzione rinascimentale, non era di casa. L’”autunno del medioevo” fu infatti il regno dell’agrodolce, dei toni squillanti e degli accostamenti stridenti: dal cibo all’abito all’araldica (che trovò la sua forma distintiva proprio in questo periodo).
Il tutto in una specie di “hortus conclusus” dove il duca - seguendo l’esempio francese e, soprattutto, borgognone (era imparentato con entrambe le case regnanti) – trasformava una contea di confine in una vera e propria corte alla moda. Ingaggiando il primo storico ufficiale, Jean Cabaret d’Orville. Commissionando opere a fior di artisti: il delicatissimo miniaturista Jean Bapteur, un pittore naturalista tendente al grottesco come Giacomo Jaquerio insieme a un raffinato seguace del nuovo stile fiammingo, Konrad Witz (altro accostamento stridente). Ospitando il poeta Martin Le Franc, reduce dall’aver dedicato a Filippo II di Borgogna quel gioiello di poema che è Le Champion des Dames, un raro omaggio in versi al ruolo delle donne nella storia, e impegnato nella diffusione del nuovo sound polifonico di scuola inglese forgiato da John Dunstable.

Konrad Witz, La pesca miracolosa, 1444

Un mecenatismo culturale che non troverà pari nel seguito della dinastia e che gli permetterà di fare suo anche uno dei più grandi musicisti dell’epoca: il mio adorato Guillaume Dufay.
Le ragioni di questo successo furono già comprese dai più attenti osservatori contemporanei. In particolare da Enea Silvio Piccolomini, ecclesiastico ma anche autore di uno dei best seller della letteratura erotica del ‘400 (Eurialo e Lucrezia) e poi papa col nome di Pio II (1458-1464), che fu tra i sostenitori di Amedeo VIII in versione Felice V. Nei suoi Commentari,  un capolavoro di cui consiglio vivamente la lettura, si esprime in questi termini: “Il duca era un principe potentissimo, temuto dai Francesi e dagli Italiani, che di solito era coperto di vesti d’oro, circondato da molti cortigiani, preceduto [come nell’antica Roma] dai fasci e seguito da coorti di armati e da una folla di potenti. […] Era congiunto in parentela con quasi tutti i re cristiani. Le disgrazie dei vicini furono la sua grande fortuna. In Francia scoppiò il dissidio fra Borgognoni e Armagnacchi e il regno fu turbato dagli attacchi bellicosi degli Inglesi. In Italia i Veneziani e i Fiorentini scesero in guerra con implacabile odio contro Milano. Amedeo, che regnava sui monti e lontano dalle armi, veniva scelto come arbitro ora da questi ora da quelli e veniva considerato l’unico capace di reggere saggiamente sé e gli altri”.
Certo tutt’altro che un santo, ma per l’epoca raro esempio di potente più innamorato dei poemi cavallereschi che delle guerra. Appassionato cultore di alchimia: fu lui a commissionare il Libro delle Due Parole al medico-alchimista Gugliemo Fabri.
E poesia, alchimia e medicina rientravano nella dietetica consigliata dal maître Chiquart. Il Livret du fait de cuisine inizia e termina con delle ballate, rinvia spesso a significati alchemici nella sovrabbondante colorazione dei piatti (quando non si arriva a ricette a base di oro e pietre preziose da cuocere in un sacchetto di lino bianco insieme alla carne in acqua di rose) e propone cibi curativi, in linea col medico di corte Antonio Guainerio, anche della peste: lo zenzero su tutti, ma anche pollame e cacciagione(!).
Ecco allora che ci addentriamo in una vera e propria orgia di carni, pesci, intingoli e spezie in totale antitesi con qualsiasi consiglio dietetico dei nostri giorni. In sintonia con la cucina imperiale romana, viene bandito qualsiasi sapore genuino in nome di un’artificiosità cosmopolita e simbolica che tende a separare i gusti dell’aristocrazia dal resto della società anche in fatto di palato. Le portate pantagrueliche, poi, sono un ulteriore segno di famelica distinzione dalla povertà e dalla diffusa denutrizione cronica, specie nelle campagne, in Savoia come nel resto d’Europa.
Eccone un esempio, tratto probabilmente dal banchetto in sei portate offerto all’imperatore del Sacro Romano Impero Sigismondo in occasione della nomina del conte a duca nel 1416:

Arrosti interi, capretto con salsa all’agresto verde, porchetta con salsa camellina,lombata di vitello, lombata di maiale con salsa piccante, spalla di montone con salsa, pollame arrosto,oche grasse e capponi con salsa, fagiani, pernici, conigli e maialino con salsa camellina, piccioni con sale fino e aironi Cacciagione con polenta di farro Flan di crema di latte con torte di carne e di formaggio  4 Brodetto  camellino su lesso misto di carne Brodetto rosso su lesso misto di carne 6 Biancomangiare in quattro colori, tutti nel medesimo piatto

Stomaci da eroi di poemi, cultori di cibi come il delfino, destinato alle sole mandibole dell’alta nobiltà, o la marmotta sotto sale (raro esempio di piatto tipico), con tutta una serie di poco simpatici effetti collaterali contro cui poco potevano la colza o il ravizzone finale per pulire la bocca.
Rare eccezioni sono i dolci. Anche se si fa davvero fatica a trovare del ricettario del maître un dolce in senso moderno. Infatti ve ne sono solo due e uno di questi è proprio il “biancomangiare in quattro colori” al termine della servizio appena descritto. Quasi certamente assaporato dall’illustre compagnia dopo un “entremets”, un “intermezzo” di piatti decorativi che rappresentavano “La fontana di Amore”, ispirata al Roman de la Rose e accompagnata dalle esibizioni di cantori, attori e menestrelli.

Roman de la Rose, miniatura del XV secolo 

I quattro colori – l’oro imperiale e il rosso già cari agli antichi (vd. Filostrato Maggiore, Le immagini), il bianco che simboleggiava l’argento e l’azzurro salito agli onori dal XII secolo – rappresentavano, in un gioco caleidoscopico, anche quattro importanti casate del ducato: la signoria di Thoire-Villars (oro e rosso), il marchesato di Saluzzo (argento e blu), il casato de La Baume (oro e azzurro) e i valdostani Challant (rosso e argento).

Biancomangiare in quattro colori

Ingredienti Molte mandorle, acqua tiepida, sale, polvere di zenzero bianco, molto amido, zucchero, olio, alkanna, tornasole, zafferano, meleghetta

Pulite le mandorle dalla cuticola e pestatele nel mortaio, ammorbidendole con poca acqua tiepida. Aggiungete le spezie (zenzero in polvere e meleghetta) e fate il latte di mandorle, poi filtrate con cura. Dividete il latte così ottenuto in quattro recipienti, aggiungete in ognuno molto zucchero e scaldateli su un bel fuoco. Prendete poi molto amido, pulitelo, lavatelo bene e suddividetelo in quattro diversi piatti, tanti quanti sono i recipienti di latte. Unite l’amido mescolando bene fino a quando il composto non sia denso. Fate la stessa operazione con il latte di tutti e quattro i recipienti. Per ottenere il primo colore, l’oro, prendete dello zafferano pestato e stemperatelo nel latte di uno dei quattro recipienti mescolando continuamente con un cucchiaio. Per l’azzurro prendete molto tornasole e mescolatelo al latte prescelto, poi colate tutto in una bella secchia e mescolatevi anche l’amido. Colate nuovamente il latte azzurro nel recipiente originale. Per ottenere il rosso, fate scaldare dell’olio di buona qualità, filtratelo e soffriggete molta alkanna ben pulita. Filtrate poi con l’angolo di una stamigna e unite poco per volta mescolando delicatamente il colorante così ottenuto al latte del terzo recipiente fino a che non sarà della tonalità desiderata. Per ottenere il color argento stemperate altro amido nel latte. Filtrate e aggiungete la dose di amido necessaria per legare il composto.

Lascio alla fantasia del lettore l’abbinamento del vino. Chiquart o il duca forse avevano in mente un vino chiaretto molto speziato o – chissà - qualcosa che avesse a che fare con “l’oro potabile” descritto dall’alchimista Fabri.
Chi non ama affatto significati esoterici ma la Storia e la buona tavola, come il sottoscritto, consiglia semplicemente: spumante o champagne.

Auguri.





NON SOLO MACHIAVELLI E GUICCIARDINI

Le Memorie di Philippe de Commynes

"Una grandissima efficacia di rappresentazione.
Personaggi e paesi sono colti sul vivo o con pochi tratti essenziali e
caratteristici che li rendono indimenticabili. Par di vedere sul volto,
solitamente grave del nostro autore, un finissimo sorriso che è già
un po' quello dello humour. Come Erasmo, Commynes conosce gli
uomini e compatisce le loro follie con discrezione e indulgenza"
Maria Clotilde Daviso di Charvensod

Claus SluterPozzo dei profeti: re Davide (Certosa di Champmol, Digione, fine XIV sec.)


Ricordi, dubbi, rimpianti
Commento musicale Antoine BrumelSicut lilium

La Storia si fa coi “se” e i “ma” se sono i protagonisti a farla. E Philippe de Commynes lo fu ai più alti livelli, ministro e consigliere privato di sovrani in due grandi corti della seconda metà del XV secolo, prima in Borgogna e poi in Francia, dove si decidevano i destini dell’Europa nell“autunno del medioevo” (secondo la felice definizione di Huizinga). I suoi ricordi, i suoi dubbi, i rimpianti nei suoi Mémoires: seCarlo il Temerario non si fosse ostinato contro gli Svizzeri, se Luigi XI non si fosse accanito controMaria di Borgogna, se Carlo VIII non avesse sperperato una fortuna per la sua calata in Italia…
Tutti quei soldi, tutti quei morti.

Arazzi di Alessandro Magno (Fiandre borgognone, seconda metà del XV sec., foto di Sailko)
"Credo di aver visto e conosciuto la parte migliore d'Europa e non ho visto nessuna signoria e nessun paese, anche di assai più grande estensione, che avesse tale abbondanza di ricchezze, di mobili, di edifici e anche di ogni sorta di prodigalità, di spese di feste e di vivande (come la Borgogna)... La buona fortuna e la grazia di Dio durarono per lei lo spazio di 120 anni." (Commynes, Memoires V, 10).
"Tutta questa raffinata nostalgia/ trasudava di vernice fresca./ Dopo i tornei, i balli e i canti/ sarebbe venuta la macelleria./ Poi la noia,/ la muffa/ e ancora la nostalgia." (Luca TrainiVillon).

E forse non li avrebbe scritti se non invitato da Angelo Catone, arcivescovo di Vienne, cui dedicò l'opera. Il vescovo era un umanista, lui no, il passato lo aveva rispolverato dopo essere caduto per la prima volta in disgrazia, nel 1489, ma era il presente che aveva contribuito a costruire che avrebbe raccontato nel suo francese non troppo curato ma vivo, come bozza per una possibile messa in scena di altri, magari in latino, ma cosciente che dietro quella finzione ci sarebbero state le sue quinte, dove la storia che pulsa è fatta anche di giri di parole, di ripetizioni, di smemoratezze volute o impreviste. Non c’è traccia di idealizzazione nel racconto di questo uomo, di questo ministro e diplomatico razionale che ci ricorda il Guicciardini, pragmatico e costruttivo, che volle raccontare soprattutto quanto aveva vissuto in prima persona: il lento lavoro che prelude alle decisioni ponderate come ai compromessi e le improvvise accelerazioni imposte dagli eventi (dalle soluzioni geniali o da apparente follia).

Anonimo, Busto di Philippe de Commynes (primo quarto del XVI sec., Parigi, Louvre)
"Delle astuzie e dei raggiri che si fecero nei nostri paesi da vent'anni a questa parte non ne sentirete parlare da nessun altro con tanta verità quanto da me." (Mémoires III, 5)
"Il sapere corregge un uomo, anziché renderlo peggiore; non fossa'altro per la vergogna di conoscere il proprio peccato, se non sarà trattenuto dal mal fare, almeno ne farà di meno. E se non è buono, farà tuttavia finta di non voler far male o torto a nessuno. Ne ho visti parecchi esempi fra i grandi che sono stati dissuasi da molti cattivi propositi dal sapere e anche sovente dal timore della punizione di Dio, di cui avevano maggior conoscenza che non gli ignoranti, i quali non han visto né letto nulla." (Mémoires V, 18).


Sconvolgimenti epocali

Sotto gli occhi vigili, prudenti e spesso spaventati di un memorialista che non si fa pudore di ammettere la paura come uno dei fattori determinanti dell’azione politica, nella fattispecie militare, viene passata in rassegna, senza ombra di retorica, un’età feroce e spregiudicata caratterizzata da mutamenti imprevisti, sconvolgimenti epocali. Nelle sue pagine non troviamo ancora descritti quegli elementi strutturali economici, politici e sociali, cardine del mutamento storico, fatti propri dalla nostra storiografia nell’ultimo secolo. Duchi e re sembrano ancora decidere i destini dei propri popoli e le memorie di un ministro avrebbero dovuto educarli alla giusta misura delle proprie azioni.

A sinistra: Anonimo, Filippo il Buono e suo figlio Carlo il Temerario (Recueil d'Arras, metà XVI sec.).
A destra: Ritratto di Luigi XI (disegno del XVI sec. da un ritratto di Jean Fouquet, Bibliothèque Nationale de France).
"Il giorno in cui giunsero due servitori del conestabile di Lussemburgo (Luigi di Sainville e il segretario Richer) il re (Luigi XI) fece nascondere il signore di Contay, servitore del duca di Borgogna (Carlo il Temerario), con me dietro un grande e vecchio paravento che era nella sua camera... Il re si sedette su uno sgabello proprio accosto al paravento affinché noi potessimo udire  quel che diceva Luigi di Sainville... E mentre Luigi di Sainville parlava (dell'alleanza di Carlo il Temerario  con Edoardo IV d'Inghilterra), pensando di piacere al re, cominciò a contraffare il duca di Borgogna, a pestare un piede per terra, a bestemmiare per san Giorgio, a chiamare come lui il re d'Inghilterra Blayborgne, figlio di un arciere che portava questo nome, e a farsi beffe di lui in tutti i modi possibili. Il re rideva forte, e gli diceva che parlasse ad alta voce perché cominciava a diventare un po' sordo, e che ripetesse tutto di nuovo. L'altro non si faceva pregare e ricominciava di gran buona voglia. Il signore di Contay,con me dietro il paravento, era l'uomo più sbalordito del mondo." (Mémoires IV, 8).
"Lo scrittore è secco, acuto, con uno stile aderente ai fatti: le qualità di descrittore si fondono con quelle del moralista e dello psicologo, che penetra nelle coscienze per registrare i vizi ed il valore. Il ritratto di Luigi XI non è indegno di un Saint-Simon." (Giovanni Macchia).


Ecco, in questo Commynes è in un certo senso anche umanista, quando rispolvera il suo Tito Livio di base, così diverso da quello del Machiavelli, e il punto di vista vincente di un imperatore elogiato per la sua tradizionale “misura” come Ottaviano Augusto. E visto che si parla di Machiavelli c’è da chiedersi come mai la teorizzazione del memorialista francese sia così scarsa a confronto di quanto espresso dallo scrittore de Il principe. La risposta, in sintesi, è semplice: le teorie rivoluzionarie, di norma, nascono dalle sconfitte mentre la prassi del regno francese era stata vincente, per meriti come per fortunate circostanze. Squadra che vince non si cambia e Commynes aveva assistito, dopo il disfacimento della potenza inglese sconvolta dalla Guerra delle Due Rose (1455), al tracollo improvviso e imprevisto del Ducato di Borgogna (1477), che sembrava destinato a sostituire come superpotenza continentale sia la Francia, reduce dagli incubi della prima metà del ‘400, che il Sacro Romano Impero germanico (in crisi da secoli). Il suo Dio, che ogni tanto compare fra le righe senza miracoli ma armato di legge implacabile (e imprevedibile), sembrava proprio parlare francese. Il rischio paventato, quella superbia che aveva travolto Inghilterra e Borgogna.

A sinistra: Arazzi di Alessandro Magno (particolare). A destra: Anonimo, Battaglia di Morat (1476).
“Negli Arazzi di Alessandro Magno, seguendo l’interpretazione di Aby Warburg, possiamo vedere ritratti nei panni immaginari di soldati macedoni Carlo il Temerario e il suo esercito. Aggiungo il fatto che la lotta contro gli ‘uomini selvaggi rappresenta quella contro i francesi, così rappresentati alla luce del Ballo degli ardenti narrato da Jean Froissart. Nel 1393, infatti, quattro danzatori vestiti da ‘sauvages’ che si esibivano davanti al re Carlo VI (che già mostrava segni di squilibrio mentale) erano finiti bruciati vivi a causa dell’incendio provocato da una torcia portata dal fratello del re, Luigi I d’Orléans.” (Luca Traini, Alessandro Magno e la sua leggenda, Varesecorsi 1996).
"Gli Svizzeri si erano radunati, ma non in gran numero, come sentii raccontare da molti di loro. Dalle loro parti non si trae tutta la gente che si crede e allora se ne traeva ancora meno di adesso: dopo, infatti, i più hanno lasciato l'aratro per farsi soldati." (Mémoires V, 1).


Gabbie di ferro e cannoni

Un “peccato” compiuto da Carlo VIII nella sua impresa italiana, che vide Commynes, consigliere poco ascoltato, decisamente contrario al tentativo di riconquista francese del Regno di Napoli. Lo storico conosceva bene la nostra penisola, era stato in missione a Firenze nel 1478, dove aveva avuto occasione di conoscere e stimare Lorenzo de’ Medici: sapeva quale razza di pericoloso intrico si nascondesse dietro il fragile equilibrio sorto dalla Pace di Lodi. D’altro canto qualche “peccato” l’aveva compiuto pure lui, tramando contro il giovane Carlo VIII  e finendo rinchiuso otto mesi, nel 1487, in una gabbia di ferro nel titanico castello di Loches (vi finirà prigioniero i suoi giorni anche Ludovico il Moro nel 1508, non in gabbia ma nel torrione), con tanto di confisca di un quarto dei beni. Riabilitato, viene spedito come ambasciatore a Venezia nel biennio 1494/95 per assicurasi la neutralità della Serenissima: "Io tardai qualche giorno a partire perché il re ebbe il vaiolo e fu per morire; gli venne la febbre, ma non durò che sei o sette giorni... Lasciai il re ad Asti e credevo fermamente che non sarebbe andato più oltre. In sei giorni giunsi a Venezia con muli e carri, poiché la strada era la più bella del mondo." (Mémoires VII, 7). Da questo punto di vista privilegiato analizzerà il formidabile - e inaspettato - successo della discesa in Italia delle truppe francesi: "Dappertutto in Italia non avrebbero avuto altro desiderio che ribellarsi, se le cose del re fossero state condotte bene, con ordine e senza ruberie." (Mémoires VII, 8). E Venezia resterà nel suo cuore per la bellezza e il sistema di governo, una repubblica aristocratica che, insieme al parlamento inglese, darà le ali al suo sogno, mai realizzato, di una monarchia affiancata da un forte potere assembleare della nobiltà. La borghesia e, tanto meno, il popolo minuto non rientravano nei disegni di questo signorotto di provincia assurto ai più alti onori, non è possibile chiedergli tanto. In compenso la sua descrizione di Venezia ispirerà molto l’immaginario francese fino a Proust e ad Assassin’s Creed II.

Il donjon del Castello di Loches  (foto di Clayton Parker).
Vittore CarpaccioArrivo degli ambasciatori inglesi alla corte del re di Bretagna (Venezia, 1495).
"Questo re nostro padrone (Luigi XI) aveva fatto fare prigioni assai rigorose, vale a dire gabbie di ferro o di legno rivestite dentro e fuori di placche di ferro ferrate in modo terribile, larghe otto piedi e alte soltanto un piede di più che la statura di un uomo. Il primo che le immaginò fu il vescovo di Verdun, che fu subito chiuso nella prima che fu fatta e vi dormì per quattordici anni. Dopo di lui molti lo maledissero ed anch'io, che la assaggiai per otto mesi sotto il re che c'è adesso (Carlo VIII)" (Mémoires  VI, 11),
"La mia meraviglia fu grande nel vedere la posizione di quella città (Venezia) e nel vedere tanti campanili e monasteri e casamenti tutti sull'acqua e la gente senz'altro modo di andare qua e là che in quelle barche, di cui credo se ne potrebbero mettere insieme almeno trentamila, ma che sono assai piccole... E' la città più splendida che io abbia mai visto e quella che fa più onore agli ambasciatori e agli stranieri e che si governa più saviamente e dove il servizio di Dio è fatto più solennemente" (Mémoires VII, 18).

Gli occhi prosaici del cronista, affinati dal pragmatismo veneziano ("Sia per mezzo dei servi degli ambasciatori sia in altri modi... non badavo a spese per essere avvertito." Mémoires VII, 19), svelano i retroscena delle velleità cavalleresche del giovane Carlo VIII: l’incompetenza dei ministri di corte, le astuzie di Ludovico il Moro (uno dei principali responsabili dell’operazione) e soprattutto le spese folli per la spedizione con il conseguente enorme indebitamento: "Il re era giovane assai,debole di persona, voglioso di fare a suo talento, attorniato da poca gente savia e senza buoni capitani. Denaro sonante, niente, giacché ancor prima di partire furono presi a prestito centomila franchi dalla banca Sauli di Genova, all'interesse del quattordici per cento, da pagarsi a ogni fiera; e come dirò poi, furono fatti prestiti da molte altre parti. Non c'erano tende né padiglioni, e così si entrò d'inverno in Lombardia; ma c'era questo di buono che la compagnia era gagliarda, piena di giovani gentiluomini, benché, a dir vero, poco disciplinati." (Mémoires VII, 1). I proclami irreali (conquista di Napoli più successiva crociata contro i Turchi) e i facili eroismi non trovano spazio nelle pagine dei Mémoires, piuttosto si sottolinea l’importanza dell’esercito professionale costruito da Carlo VII e da Luigi XI dopo i disastri della Guerra dei Cento Anni: “Mi pare che un principe accorto, il quale possa disporre di diecimila uomini e abbia mezzo di mantenerli, è assai più da temere e da stimare di quanto non lo siano dieci alleati stretti insieme, che abbiano ciascuno seimila uomini; perché fra loro sono tante le cose da stabilire e da sbrigare che la metà del tempo si perde prima che qualcosa sia concertato e concluso” (Mémoires I, 16). Il supporto fondamentale di un forte contingente di truppe svizzere (già la Francia di Luigi XI aveva favorito con larghe elargizioni lo sviluppo militare della Confederazione in funzione antiborgognona). E la novità fondamentale di un uso massiccio dell’artiglieria, più agile, maneggevole e soprattutto spaventosamente efficace (quelle armi da fuoco così drammaticamente sottovalutate dal Machiavelli umanista de L’arte della Guerra): “Nessuno si rendeva conto degli effetti della nostra artiglieria, che è davvero la più possente di tutte le artiglierie del mondo” (Mémoires VIII, 23). Oltre ai metodi spietati di combattimento, altra eredità dei massacri della Guerra dei Cento Anni e dei suoi strascichi. Ce ne offre un breve esempio il Guicciardini: "Accostandosi a Fivizzano, castello de' fiorentini... lo presono per forza e saccheggiarono, ammazzando tutti i soldati forestieri che vi erano dentro e molti degli abitatori: cosa nuova e di spavento grandissimo a Italia, già lungo tempo assuefatta a vedere guerre più presto belle di pompa e di apparati, e quasi simili a spettacoli, che pericolose e sanguinose." (Storia d'Italia I, XIV).

Melchiorre FerraioloCronaca figurata: entrata delle truppe francese in Napoli il 22 febbraio 1495.
"I signori e i capitani vivono in Italia sempre in maneggi con i nemici e in gran timore di trovarsi fra i più deboli.";
"Questa, di compiacere ai più forti, è la natura dei popoli d'Italia; ma erano, e sono, trattati così male che bisogna scusarli.";
"Poche volte, facendo questo viaggio, i nostri indossarono l'armatura, e per andare da Asti a Napoli il re mise quattro mesi e
diciannove giorni soltanto; un ambasciatore ci avrebbe messo poco meno. Per questo concludo col dire, dopo averlo sentito
da molti religiosi e uomini di santa vita e da molta altra gente di ogni sorta (ed è quindi voce di Dio perché è voce di popolo),
che Nostro Signore voleva punire quei principi in modo che tutti se ne accorgessero.";
"La gente infatti ci adorava come santi e stimava che in noi ci fosse ogni fede e bontà; ma quest'opinione durò poco."
(Mémoires VII, 11; VII, 9; VII, 14; VII, 8).
La spedizione di Carlo VIII segna il passaggio dall'Umanesimo italiano, così come si era venuto formando in un secolo da Petrarca
e Boccaccio in poi, al fenomeno europeo del Rinascimento. La fine di un'epoca è ben rappresentata dal finale dell'Arcadia,
il poema del napoletano Jacopo Sannazzaro, che allude alla conquista francese della sua città:Ultimamente un albero bellissimo di arancio, e da me molto coltivato, mi parea trovare tronco dalle radici, con le frondi, e i fiori, e i frutti sparsi per terra.”.


Come si sa, dopo il successo iniziale, Carlo VIII si ritrovò sì padrone di Napoli ma invischiato in una penisola in piena rivolta. L’uscita da questo cul de sac fu drammatica. Il rischio era quello di fare la fine del Temerario, intestarditosi in imprese pericolose e, soprattutto, non necessarie. A Venezia lo storico fu testimone oculare della nascita della Lega Santa, che scatenava Ducato di Milano e Repubblica Veneta insieme a mezza Europa (Aragona, Sacro Romano Impero e Inghilterra) contro le truppe francesi: "Presso un masso di porfido, dove si sogliono fare le pubblicazioni, fu pubblicata la lega. Io stavo a vedere di nascosto da una finestra con l'ambasciatore del Turco... quella notte stessa venne a parlarmi per mezzo di un Greco e stette quattro ore nella mia camera; aveva un gran desiderio che il suo signore fosse nostro amico" (Mémoires VII, 20). Sono i primordi della lunga alleanza tra Francia e Impero Ottomano in funzione antiasburgica. Commynes raggiunse il suo re a Siena: "Mi scrisse di andargli incontro a Siena, dove lo trovai... mi chiese ridendo se i Veneziani avrebbero mandato gente contro di lui: tutti coloro che lo circondavano erano infatti giovani che non credevano che ci fosse al mondo qualcun altro buono e capace di tener le armi in mano." (Mémoires VIII, 2).
Non si aveva idea di quanto sarebbero state drammatiche la successiva attraversata degli Appennini e la battaglia di Fornovo (6 luglio 1495) dove, grazie anche a divisioni, indecisioni e lentezze della coalizione nemica, i francesi riuscirono infine ad aprirsi una via per il ritorno in patria: "Il re smontò in una cascina poveramente costruita, ma dove c'era una grandissima quantità di grano in covoni, di cui tutto l'esercito profittò... Io so che dormii in una vigna, ben disteso sulla nuda terra... senza mantello; quella mattina il re si era fatto imprestare il mio, e i miei bagagli erano troppo lontani... A tutti pareva di averla scampata bella, e non eravamo più così pieni di superbia come un po' prima della battaglia." (Mémoires VIII, 12).

A destra: La battaglia di Fornovo (stampa d'inizio XVI sec.).
A sinistra: Gerolamo Savonarola ritratto in un incunabolo delle sue opere (1496). 
"Quando arrivai a Firenze per andare incontro al re andai a visitare un frate predicatore chiamato fra Gerolamo (Savonarola), uomo di santa vita, per la ragione che aveva sempre predicato in favore del re... e diceva che era stato mandato da Dio per castigare i tiranni d'Italia... Molti lo biasimavano perché diceva che le cose gli erano state rivelate da Dio; altri vi prestavano fede; per parte mia lo credo un bravo uomo. Gli domandai se il re avrebbe potuto passare senza rischiare la vita... Mi rispose che in cammino avrebbe avuto dei fastidi, ma che l'onore sarebbe rimasto suo... e che Dio, il quale lo aveva guidato nell'andata, lo avrebbe condotto ancora al ritorno." (Mémoires VIII, 3).
"Anche loro erano come noi scarsi di buoni capitani... I Veneziani non vollero rischiare tutto in una volta e sguarnire il campo; invece per loro sarebbe stato meglio metter tutto in gioco, visto che erano assai ad attaccare... Non è possibile al mondo caricare con più ardimento di quanto si caricò dai due lati. I loro stradiotti, che erano in coda, videro i muli e i bagagli che fuggivano in direzione dell'avanguardia e che i loro compagni vincevano. Andarono tutti in quella direzione, senza seguire i loro uomini d'arme, che si trovarono senza scorta; senza dubbio, se a noi si fossero mescolati un millecinquecento cavalli leggeri, con in pugno le loro scimitarre, che sono spade terribili, noi, in pochi che eravamo, saremmo stati sconfitti senza rimedio... Avevamo un gran seguito di valletti e servitori che si gettarono su quegli uomini d'arme italiani, che per la maggior parte furono uccisi da loro; quasi tutti avevano in mano accette per tagliare la legna e con queste rompevano le visiere delle celate e davano loro gran colpi sulla testa; perché erano molto difficili da ammazzare, tanto erano forti le armature... Il nostro esercito aveva un gran seguito di vagabondi e di vagabonde, che fecero fortuna con i morti... Il combattimento non durò più di un quarto d'ora... In Italia le battaglie di solito non vanno in questo modo, perché essi combattono squadra per squadra e la battaglia dura talora tutto il giorno senza che né l'uno né l'altro sia vincitore... Quando si giunse a Nizza della Paglia... la sete era tale che vidi una quantità di fanti bere ai fossati di quei piccoli borghi dove passavamo. Noi bevevamo a grandi e lunghi sorsi acqua sporca e non corrente... Di una cosa bisogna dar lode a quell'esercito, ed è che non sentii mai nessuno lagnarsi; eppure, fu il viaggio più faticoso che io abbia mai visto in vita mia, per quanto ne abbia visti con il duca di Borgogna di quelli molto duri." (Mémoirs VIII, 11-14).



La morte, la storia, l’arte
Commento musicale Antoine BusnoisJe ne puis vivre ainsi

Le memorie si concludono con la fine ingloriosa di Carlo VIII,  una piccola vendetta per l’autore. Il re muore per le conseguenze di una testata contro una porta in un passaggio diroccato detto “il pisciatoio”: "Uscì dalla camera della regina Anna di Bretagna, sua moglie, per andare con lei a vedere quelli che giocavano a pallacorda" - un gioco fatale per i re francesi - "nei fossati del castello (diAmboise); era la prima volta che ve la conduceva, ed entrarono insieme in una loggia abbattuta... ed era il più brutto posto che ci fosse, perché tutti vi pisciavano... Per quanto fosse basso di statura, entrandovi, picchiò la testa contro la porta; poi stette a lungo a guardare i giocatori, discorrendo con tutti... Dicendo questo, cadde riverso e perdette la parola... Chiunque voleva poteva entrare in quella loggia e lo trovava disteso su un misero pagliericcio, dove rimase finché ebbe reso l'anima... Io giunsi ad Amboise due giorni dopo e andai a dire la mia preghiera là dove c'era il corpo e ci rimasi cinque o sei ore; e, a dir il vero, non vidi mai tanto cordoglio e di tanta durata. Ma è anche vero che i suoi familiari, come i ciambellani o i dieci o dodici giovani gentiluomini della sua camera, erano trattati meglio e avevano stipendi e donativi più grandi di quanti mai ne abbia dati, e persin troppo. Il suo era il più umano e dolce parlare che mai ci sia stato, e credo che a nessuno abbia detto cosa che potesse dispiacere. Non poteva morire in più buon punto per restare famoso nelle storie ed essere rimpianto da quelli che lo servivano" (Mémoires VIII, 25 e 27).
Sic transit anche la carriera politica di Commynes. Il nuovo sovrano, Luigi XII, non si sarebbe mostrato riconoscente contro chi l’aveva sostenuto nella congiura del 1484 pagata in una gabbia di ferro: "Andai incontro al nuovo re, del quale ero stato intimo più di ogni altro e per il quale mi ero messo in tanti guai e avevo avuto tante perdite; eppure in quel momento se ne ricordò appena." (Mémoires VIII, 27).
Non restò che scrivere una grande opera storica, che testimonia tra l’altro la simpatia per l’Italia e l’amore per la sua arte, una passione che di lì a qualche decennio avrebbe portato Francesco I a ospitare Leonardo da Vinci nel maniero di Clos-Lucé e a incaricare architetti e pittori manieristi per la ristrutturazione del castello di Fontainebleau.

BergognoneGian Galeazzo Visconti offre alla Vergine il modello della Certosa, fine XV sec. (foto di Danielkwiat).
"Quella bella chiesa dei certosini, che è davvero la più bella che io abbia mai visto e tutta di bel marmo." (Mémoires VII, 9).


Addii e rinascite
Commento musicale Josquin DesprezAdieu mes amours

La splendida edizione Einaudi del 1960 (che io sappia, purtroppo mai ristampata) termina con il commosso saluto del grande Federico Chabod alla storica Maria Clotilde Daviso di Charvensod, morta dopo aver curato e tradotto i Memoires: "Con ugual serenità e coraggio affrontò la Resistenza. Uno degli ultimi ricordi che ho di Lei è un suo improvviso arrivo, con Giorgio Vaccarino, nellaValsavarenche già occupata dai partigiani, l'estate del '44. Spirito di verità, non mai lusinga di soddisfazioni e riconoscimenti esteriori, la condusse alla ricerca storica, poi costantemente perseguita per tutta la vita; e il suo Commynes è come un epilogo". Un lavoro fondamentale, che va ricordato. La sua forza può essere riassunta nella precisa - e commovente - distinzione che la Daviso opera fra il senso della storia per Philippe de Commynes e il nostro, ricordandoci con passione quanto la memoria sia preziosa, oggi: "Questo l'autore che, con la sua umanità, evoca, vivo e popolato di uomini vivi, un mondo per i più spento e lontano, in cui risuonano vuoti nomi senza volto. Noi non pensiamo più, come lui, che il leggere antiche storie valga a istruire i principi nell'arte di conoscere ed evitare inganni, né cerchiamo nelle vicende umane conferma della giustizia divina. Per noi la storia non deve essere un lugubre panorama di morte sul quale sconsolatamente meditare, ma conoscenza di vita che ci tempri all'azione".

Il donjon del castello di Commynes a Renescure com'è oggi, sede del Municipio
“Cuori di noia da tempo avviliti,
Grazie a Dio, sono ora sani e felici;
Andatevene, cambiate dimora,
Inverno, voi non resterete più”.


Luca Traini




APHRA BEHN & JOHNNY DEPP

Aphra Behn ritratta da Mary Beale

Ho letto Aphra Behn  grazie a Johnny Depp nel 2005, proprio così: era il Conte di Rochester nel film The Libertine.
Vecchia conoscenza il conte, cui tornai a far visita: la sua biografia scritta da Graham Greene, l'avevo pescata da chissà quale bancarella vent’anni prima. La copertina conciata come le pagine che la piccola scimmia strappava nel suo ritratto:  “Were I, who to my Cost already am/ One of those strange, prodigious Creatures Man,/ A Spirit free, to choose for my own Share,/ What sort of Flesh and Blood I pleas’d to wear,/ I’d be a Dog, a Monkey, or a Bear,/ Or anything, but that vain Animal,/ Who is so proud of being Rational” (“Foss’io - che a spese mie sono di già/ Una di quelle strane, prodigiose creature: un uomo -/ Uno spirito libero di scegliere/ Quale involucro di carne e sangue indossare,/ Cane vorrei essere, scimmia od orso,/ O qualunque altra cosa, tranne l’animale vano,/ Che è tanto fiero d’essere razionale”, A Satire Against Mankind, 1679, trad. Masolino d’Amico).


Drogato da Greenaway, avevo atteso chissà quanto di vederlo sbucare dai Giardini di Compton House.



E invece il miracolo l’aveva compiuto Laurence Dunmore (di cui poco si sa e io non sapevo niente). Con l’unica pecca che in questo gioiello mancava l’ultima incastonatura: Aphra. C’era “Easy Etherege”, il commediografo George Etherege, del cui “Man of Mode” parlerò in un’altra occasione, ma lei, l’amica, la scrittrice ispirata e coraggiosa che ne scrisse il compianto e sarà poi ammirata da Virginia Woolf e Vita Sackville-West, no.
Strana censura oggi per una donna che a un’epoca come il XVII secolo, in cui per nulla si poteva finire al rogo come streghe, era capace di rispondere per le rime: I curst my Birth, my Education,/ And more the scanted Customes of the Nation:/ Permitting not the Female Sex to tread,/ The Mighty Paths of Learned Heroes dead./ [...]/ The Fulsom Gingle of the times,/ Is all we are allow'd to undestand of hear" ("Fino a oggi maledissi la mia nascita, la mia educazione,/ E ancor più l'avara legge dei popoli/ Che non concede al sesso femminile di percorrere/ I gloriosi sentieri degli Eroi colti, ormai scomparsi./ [...]/ Il disgustoso frastuono del nostro tempo/ E' tutto quello che ci è dato capire e sentire", To Mr. Creech... On his Excellent Translation of Lucretius, trad. Viola Papetti).
Versi di rara potenza, forgiati da una commediografa sanguigna avvezza a farsi strada con forza in un teatro del mondo tutto al maschile, come testimoniato anche dalla sua prosa:
“Sono un’autrice che è costretta a scrivere per danaro e non si vergogna di ammetterlo. Di conseguenza deve scrivere per intrattenere (se vi riesce) una società che per molti segni mostra di compiacersi di questa maniera di scrivere. Una maniera troppo volgare agli occhi degli uomini colti che scrivono per la gloria, una maniera che anch’io disprezzo, al di sotto di me”.
“Non mi basta scrivere per la cassetta. Alla fama attribuisco gran valore, come fossi nata per essere un eroe”.

Mary Beale, Self-portrait, 1675-80 circa

Dopotutto io trovai il suo The Rover (1677) – la commedia Il giramondocurata da Viola Papetti - in un fondo di magazzino, sepolto da una marea di Shakespeare (ma anche Stratford-upon- Avon era in provincia). Ecco, appunto, The Rover: una trama ritessuta ad arte da un’altra opera (il Thomaso, uno dei peggiori testi del pur interessante Thomas Killigrew) e un drappello di protagoniste pronte a tutto per amore in una Napoli inverosimile, che strizzava l’occhio al teatro spagnolo contemporaneo e a Boccaccio. Prostitute comprese, com’erano considerate allora attrici e scrittrici.
Alle donne era stato permesso di calcare le scene per la prima volta solo nel 1660, grazie all’ordinanza di Carlo II che aveva riaperto i teatri dopo la chiusura imposta dai puritani diciotto anni prima, ma  occhio a scrivere “Miss” invece che “Mrs” prima del proprio nome!

La prima edizione (1686) delle Poesie di Anne Killigrew con un'incisione tratta da un suo autoritratto

Aphra, ritratta da un’altra donna, Mary Beale (ma dipingere non era così peccaminoso). La sua voce accorata raccolta nello splendido libro di Antonia Fraser L'ombra di Eva insieme a quella di Anne Killigrew, morta a soli 25 anni nel 1685 (“For there’s no Light/ But all is Night,/ And Darkness that you meet”, “Giacché non vi è luce/ Ma solo notte/ E buio incontri”,  Cloris Charmstrad. Anna Silva) e di Anne Finch (“Alas! A woman that attempts the pen/ Such an intruder on the rights of men/ Such a presumptuous Creature, is esteem’d/ The fault, can by no virtue be redeem’d”, “Ahimé! Una donna che si cimenta con la penna/ Come intrusa dei diritti maschili/ Come creatura presuntuosa è vista./ La sua colpa non può essere redenta da alcuna virtù”, The Introductiontrad. Anna Silva).


Anonimo, Ritratto di Anne Finch, senza data

Con la differenza che lei non era nobile sulla carta come loro, apparteneva al drappello d'acciaio di donne fuori dai ranghi che aveva visto fra le sue fila protagoniste dell'emancipazione culturale come Basua Makin e Mary Ward.
C'è da dire inoltre che gli anni della Restaurazione Stuart furono un’epoca strana, in cui una borghese dalla vita difficile (origine discutibile, probabile giovinezza in Suriname, forse un matrimonio con un olandese, probabilmente spia della Corona in Belgio, certo una vedovanza e un periodo in prigione per debiti, sicuramente buoni guadagni grazie a un profondo connubio col pubblico sulla scena) poteva aver successo.Prima che la pur Gloriosa Rivoluzione buttasse via l’acqua sporca col bambino, stigmatizzando la complessità di un’intera epoca con condanne superficiali anche da parte di critici del calibro di Richard Steele su pagine di classe come lo Spectator di Addison. E nella trama delle banalità sarebbe caduto anche il Leopardi felice dell’epoca, Alexander Pope.
Ma, come scriveva l’Anonimo del Sublime, i grandi hanno grandi cadute e la nostra grande Aphra Behn, incurante di ogni critica, avrebbe portato a compimento uno dei primi veri e propri romanzi dell’epoca moderna: Oroonoko or The Royal Slave. Un’opera antischiavista che avrebbe ispirato un altro genio, questa volta in campo musicale, Henry Purcell, con il suo Abdelazer or The Moor's Revenge.



Di Purcell conosciamo tutti il rifacimento al sintetizzatore della Musica per i funerali della regina Maria posto da Stanley Kubrick all’inizio di Arancia meccanica, ma voglio anche ricordare la ripresa struggente del Cold Song nel suo King Arthur ad opera di un formidabile Pierrot elettrico della mia giovinezza, Klaus Nomi, che, come Purcell, ci lasciò troppo presto.



Neppure Aphra raggiunse i 50 anni ma, cosa incredibile per i tempi, fu sepolta nell’Abbazia di Westminster, dove possiamo ancora vedere la sua lapide.
C’è scritto “Here lies a Proof that Wit can never be/ Defence enough against Mortality”, eppure l’ironia dovrebbe vincere sul tempo.
E quindi è giusto ricordarla con la scena di The Libertine in cui Depp/Rochester aiuta la sua migliore attrice, Elizabeth Barry, a diventare il simbolo di una stagione irripetibile di quel teatro che chiamiamo”umanità”.



"Yet, after all, could build my nest with thee,/ Thither repairing when I'd loved my round,/ And still reserve a tributary flame./ To gain your credit, I'll pay you back your charity,/ And be obliged for nothing but for love" ("Ma, dopo tutto, potrei costruire con te il mio nido, ove tornare quando avessi concluso il mio vagabondaggio sempre recando un'amorosa offerta. Per guadagnare la tua fiducia ricambierò la tua carità e ti sarò debitore solo d'amore").

The Rover.





UN LIBRO RUBATO: 22 ANNI DI CARCERE CON LA FIGLIA DEL RE

Commento musicale  Mogens PedersønMorirò, cor mio

Leonora Christina Ulfeldt, “Memorie dalla Torre Blu”, da me rubato a 17 anni, insieme al “Rapimento di Proserpina” di Claudiano (colpa del titolo) e a “Hölderlin” di Peter Weiss (altra torre, altra reclusione): tutti libri di cui negli anni ’80 non importava niente a nessuno. Scaffali classici e seconde scelte: i meno sorvegliati. I tre libri sistemati come una cintura Gibaud sotto il maglione e via, ostentando massima tranquillità, verso il reparto sportivi (massima vigilanza) e poi la cassa, questa volta per pagare un altro mio livre de chevet: Gian Paolo Ormezzano, Enzo Bearzot, “Storia del calcio”. Era geologica priva di antifurto, uscita: poker.
A 18 anni vado a lavorare d’estate in fabbrica, la pianto col furto dei libri (mai rubato altro) e cerco  inutilmente col mastice di riattaccare le mie “Memorie dalla Torre Blu” della Bompiani, che già vanno in pezzi, come buona parte dei tascabili di una volta. Una lettura drammatica, quindi, in tutti i sensi (oggi c’è l’elegante - e resistente – libro ripubblicato da Adelphi, ma se volete riprovare certe forti  emozioni potete trovare la mia edizione anche su eBay).
Io e la figliastra del re Cristiano IV di Danimarca (che aveva ripudiato sua madre, moglie morganatica), ognuno con la sua prigione. M’innamorai subito, ma lei era tutta presa da quel personaggio inquietante di suo marito (“inquietante” per i nostri anni ’80, per oggi, non certo per l’epoca barocca), il diplomatico Corfitz Ulfeldt, e per amor suo – pensare che era stato un matrimonio combinato quando aveva solo la metà dei miei anni, 9 – congiura contro il re, il fratellastro Federico III, partorisce ben 15 figli e, quando lui riesce a scappare, si fa 22 anni di carcere senza l’ombra di un rimprovero: “Dio ha operato cose meravigliose nei miei riguardi, perché è del tutto incomprensibile che io sia potuta sopravvivere alle sventure che mi sono capitate, mantenendo intatta la mia ragione, la mia mente, i miei sensi”.

Leonora Christina col marito in un'incisione di Jacob Folkema, 1746 _  Il Castello di Copenaghen in un'incisione del XVII sec.

Nella Torre Blu del Castello di Copenaghen (non cercateli: sono stati demoliti nel 1732), un nome che tanto mi affascinava da ragazzo, quanto, ad  ogni rilettura di “Jammers Minde” (“Ricordo del dolore” questo il titolo originale), si riscattava invece per il suo quotidiano squallore solo grazie alla penna delicata e spietata di questa grande donna: “Sono stata molto combattuta in merito a queste Memorie, non sapendo decidere se fosse meglio fare lo sforzo di dimenticare o quello di ricordare. Ma alcune ragioni che urgevano mi hanno finalmente convinto non solo a rievocare le mie sofferenze, ma ad affidare alla penna questi ricordi e indirizzarli a voi, miei cari figli, ora che posso sperare che i miei scritti giungano nelle vostre mani, essendosi di molto mitigata negli ultimi tre anni la durezza della mia prigionia”.

Il manoscritto originale
Commento musicale Johan Peter Emilius HartmannSonata for piano in F major


E anch’io, anni dopo, ormai insegnante, per quanto non in programma, facevo leggere ai miei alunni queste pagine collegandole a un libro delizioso nel frattempo uscito per i tipi della Salerno Editrice: “Antiche ballate danesi”. In particolare quella intitolata “La fanciulla dalle piume d’uccello” e i versi:

“Ti chiedo, mia diletta,
chi ti ha condannato a questa pena?”
“Sedevo alla tavola di mio padre,
e giocavo con rose e con gigli;
venne avanti la  mia matrigna,
nulla di buono aveva in pensiero.
Di me fece un piccolo usignolo,
e m’ordinò di volare nel bosco;
cambiò in lupi le mie sette ancelle,
l’usignolo dovevano sbranare”.

Ma l’usignolo riuscì a cantare e finalmente uscì da quella torre, nel 1685, grazie a un nuovo re, Cristiano V (quando si dice il nome), per finire i suoi giorni in monastero (il marito era morto ventuno anni prima), forse rileggendo Giobbe – “Cari figli, posso davvero esclamare con Giobbe: se si potessero mettere sulla bilancia tutte le mie sofferenze e tutti i miei patimenti, risulterebbero più pesanti della sabbia del mare. Tante e così grandi sono le mie sofferenze, pesanti e innumerevoli” – ma questa volta il lieto fine. E lasciando il manoscritto ai pochi figli sopravvissuti, che preferirono celarlo finché un altro Christian, Andersen, e i romantici non lo riportarono alla luce in pieno Ottocento, facendo conoscere al mondo una Danimarca che non è solo Amleto o la Sirenetta, ma la patria di una delle più grandi scrittrici di sempre.




LUCREZIA BORGIA, PIETRO BEMBO: “LA GRANDE FIAMMA”

Bartolomeo Veneziano, Lucrezia Borgia - Tiziano, Pietro Bembo
Commento musicale Josquin Desprez, Mille Regretz

Per sfatare certi giudizi nefasti su Lucrezia Borgia, anche se portano la firma di Victor HugoGaetano Donizetti, non c’è niente di meglio che la lettura de La grande fiamma - Lettere fra Pietro Bembo e Lucrezia Borgia (1503-1517), edito da Archinto.
Sì, perché fra lo scrittore veneziano poi cardinale e la figlia di papa Alessandro VI, allora moglie di Alfonso I d’Este  e duchessa di Ferrara, fu vero amore (e, a quanto pare - e  nonostante i gusti petrarchisti di entrambi - non solo platonico).
In meno di cento pagine, nelle poche lettere rimaste (lui quaranta, lei appena nove),  il dialogo a distanza tra il futuro  architetto della lingua italiana e la raffinata mecenate di poeti (su tutti l’Ariosto) rispecchia in modo cristallino, tormentato e sognante tutti i chiaroscuri della vita di corte rinascimentale. Perché proprio il cuore, nel linguaggio cifrato dei due amanti, è chiamato “cristallo” (seconda lettera di lei “lo incontro del vostro o nostro cristallo”, terza lettera di Pietro, in endecasillabi: “Avess’io almen d’un bel cristallo il core” e quarta, in prosa, “Ora m’è il mio cristallo più caro che tutte le perle de gl’indiani mari”). Perché particolarmente preziosi erano stati cinque esametri latini del Bembo, il cui incipit era inciso in un braccialetto d’oro a forma di serpente di proprietà della duchessa e dove il gioiello in prima persona cantava l’unione tra i fiumi Tago e Po.
E la donna – già, la donna, perché dell’avvelenatrice non c’è traccia in questa storia d’amore che è storia, non leggenda – la dama, in perfetta sintonia con il suo tempo, inviava brani di canzoni spagnole (“Yo pienso si me muriesse”, quinta cobla da “Si mis tristes pensamientos” di Lope de Stúñiga) al suo amato, che rispose con tre sonetti fra quelli di miglior cesello della sua raccolta di Rime (esattamente i numeri 88 89 90 dell’edizione curata da Carlo Dionisotti).
In particolare quattro versi dell’89:

“Madonna più che mai tranquilla, umile,
con tai parole e ‘n sì cortese affetto
mi si mostrava, e tanto altro diletto
ch’asseguir no ‘l poria lingua né stile”.

Raffaello, Ritratto di giovane (Pietro Bembo?) - Bartolomeo Veneziano, Ritratto di giovane (Lucrezia Borgia?)
Commento Musicale Tielman Susato, Danze rinascimentali

Un rapporto nato ai primi di giugno del 1503, con l’arrivo del poeta a Ferrara e l’invio alla duchessa dei suoi dialoghi sull’amore, gli Asolani.
Un gioco amoroso che ha avuto il suo culmine nei due anni successivi.
Pietro: “A voi bascio ora quella mano col cuore, che fra poco verrò a basciare con quella bocca che ha in sé il vostro bel nome sempre”.
Lucrezia: “Misser Pietro mio, cum singolare piacere e consolatione ho receputa e lecta una vostra lettera, per la quale inteso lo che mi scrivete”.
Una fitta corrispondenza che testimonia insieme alla condivisione tutte le difficoltà che possiamo immaginare (“mille lontananze, mille guardie, mille steccati, mille muri”, Bembo, Lettera 27), poi sempre più rarefatta con la dipartita dell’uomo dalla città (1505).
Una passione via via negli anni sempre più idealizzata dal poeta, fino all’ultima corrispondenza che data 13 ottobre 1517: “Né lunghezza di tempo né mutamenti di fortuna mi torranno giammai che io non sia, e che io non isperi a qualche tempo più ozioso poterla e visitare e servire”.

Resta - oltre le lettere, le canzoni, i versi – la ciocca di capelli (“Più simili ad oro che altro”, Bembo -  «Sono i capelli più biondi che si possano immaginare», Lord Byron)  che Lucrezia donò al suo Pietro (come non cambiano i gesti di chi ama), custodita dal 1685 alla Pinacoteca Ambrosiana di Milano, nella teca realizzata da un grande gioielliere del ‘900, Alfredo Ravasco.


“Con promessa de ferma perseveranza. La vostra Duchessa de Ferrara” (Lettera 6).


Luca Traini



UN POEMA ELETTRICO DEL SETTECENTO

Commento musicale Benjamin Franklin(1706-1790)  Quartet for strings with continuo (glass harmonica)

Donato Creti (1671-1749), Donna e cometa

Devo essere ancora nel teatro degli automi di Jaquet-Droz al Musée d’Art et d’Histoire o al Fantastic Film Festival di Neuchâtel quando passo da un lago all’altro e attracco ad Arona per trovare su una bancarella Il globo di Venere  di Antonio Conti (1677-1749).
Un poema. Un segno, perché no? Fantascienza DOC: il viaggio astrale di un abate cosmopolita, dalla natia Padova a Parigi, da Londra ad Hannover passando per l’Olanda, fino al pianeta Venere, oggetto dei suoi versi. Impresa agevolata dal fatto che il poeta era anche filosofo (traduttore di Voltaire) e scienziato di prestigio tale da diventare una specie di arbitro nella disputa sul calcolo infinitesimale fra Newton e Leibniz, suoi corrispondenti.
Precursore del Neoclassicismo - quindi più caro a Foscolo che alla contemporanea Arcadia - nei suoi limpidi endecasillabi sciolti figli degli esperimenti del Trissino e di Torquato Tasso, si avventura nel “cielo profondo” virgiliano in compagnia della Storia vera di Luciano, de L’altro mondo di Cyrano de Bergerac (quello vero non la maschera di Rostand) e della cortese sollecitazione dell’amica Madame de Caylus.
Forse è proprio quest’ultima a vestire i panni di Eubulìa, donna guida nell’opera a metà strada fra la Beatrice di Dante e un concetto greco preso pari pari dall’Etica Nicomachea di Aristotele  (traduzione letterale: “buon consiglio”). E’ grazie a lei che approdiamo in un pianeta che è tutt’altro che la sorella infernale della Terra dove la sonda Venera 13 riuscì a resistere solo 127 minuti, ma una sfera  luminosa e calda ricca di palazzi, statue e templi: su tutti quello dedicato alla nobile Antonietta Anguissola, moglie appena scomparsa del dedicatario Paolo Carrara.
In realtà, il fisico preilluminista ci ha tratto in un luogo dell’anima, la Venere Celeste cara a Platone e Petrarca dove Bellezza e Armonia (“ed amar la virtude, amar il bello/ natura è in noi”) scaturiscono dalla simbiosi fra Ragione e Immaginazione (“le parole alate/ del dolce mele che non sazia il senso”) e si materializzano in un défilé internazionale di bellezze femminili guidate da Laura e Beatrice: “Agili ninfe in breve gonna e cinte/ di corone di rose i biondi crini/ le seguiano tessendo allegri balli;/ indi sacerdotesse in bianca veste/ con incensieri, con vessilli e faci;/ultimamente due reine o dive,/ che dive mi sembraro agli atti, al volto,/ al serto d’oro, allo stellato manto,/ da’ due fanciulli che le stanno a lato/ sfavillanti di luci, e con occhiute/ piume sul dorso e colorite ad Iri”.
Il fatto che questa fantasmagoria presenti all’orizzonte montagne la cui cima è “ingombra/ di metalliche piante” per qualche istante mi fa tornare alla mente il paesaggio da incubo descritto da Stanislav Lem ne L'Invincible, dove microautomi dominano il pianeta Regis III. Tuttavia il cristallino corpo celeste cartesiano del poeta, che pure presenta un intero regno animale costituito da automi, è decisamente più pacifico, stile lupo e agnello biblici.  Dal motore niente affatto aristotelico, l’elettricità: “Veniano a volo aquile e colombe,/ e sui fiori scherzavano e su l’erbe/ cervi, leoni ed agnelletti e tigri./ Tali appariano a la sembianza esterna,/ ma pe’ nervi metallici vagava/ elettrico vapor, elastic’aura/ che trasfondea quasi energia di vita”. Sembra il destino dell’Occidente, già intravisto dal Lokapannatti, trattato cosmologico birmano di origine indiana in cui l’eco remota della razionalizzazione agricola dell’impero romano faceva immaginare un’economia gestita da “macchine veicoli di spiriti”.
Già, l’elettricità, la stessa che oggi mi permette di scrivere comodamente su questo computer. E il destino della rivoluzione scientifica e industriale aveva già condotto a una gita di piacere sul Verbano proprio l’inventore della pila, Alessandro Volta. Faccio ritorno dall’Anno Domini 2013 al 1776. Vacanza presto risolta nella minuziosa perlustrazione dei canneti delle sponde e dell’Isolino Partegora di fronte al municipio di Angera, rimuovendo una bella quantità di fanghiglia, provocando tutta una serie di bollicine, facendo scaturire a colpi di acciarino tante piccole lingue di fuoco sulle rive. Scoprendo insomma la natura organica del metano, definito dal grande scienziato "aria infiammabile nativa delle paludi".
Proprio così, il metano, le stesse lingue blu che uscendo dai fornelli della cucina permettono a noi scrittori di avere qualche ora in più da dedicare all’arte. Ma quanto deve l'arte alla tecnologia (quando insegnavo mettevo sempre le Lettere di Volta nel programma di Italiano)! E magari aveva portato in barca proprio il libro del Conti. Dopotutto il collegamento che fa tra caduta delle comete e “diluvi” (e qui rimando alla lettura del capolavoro di Paolo Rossi, I segni del tempo) si è ormai dimostrato scientificamente valido: l’acqua dei nostri oceani (e quindi anche il mio lago) sembra proprio avere origine da .

“Le immagini riflesse/ incontrano le dense e terse nubi”. E Angera.

“Il sogno mi disparve: io mi destai”. Approdo e ultimo verso del poema.


Luca Traini





IL SOFISTA E LA COLONNA TRAIANA: DIONE CRISOSTOMO

Commento musicale Musica greca antica Il pianto di Tecmessa 

Io, Dione, fui un raffinato fanfarone. E nacqui, vissi e morii nel momento più splendido dell’impero romano.
Ho avuto una tale fortuna che ho dovuto perfino inventarmi un periodo sfortunato: a quarant’anni, spedito in esilio dall’imperatore Domiziano, che aveva cacciato da Roma filosofi e raccontafrottole. Pur appartenendo a questa seconda categoria mi sono stracciato le vesti e ho finto di essere un filosofo cinico, vivendo come un cane di giorno e andando ai bagni di notte.
In realtà ero stato solo allontanato dalla mia città, Prusa, in Bitinia, il primo pezzo d’Asia dopo il Bosforo: i miei concittadini non mi sopportavano più. Ma se pensavano di fregare un propagandista nato come me si sbagliavano di grosso. In esilio, in esilio! Ed eccomi creata l’aureola del martire in compagnia di Tucidide, di Senofonte... di Socrate!
Quando torna il bel tempo e l’imperatore Domiziano viene assassinato; quando torna al potere il senato con i nuovi signori Nerva e Traiano, abbandono gli stracci, vengo fatto cittadino romano e scrivo il primo panegirico che la storia ricordi, anticipando Plinio il Giovane.
Faccio un sacco di soldi e passo alla storia come “Crisostomo”, “Bocca d’oro”. Mi riesce meravigliosamente facile scrivere di tutto - basta non chiedere approfondimenti. Io, quando declamo, riempio gli stadi. Ho elogiato il fumo come l’arrosto, la morale come le zanzare. Una delle cose migliori è quando ho descritto, nell’”Euboico”, la vita di una povera famiglia di cacciatori. Un idillio dei bei tempi andati, che forse non furono mai, come potrebbe benissimo non esserci niente e tutto essere nulla, fuorché la parola.
Andavo molto fiero soprattutto dei miei capelli. Perciò ho composto un “Elogio della chioma”. Ho visto dei legionari offrire delle teste mozzate all’imperatore stringendone i capelli frai denti. Ah, il potere è una tragedia funesta, ma di successo. E d’altronde i trionfi sono uno spettacolo imperdibile: ero al fianco del mio sovrano quando festeggiò il secondo massacro dei Daci, nel 107.
E se non fosse stato per quel piccolo scandalo di cinque anni dopo, forse potrei anche rivelarvi la data della mia morte. Ma non la ricordo. Probabilmente avevo il mal di gola, stavo perdendo i capelli... Avevo perso l’uso della parola. E perciò ero già morto.





QUANDO IL GUSTO INCONTRA LA CULTURA

14 diversi incontri con un rito quotidiano


       


      


      

File:Boccaccio - Faltonia Betizia Proba - De mulieribus claris.jpg       File:B Escorial 18.jpg



      


      




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