STORIA E FILOSOFIA

DUE MORTI PER UN CONCETTO Una diversa lettura dell'Eutìfrone di Platone
FABIO MANISCALCO Un grande archeologo, un eroe dei nostri giorni
SAINT-MARTIN-DE-CORLÉANS (AOSTA) Area e aura archeologica fra mito e storia
RUFO FESTO AVIENO, IMILCONE E LA "VIA DELLO STAGNO"
INVITO A CENA CON DELITTO NELLA ROMA DEL IX SECOLO La Coena Cypriani
CURA E NATURA DELL'UOMO DA ILDEGARDA DI BINGEN A PARACELSO
FILOPEMENE IN INDONESIA Il punto di vista degli altri



DUE MORTI PER UN CONCETTO
Una diversa lettura  dell’Eutìfrone di Platone



L’Eutìfrone mi ha sempre colpito per la brutalità della causa scatenante il dialogo: due orrendi omicidi in quella che doveva essere “la campagna di una volta” (chiamala “durezza” se vuoi, ma non basta). Due di quelle morti violente perpetrate fra le quattro mura di casa, al chiuso, morti che puzzano il doppio. Un bracciante ubriaco fradicio che ammazza uno schiavo e poi viene buttato dal padrone in un pozzo e dimenticato lì.
Ecco, l’aereo discorso sulla “santità” parte da questa vicenda terra terra, da un vecchiaccio dispotico che lascia crepare non tanto un assassino, ma un pezzente maldestro che gli ha rotto un oggetto di proprietà, una cosa parlante. E il figlio, l’Eutìfrone che da nome al dialogo, ha il coraggio di denunciarlo: cosa inaudita anche nella democratica Atene - e poi non ha mica ucciso un consanguineo!
E' anche il parere di Socrate e da subito si vede quanto parteggi per il padre padrone, uno di quei vecchi terribili poi tanto cari al terribile vecchio Platone delle LeggiQuando nell'incalzare del dialogo citerà, censurandoli, i comportamenti di Zeus e Crono verso i rispettivi padri, è chiaro che alluderà al comportamento di Eutìfrone.
Certo, quest'ultimo, un indovino pare neanche particolarmente apprezzato, di certo non un mago della dialettica, nell'ambito del dialogo non fa un gran figura, mostrando una discreta ottusità nel mettere in discussione le sue, poche, granitiche certezze. Non dobbiamo però dimenticare che questo è il punto di vista, diciamo l'opinione, del Platone che si cela nella statuetta di Sileno del suo Socrate, del filosofo impegnato a fondo in un grande progetto di rifondazione aristocratica che non ha certo tempo da perdere in cause che riguardano braccianti o schiavi.
Tuttavia, agli occhi di un moderno ben contento di essere tale, la tentata denuncia del povero indovino nei confronti del padre violento - possiamo immaginare come sarà andata a finire - è un gesto di grande umanità, che merita di essere ricordato. 


Quindi un figlio contro il padre e due omicidi. Ma la cupa premessa non finisce qui. I due s'incontrano all'ingresso del tribunale dell'arconte re (e la presenza dietro le quinte di questa arcaica figura non è certo un caso). Uno sta per entrare, l'altro è appena uscito: dialogo immediato, senza intermediari o reminiscenze, magia drammatica di Platone. Socrate è in punto di fare il suo ingresso per respingere l'accusa di Meleto (non a caso fisiognomicamente brutto dentro e fuori, come Tersite) e sappiamo la fine che farà. Senza contare che Atene, il grande corpo della polis, è appena uscita da una guerra civile e da una catastrofe  militare che ha visto la rivolta di buona parte degli ex-sudditi del suo impero. In  questa situazione di crisi profonda a cui la restaurazione democratica di Trasibulo sta cercando di rimediare in qualche modo (ne mimneskein “non ricordare”, la parola d’ordine tutt'altro che platonica riportata dal filospartano Senofonte nelle sue Elleniche), ecco la scandalosa novità di un uomo che vuole accusare il padre per l’omicidio di un non-consanguineo (e forse solo una profonda crisi di “valori” poteva spingere a ciò un devoto all’antica come Eutìfrone) e addirittura un dialogo su ciò che è “santo” -ma, soprattutto, su ciò che non lo è (il dialogo molto “intelligente” – e astuto, specie nei confronti dei posteri – di un disperato, letteralmente e letterariamente, perché è pur sempre il Socrate di Platone).
Alla fine del testo non si approderà a nulla, se non a smontare le premesse teoriche di Eutìfrone (ma speriamo non lo abbia distolto dal suo fine). Una buona, anzi, ottima scusa per far capire che in fondo il “santo”, cioè il “giusto” della cui “giustizia” la “santità” è parte, è lui, Socrate: una specie di difesa prima dell’Apologia.
L’esegeta, l'esperto di leggi, che tanto diceva di aver cercato il vecchio omicida per un parere (mentre il suo lavorante agonizzava nel pozzo), l’ha trovato il figlio. E’ Socrate, il figlio dello scultore, il pronipote di Dedalo inventore di automi, ispiratore alla lunga dei cittadini della Repubblica che forse è in cielo, Socrate che volò alto, come l’accusato del modo proverbiale “Accusi forse uno che vola?” (Eutìfrone 4a), come il sofista mascherato delle Nuvole di Aristofane. Ovvero, “Accusi me” sembra dire Socrate, perché se il mantis parla come un folle, allora è come Meleto e questa città (la parte democratica), che lo condannerà, condannerà il maestro di Platone, il padre spirituale che il discepolo penserà, anzi, meglio, crederà di non tradire mai.


La città malata di stasis come i vecchi di Eutìfrone, incapace di stabilire un criterio di giustizia il più possibile non contraddittorio (e quindi privo di contraddittorio, non solo in tribunale), quella condannerà Socrate, come un figlio ingrato. Come Eutìfrone.

Luca Traini






Un grande archeologo, un eroe dei nostri giorni

Fabio Maniscalco appone lo Scudo Blu dell'UNESCO a difesa di un bene culturale in area di guerra

Voglio ricordare un eroe dei nostri giorni, perché ce ne sono ancora - e tanti - anche se se ne parla poco.
Per Fabio Maniscalco, a sei anni dalla sua prematura scomparsa, questi versi di John Keats, morto come lui troppo presto:
Bellezza è verità
Verità è bellezza
Questo è quanto sappiamo e dobbiamo sapere.

E due articoli, un commosso ricordo dell'Associazione Nazionale Archeologi e uno splendido testo della moglie Mariarosaria Ruggiero, che possono ben illustrare coraggio, rigore e assoluta attualità di un uomo che ha fatto della propria vita una grande opera d'arte.

"Oggi 1 febbraio 2008, dopo una lunga lotta per la vita, si è prematuramente spento a soli 42 anni l’archeologo Fabio Maniscalco, uno dei massimi esperti mondiali in materia di salvaguardia dei beni culturali nelle aree di conflitti bellici. Docente presso la Facoltà di Studi Arabo-Islamici dell’Università “Orientale” di Napoli, con l’Osservatorio per la Protezione dei Beni Culturali in Area di Crisi dell’ISFORM, da lui fondato, aveva diretto attività e progetti finalizzati alla tutela dei beni culturali in Bosnia, Albania, Kosovo, Afghanistan, Nigeria, Palestina e molti altri paesi, impegnandosi in prima persona per censire e arginare i danni al patrimonio culturale nel corso dei conflitti bellici, tramite decine di iniziative, dossier, fotoreportage, appelli e pubblicazioni, al fine di sensibilizzare sull’argomento le istituzioni internazionale l’opinione pubblica mondiale. È proprio a causa dei suoi interventi in aree di guerra e alla conseguente esposizione all’uranio impoverito e ai metalli pesanti in Bosnia e in Kosovo, che il prof. Fabio Maniscalco aveva contratto una forma rara ed anomala di adenocarcinoma pancreatico. Gli erano stati asportati lo stomaco, parte del pancreas, il duodeno, il primo tratto dell’intestino e la colecisti. Da oltre un anno lottava coraggiosamente contro la malattia. Autore di fondamentali contributi scientifici sul tema della protezione del patrimonio culturale, ha fondato e diretto la prima rivista scientifica internazionale e multidisciplinare on line dedicata alla tutela e valorizzazione dei beni culturali: il “Web Journal on Cultural Patrimony” (www.webjournal.unior.it), cui hanno aderito oltre 50 Università e Centri di Ricerca in tutto il mondo, e creato la prima collana monografica dedicata al settore: “Mediterraneum. Tutela e valorizzazione dei beni culturali ed ambientali”. Per la sua coraggiosa attività il Prof. Maniscalco era stato nominato “Professore per Chiara Fama“ di “Salvaguardia del Patrimonio Archeologico e Culturale” dall’Accademia delle Scienze di Albania. Lo scorso anno la sua candidatura al Premio Nobel per la Pace aveva ricevuto l’adesione di centinaia di esponenti del mondo accademico provenienti da tutto il mondo, aveva inoltre ricevuto da Legambiente il premio 'Amici dell’Ambiente' [...]".



Fabio Maniscalco riceve i complimenti per la sua opera "Sarajevo" dal Ministro della Difesa Andreatta

FORMARE, EDUCARE E COOPERARE: L'ATTIVITÀ DI FABIO MANISCALCO E L'OSSERVATORIO PER LA PROTEZIONE DEI BENI CULTURALI IN AREA DI CRISI

"[...] Fabio era certo che solo l’educazione a sentire come un patrimonio comune l’espressione culturale dell’altro, anche del nemico, è la chiave per proteggere il patrimonio culturale mondiale che soffre di saccheggi e distruzioni, di snaturamenti e deturpazioni causati non solo dalla guerra, ma anche dagli interventi ricostruttivi del dopoguerra, oltre che da terremoti e disastri naturali. L’operato dell’Osservatorio fu guidato dall’esigenza di una regolamentazione della materia di tutela dei diritti umani e della difesa della cultura, dalla necessità di una divulgazione, applicazione e, ove necessario, di una revisione della legislazione; Fabio fu in più occasioni critico anche sull’operato dell’ONU, che ha in più di una circostanza dimostrato di essere subordinata alle grandi potenze mondiali, e dell’UNESCO, che non sempre è stata in grado di gestire le situazioni di crisi in maniera del tutto autonoma e indipendente.
Nell’opera complessiva di Fabio, tutelare e conservare hanno significato, dunque, non solo studiare e informare, ma essenzialmente formare, educare e cooperare; queste sono state le finalità precipue dell’Osservatorio che, nel corso dei dieci anni di vita, condusse questa disciplina da un piano teorico a un piano pratico, concretizzando indagini e studi sulla situazione dei beni culturali in alcune delle aree belliche mondiali più critiche, al fine di contrastare i pericoli per il patrimonio di quelle regioni martoriate".





SAINT-MARTIN-DE-CORLÉANS (AOSTA)
Area e aura archeologica fra mito e storia

Il sito, scoperto nel 1969, su cui oggi è in costruzione il Parco Archeologico

Scrive Silio Italico:
“Ercole affrontò le vette inviolate:
 Fu il primo. Gli dei vedono stupiti
Come fende nubi, fracassa alture,
Doma possente rupi mai battute“.
Vagava da oriente a occidente cercando fra i ghiacciai la via per i Giardini del Tramonto, dove le Esperidi avrebbero custodito gelosamente i propri frutti (forse delle arance).
O forse faceva il tragitto opposto, portando verso il piano una mandria di buoi, un po’ come oggi si fa in Valle d'Aosta durante la “désarpa” (i suoi però doveva averli rubati a un esseraccio con 3 teste 3 busti 6 braccia dalle parti delle Canarie o giù di lì).
Mah, fatto sta che:
“Verrai anche fino alle schiere dei Liguri
Che ignorano la paura, lo so bene,
E tu li combatterai, ma per quanto
Bellicoso e impetuoso, patirai”.
Questo, secondo il grande Eschilo, aveva profetizzato lo stesso Prometeo al nostro eroe, che lo aveva appena liberato.
E sempre in cerca di agrumi, Ercole si sarebbe poi diretto alla volta di Genova o Marsiglia, lasciando in Valle uno di cui si fidava, Statiello o Statelio o Statielo, il cui figlio, Cordelio o Cordelo, avrebbe fondato Cordelia o Cordella o Cordela, città madre di Aosta - e un popolo di figli, i Salassi, probabile fusione di Liguri e Celti, prima armati di bronzo, poi di ferro.
E se risali 5.000 anni indietro la lingua di asfalto di Via Saint-Martin-de-Corléans fino alle pendici di Regione Chabloz, dietro la chiesa del santo, dentro lo scavo archeologico, nei resti di pietra, in 12 pozzi, nell’impronta lasciata da 22 pali di legno, nella cenere di crani bovini bruciati troverai la conferma storica di una migrazione ancestrale dall’Anatolia, dal Caucaso.
La stessa via degli Argonauti di Ercole a ritroso. La stessa semina di denti degli eroi, degli agricoltori, dei draghi che stanno a guardia dei fiumi, come le lastre di pietra, da Gilgamesh sumero ai monumentali guerrieri qui onorati in più di 40 stele antropomorfe, scolpiti con vesti e borsette raffinate proprio sotto Via Parigi.



Frammento dopo frammento, tessera dopo tessera, come per il mosaico della Cattedrale: lì sono rappresentati e li devi risalire: il Tigri, l’Eufrate, seguire l’antica “Tabula Peutingeriana”, spingerti oltre la Galazia, la terra dei Galli in Turchia, fino alle coste del Mar Nero: “”Thalassa“! “Salassa“! Il mare! Il mare!”.
E’ proprio lì, sull’ultimo brandello di Anatolia della “Tabula”, su quella copia medievale di cartina stradale romana, che sta scritta la distanza per un’altra città, anche se il nome è quasi lo stesso: Cordìle.


Scritto con la “i“ al posto della “i greca”, la “y“, che in greco si legge quasi “u”: mùgghio notturno, abisso del Caos primigenio - e poi voce, parola, pronuncia. Pronunce che cambiano, come i nomi. I nomi segreti che si davano alle antiche città, ad Aosta come a Roma - e guai a rivelarli! Il nome aveva - e ha - un senso profondo, una sua potenza evocativa, una magia: esserne privati significa assenza di identità, di presenza qui e ora, restare un numero in attesa di essere zero, come ad Auschwitz.
Ma noi non ci faremo prendere dal panico, non precipiteremo, costruiremo intorno alla voragine tutto un recinto di “i”  facendo finta di niente.  Facendo ordine, insomma.

Dicevo: c’è scritto “lontana… 16 miglia” da Trapezunte, cioè Trebisonda, oggi Trabzon, e rischi davvero la trebisonda se cerchi Cordìle su un’altra cartina, perché pare svanita nel nulla, forse distrutta a colpi di “mazza“, divorata da una specie di “lucertola d’acqua” diventata gigante, sepolta sotto un tumulo a forma di “gobba“, “bendata” agli occhi degli uomini da qualche dio - tutta roba che in greco si scrive uguale - magari durante una danza orgiastica, il “cordàce” della Lidia, Anatolia che si affacciava sull’Egeo, proprio sopra la Caria, dov’era Mileto, patria della filosofia, della geografia, di quei coloni che fondarono prima Sinope e poi Trapezunte.
Qui alla mia epoca stava attraccata la flotta romana sul Mar Nero, i nuovi Argonauti.



Qui faceva il suo ingresso nel nostro impero quella “Via della Seta” che univa con filo esile e tenace Sinae Metropolis, Sera Metropolis (Luoyang, Xi’an), la terra dei Seri alla nostra epidermide di senatori.
Si dilapidavano fortune pur di imbozzolarsi in abiti di seta (anche perché il governo tassava al 12,5% tutto quel bendiddio appena metteva piede alla frontiera). Come non fosse bastato il numero quasi infinito di intermediari! Quante volte abbiamo cercato un contatto diretto coi Cinesi! E loro lo stesso. E per un pelo non ci siamo incontrati.
Nel 97 d.C. il generale Ban Chao aveva raggiunto il Caspio e spedito un suo ufficiale, Gan Ying, alla nostra ricerca. Ma i Parti - come poi i Persiani - avevano impedito l’incontro e lo credo bene: andava contro i loro interessi!
Quando fummo noi a raggiungere quello strano mare che è un lago, erano ormai passati quasi 20  anni e il petrolio in fiamme di Baku, se mai vi fosse riuscito, avrebbe illuminato la sponda opposta deserta: i Cinesi se n’erano andati e l’assetto geopolitico dell’Asia centrale era di nuovo in subbuglio (ce ne saremmo accorti qualche decennio dopo). E il prezzo della seta, al contrario del Caspio, sempre più salato.
E così, come due amanti innamorati di un sogno, abbiamo vicendevolmente continuato a idealizzare le nostre lontananze. Per loro “Ta-Ch’in”, cioè l’Occidente, era una specie di Bengodi. Per noi viaggiare verso Oriente rappresentava una specie di processione verso l’armonia, verso popoli sempre più saggi, fino ai Bramini dell’India e ai Seri taciturni, i più sereni di tutti.
E’ sempre meglio confinare la virtù ai limiti del mondo. O in un altro. Da questo, il profumo della santità. Da quello, l’aroma delle spezie: assafetida, spigonardo, zenzero e pepe, pepe, pepe lungo, pepe nero, soprattutto pepe. Lo ripeteva fino alla nausea il gastronomo più esperto dell’impero, Apicio: “Cospargi di pepe e servi”. Tutto: dallo struzzo lesso al cocomero bollito con le cervella, ai sedani imbevuti nel latte e cotti al forno.
Tutto. Anche la “cordùla“, pesce imparentato non solo con le sarde, disliscato e imbottito di grani di pepe, cumino, menta, noci e miele: cucito e cotto al vapore. Se arrostita, invece, abbinare a salsa con levistico, semi di sedano, menta, dattero cariota, miele, ruta, aceto, vino, olio. E pepe.
Come pepe sulle castagne cucinate a mo’ di lenticchie, con erbe aromatiche, miele, aceto e olio verde.
Voi in Valle non lo mettete sulla minestra di castagne. Però lo aggiungete alla zuppa “mitonata” o a quella di Valpelline o al “civét” di camoscio, al vitello “fricandeau“.
Che viaggio fa il pepe dall’India!
Lo stesso che fece il dio Dioniso, Bacco. E infatti col pepe ci aromatizzavamo anche il vino. Chissà che non venisse dalle vostre parti quel “vino delle Alpi” per cui andava matto Cesare. Non ce n’è uno che si chiama “Sangue dei Salassi”, “Sang des Salasses”? Ce lo vedo bene Dioniso con le baccanti trai filari di uva “petit rouge”! Che pasteggia a castagne ed “Enfer” sdraiato sul suo letto d’osso, oggi al Museo Archeologico Regionale.








AVIENO, IMILCONE E LA "VIA DELLO STAGNO

[...] Rufo Festo Avieno in un suo poemetto, “Coste marine”, narra di un ammiraglio cartaginese, Imilcone, che più di 25 secoli fa cercò di superare, via mare, proprio gli intermediari di questo commercio, puntando la prua della sua flotta a nord del padre Oceano: nessuno l’aveva mai fatto prima.



“Si apre il Golfo Estrimnide con le sue isole
Sperdute ma ricche di stagno e piombo…
L’oceano, pieno di mostri marini…
Fino alla vasta isola detta Sacra,
Terra della nazione degli Iberni.
In senso opposto, al ritorno, avrai accanto
L’isola degli Albioni… Dura in tutto
Quattro mesi questa navigazione…
Nessun alito di vento, accidioso
Il mare: dai bassi fondali salgono
Mucchi d’alghe, trattengono le navi
Come siepi. I mostri del mare nuotano
Fra imbarcazioni così lente, inerti“.



Sostituisci “Estrimnide” con “Bretagna”, “Isola Sacra” con “Irlanda” e “Albione” con “Inghilterra” e non perderai la bussola. Il tentativo di Imilcone ebbe successo ma non seguito. Ci riprovarono i greci e tuttavia solo noi romani riuscimmo, col ferro, a conquistare quelle terre plumbee per più di tre secoli, anche se ai miei tempi ormai quel dominio ristagnava. [...]








INVITO A CENA CON DELITTO NELLA ROMA DEL IX SECOLO

La Coena Cypriani



Antipasto: “Eva (prende) un frutto di fico,
una mela Rachele, Anania delle prugne,
dei bulbi Lia, olive Noè,
una salsa all’aceto Gesù”

Invito a cena con delitto nella Roma di papa Giovanni VIII (forse il primo a morire assassinato). E’ la Coena Cypriani, “La cena di Cipriano”, un piccolo gioiello, una satira mimata, uno “iocus” colto fra tardo antico e alto medioevo che imparai ad amare trent’anni fa, quando studiavo latino medievale alla Statale di Milano col mitico Giovanni Orlandi.
L'ho ritrovata su Amazon nell'edizione curata e tradotta da Albertina Fontana per Servitium.

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L’attribuzione a Cipriano, vescovo di Cartagine nel III secolo, è fittizia: il testo originario è opera di un anonimo del V secolo. Il contesto, uno scenario dove tradizione letteraria latina e biblica sono ormai in simbiosi.  La trama, esotica e senza tempo: “Quidam rex nomine Iohel”… “Un certo re, di nome Gioele, le nozze celebrava in Oriente a Cana di Galilea, e molti invitò a partecipare alla sua cena” (la traduzione, come in tutte le citazioni che seguono, è sempre di Albertina Fontana). Il fine, didascalico (“gradevole e utile, proprio perché permette di riportare alla memoria tante vicende e tanti personaggi”, parola di Rabano Mauro): infatti gli invitati, una bella folla, sono personaggi dell’antico e del nuovo testamento, connotati dal vestiario all’alimentazione. Il tutto è ai nostri occhi a dir poco bizzarro, ma si tratta di un mondo immerso nella sfera religiosa e la sacra rappresentazione procede allegra e festosa fin quasi alla fine, quando si trasforma in dramma…

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Rabano Mauro (780-856), De numeris 

Premessa: il testo che leggiamo non è l’originale, ma una delle tre rielaborazioni operate nell’alto medioevo che hanno purgato i versi da personaggi non presenti nella sacra scrittura. Autore: Giovanni Immonide (825-880 d.C.), uno dei principali artefici della politica culturale di Giovanni VIII (papa dall’872 all’882), per il quale scrisse anche una fortunata Vita di Gregorio Magno“Mi sono divertito con questo scherzo (ludus);/ tu, papa Giovanni,/ accettalo; ora puoi anche permetterti di ridere,/ se ne hai desiderio./ Mentre corrono tempi tristi, che tutto riducono/ A rovina,/ cogli dottrine a te care da questi versi”.

Riprendo in mano il caro Duchesne, I primi tempi dello Stato pontificio

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Anno Domini 876: il papa ha da poco incoronato imperatore il suo prediletto, Carlo il Calvo, e stabilizzato il potere nell’Urbe. Nonostante il pungolo costante delle flotte saracene alleate del duca di Napoli e lo stato di guerra endemica fra potentati nella penisola italica e in Europa (roba da far impallidire i contrasti di oggi), la Pasqua può essere festeggiata in un clima di relativa tranquillità: “Con quest’opera si diletti il papa/ durante i giorni di Pasqua…/… Carlo imperatore offra/ ai suoi commensali questa Cena…/…La chiesa, per ben due volte minacciata/ può rallegrarsi”.

I brani finora citati sono tratti da lettera dedicatoria, prologo ed epilogo aggiunti dall’Immonide. Ora è il caso di entrare nel vivo della festa. La cena è servita, “risus paschalis” e ritmo carnascialesco esorcizzano la morte, ma il vero cibo è la Scrittura, l’esempio quello del profeta Ezechiele (3,1): «Figlio dell'uomo, mangia ciò che hai davanti, mangia questo rotolo, poi va' e parla alla casa d'Israele».

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Il profeta Ezechiele in una miniatura del XIII sec.

Nel dettaglio.
Antipasto: “Eva (prende) un frutto di fico,/ una mela Rachele, Anania delle prugne,/ dei bulbi Lia, olive Noè,/…/ una salsa all’aceto Gesù”.
Prima portata: “Saul porta il pane, Gesù lo spezza,/…/ offre lenticchie Giacobbe,/ solo Esaù le mangia”.
Scoppia una rissa. “Resta digiuno Giovanni,/ nulla riesce ad assaggiare Mosè,/ rimane senza cibo Gesù,/ nemmeno una bricciola raccoglie Lazzaro”.
Torna la pace e vengono serviti diversi tipi di carne, le parti distribuite naturalmente da un esperto di animali come Noè: “Adamo il fianco, la costola Eva,/ il seno Maria, Sara il ventre,/ Elisabetta la vulva,/…/ le natiche Lot, Giacobbe i piedi,/ raccoglie Ezechiele gli ossi”.
Poi è il momento del pesce, con i termini letteralmente pescati dalla Storia Naturale di Plinio il Vecchio: “Eva una murena, una pelamide Adamo,/ Giovanni una "locusta",/ un pesce spada Caino,/ Assalonne un capitone, un polpo Faraone,/ una torpedine Lia, Tamar un'orata".

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Catacombe di Priscilla (Roma, II-V sec.), Banchetto cristiano

Dolci: "Giovanni (porta) il miele,/ Abramo il latte; Sara fa la pasta,/ Gesù prepara i dolci, tutto serve Paolo".
Vini: "Vino passito beve Gesù, marsico Giona,/.../ Giovanni albano,/ Abele campano, vino di Signa Maria,/ Rachele fiorentino".
Effetti collaterali: "dorme ebbro Noè,/ di bere è sazio Lot, russa Oloferne,/ preda del sonno è Giona,/ veglia Pietro fino al canto del gallo/.../ Giacomo tenta di bere nella coppa di un altro./.../ chiede Pilato acqua per le mani".
Musica: "alla cetra dà un tocco Davide,/ prende in mano un timpano Maria,/ Jubal introduce il salterio,/ guida le danze Giuditta,/ canta Asaf, Erodiade danza/.../ Isacco se la ride, dà baci Giuda,/ manda saluti Jetro".
Festa in maschera: "Gesù vestito da maestro,/ Giovanni da carcerato,/ da reziario Pietro, Faraone da inseguitore,/ Nemrod da cacciatore, Giuda da traditore,/ Da ortolano Adamo, da attrice di esordi Eva".

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Il peccato originale, miniatura mozarabica dal Beato de El Escorial (X sec.)

Colpo di scena: è stato rubato qualcosa (e i furti nella Bibbia non mancano: "Beniamino (ha rubato) una coppa/ un anello con sigillo Tamar,/ Giuditta una coperta di seta,/.../ Abimelech la moglie di un altro"). C'è sgomento fra i presenti: "Geroboamo mente, prende paura Susanna,/ Rebecca arrossisce/ si lamenta Geremia".
Delitto e castigo: il re ordina un'inchiesta. E' l'inizio della parte truculenta, specchio dei tempi in cui autorità faceva sempre rima con atrocità. Il risus paschalis inizia la sua salita al Calvario. In questo genere di menù è prevista la tortura dei convitati: "Isaia è straziato, Giona spogliato,/ lapidato Geremia, accecato Tobia,/ Dina viene stuprata, ingannato Esaù,/.../ Eva interrogata, Caino risponde 'Non so',/ è trattenuto ma nega Pietro". E' previsto anche un colpevole - è così nel teatro e anche il re ne è certo. La Bibbia (Giosué, 7, 1-26) lo aveva già condannato con famiglia e greggi a una pena atroce, lapidazione: si tratta di Acan, figlio di Carmi. Sulla scena invece è previsto il linciaggio e tutta la sacra famiglia si accanisce sul capro espiatorio. La finzione prevede: "Daniele (che) lo scaraventa a terra,/ lo colpiscono/ Davide con un  sasso, con la verga Aronne,/ Gesù con una sferza di cordicelle,/ lo squarcia in due Giuda,/ Eleazar con la lancia lo trafigge".
"Lieto fine". Tutti si danno una mano a seppellire il corpo del reato: "Offre aromi Marta,/ richiude il cadavere Noè nel sepolcro,/ pose l'iscrizione Pilato,/ Giuda riceve il compenso". Il sacrificio è consumato. Ite, missa est, esodo dalla festa, tutti a casa fra le righe della Scrittura. A due versi dalla fine "sorride dell'evento Sara".
Eco ne farà il refrain de Il nome della rosa, dove la Coena Cypriani sarà anche presa a modello per un sogno di Adso. Così come era stata archetipo dei pranzi pantagruelici di Rabelais e di Sade, di film come “L’angelo sterminatore” di Buñuel, "La grande abbuffata" di Ferreri o “Invito a cena con delitto” della coppia Neil Simon/Robert Moore. Oggi la vedrei bene recitata dall'inossidabile Gigi Proietti.

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L'imperatore in trono (dalla Prima Bibbia di Carlo il Calvo, IX sec.)

Il pontificato di Giovanni non avrebbe più goduto di questa tranquillità. Soltanto un anno dopo sarebbe morto Carlo il Calvo. Due, e il papa sarebbe dovuto fuggire in Francia, a incoronare un altro imperatore – debole, balbuziente e già malato – che sarebbe morto l’anno successivo. Alla fine, nell’881, si dovette rassegnare a porre la corona in capo a un franco orientale (germanico), Carlo il Grosso, che non riuscì a fare meglio del precedente e con la cui deposizione, soltanto sei anni dopo, sarebbe finita in modo inglorioso la dinastia dei carolingi.
In un’Europa in preda a violente spinte disgregatrici, con l’amministrazione dei beni ecclesiastici ormai in balia del nascente feudalesimo e la stessa Roma, confinata nel Patrimonio di San Pietro, preda a cospirazioni di ogni genere, i disegni egemonici del papa erano destinati a un finale tragico. Nell’882 Giovanni VIII morì probabilmente assassinato dai suoi parenti, che lo fecero avvelenare e finire a colpi di martello.
L’altro Giovanni, l’Immonide, l’aveva già preceduto nella tomba col suo lieto fine.





CURA E NATURA DELL'UOMO

Da Ildegarda di Bingen a Paracelso



“Cur moriatur homo, cui salvia crescit in horto?”

(“Perché muore l’uomo nel cui orto cresce la salvia?”)

SCUOLA MEDICA DI SALERNO (XII sec.)


L’immagine tradizionale delle streghe è uno specchio deformante dove sono state ritratte ingiustamente tante donne la cui unica colpa era di essere esperte in medicina, medicina popolare: signore delle umili erbe.


Quindi niente scope volanti, niente sabba o magia nera, ma una vera e propria persecuzione da parte del potere maschile.
E anche delle medicina ufficiale, più brava a sezionare cadaveri che a curare i vivi.


Una persecuzione pianificata soprattutto in epoca moderna, in parallelo al consolidarsi delle monarchie assolute. Il tanto bistrattato medioevo non aveva visto nulla di simile. Anzi, una grande guaritrice, Trotula, era stata attiva presso l’università più prestigiosa, quella di Salerno.


E un’altra, Ildegarda di Bingen, sarebbe diventata anche santa e, a scanso di equivoci, aveva scritto all’imperatore Federico Barbarossa: “Io posso abbattere la malizia degli uomini che mi offendono”.



Se il regno vegetale era pertinenza delle donne, quello minerale invece riguardava una specie particolare di uomini: gli alchimisti.
Di origini arabe, greche, egizie e cinesi, la parola “alchimia” o “arte di trasmutare i metalli” testimonia un interesse e una ricerca diffusi da millenni a livello planetario.
Anche in questo caso dobbiamo andare oltre il luogo comune del vecchio stregone chiuso fra quattro mura.


Non la banale brama di trasformare i metalli in oro, ma piuttosto il tentativo di collegare quest’ultimo al sole e, più in generale, di trovare corrispondenze fra quanto veniva estratto dalle miniere e le profondità del cosmo. Coinvolto in prima persona nell’incessante processo di metamorfosi della natura, l’essere umano scopriva il proprio corpo (microcosmo) in simbiosi con gli elementi della terra e con i corpi celesti (macrocosmo). Mantenere armonico questo rapporto fra scale diverse diventava sinonimo di salute.


Dalle rivoluzioni delle orbite dei pianeti alla rivoluzione filosofica del Rinascimento il passo sarebbe stato breve.

In questo orizzonte in cui le sfere celesti si trasfigurano in alambicchi si staglia la figura di Paracelso.


Svizzero di nascita, cosmopolita per vocazione come tutti i protagonisti della prima metà del ‘500, laureato in medicina a Ferrara e docente a Basilea dove, sull’onda della riforma luterana, dà pubblicamente alle fiamme i testi canonici della sua disciplina.
Aveva scritto: “Non essere schiavo di un altro se puoi essere padrone di te stesso”.
Alle alte sfere accademiche preferisce i poveri. La pratica la fa con i minatori, vestendo come loro e ponendo alla base della sua nuova scienza, la “iatrochimìa” o “chimica medica”, tre sostanze minerali: sale, zolfo e mercurio, rispettivamente collegati a corpo, anima e spirito.


Recita una sua massima: “Scopo dell’alchimia non è fare oro o argento, ma dare arcani e dirigerli contro le malattie”.
I suoi rimedi, precursori anche dell’odierna omeopatia, li definisce “spagyrici” (dal greco “estraggo e raccolgo”), prendendo esempio dalla metallurgia e dall’agricoltura. Di ogni materia cerca la quintessenza, oggi diremmo il “principio attivo”. Ma questo non avviene mai isolando il singolo elemento dal suo contesto: tutto il mondo paracelsiano è un unico grande organismo i cui segni o “segnature” , forme e colori, rimandando l’uno all’altro e sono in corrispondenza con le parti del corpo e la psiche umana.
La radice nascosta dell’uomo risiede quindi nel suo legame con la natura. E’ una lezione importante, che riecheggia quanto scritto quattro secoli prima proprio da Ildegarda di Bingen: “Uomo, guarda l’uomo: egli contiene in sé il cielo e le altre creature”.


Quattro secoli dopo uno dei padri della psicoanalisi, Carl Gustav Jung,  avrebbe reso omaggio a Paracelso vedendo in lui “un pioniere non solo nel campo della medicina chimica, ma anche in quello della psicologia empirica e della terapia psicologica”.





FILOPEMENE IN INDONESIA
Il punto di vista degli altri

Ricordi Filopemene?
Se l’avevi scordato fino a maggio di quest’anno (2013), su Wikipedia Italia non c’era.
Ma sulla pagina indonesiana sì.

Philopoemen (dalam Bahasa Yunani, Φιλοποίμην, diterjemahkan menjadi Philopoimen), (253 SM, Megalopolis  183 SM, Messene) adalah sporangi jenderal dan negarawan Yunani yang terampil, ia menjabat jabatan strategos Akhaia selama delapan kali.
Dari waktu dia diangkat sebagai strategos pada 209 SM, Philopoemen membantu mengubah Liga Akhaia menjadi kekuatan militer penting di Yunani. Ia juga dipanggil "yang terakhir dari Yunani" oleh seorang anonim Roma.

L’ultimo eroe della Grecia libera, quello ormai datato per Polibio: “Tanto cosa vuoi combattere più”.

Pierre-Jean David d'Angers, Filopemene ferito

Ma c’è in inglese, quindi parla ancora a tutti.
E in olandese? L’hai visto?

Era una copia di Plutarco mezza marcia, nella stiva di una nave alla fonda di Batavia.
Forse l’aveva presa Guglielmo il Taciturno agli spagnoli.
Forse la ritrovò Sukarno prima di Bandung.


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