ARTE

Scritti e video di Luca Traini

Indice

27 NEL SEGNO DI LUCIO FONTANA (2016)
26 FONTANA, MELOTTI, LEONCILLO (1995)
25 REFLEXions - ANDRÉ VILLERS, FOTOGRAFO PERSONALE DI PICASSO
(Versione italiana e francese, Antibes-Aosta 2007)
24 LA PHOTOSOPHIA DI ROBERTO MOLINARI (2017)
23 EUGENIO PELLINI, "DUE TELAMONI" (Varese, 1905) (2017)
22 DE CHIRICO, "I BAGNI MISTERIOSI" (Triennale di Milano, 1973) (2017)
21 BERGAMO: LA MUSA INNAMORATA DI PALAZZO RONCALLI (2017)
20 IL PAESE DELLE PIETRE SOGNANTI - IVO SOLDINI A VIRA GAMBAROGNO (2015)
19 ROBERT RAUSCHENBERG Bed _ Letto, 1955 (2014)
18 LORENZO LOTTO E GIACOMO LEOPARDI Lontananza di due solitudini (2014)
17 CURA E MALATTIA DEL GENIO Musica per Hugo van der Goes (2014)
16 HYPNEROTOMACHIA POLIPHILI Combattimento d'amore in sogno (2014)
15 LA NOSTRA CIVILTA' E' UN SOGNO AD ANGOLO RETTO (Biennale di Venezia 2011)
14 CROSSMEDIALITA' ANTICA: LISIPPO (Biennale di Venezia, 2011)
13 ALESSANDRO MAGNO IN VALLE D’AOSTA: IL CASTELLO DI QUART (2008)
12 IL VIDEOGAME COME ALTERNATIVA ALL'EFFIMERO (2012)
11 QUANDO IL GREGGE E' ARTE _ WHEN THE HERD IS ART Arcadia & Arcade Art from "Baaa Studs", Extreme Shepherding
10 IL BISTURI E L'ARCHITETTO (Triennale di Milano, 1995)
Una casa, due donne per Frank Lloyd Wright _ Frank Lloyd Wright between Petrarch and Anne Bradstreet
Le Corbusier, Cappella di Notre-Dame-Du-Haut, Ronchamp: resurrezione e ferite
9 I TRONI DI LILLIPUT (1996)
In occasione di una mostra di modellini di “Sedie d’autore” alla Triennale di Milano
Sedia di Mackintosh e Scala di Giacobbe: un relax biblico
Le Corbusier: Siège tournant / Chaise longue
Mies van der Rohe: poltrona e grattacielo _ Chair & Building
Prova a sederti nell'Autunno Caldo _ Cul de Sac
8 ARCHITETTURA E POESIA NELLA SVIZZERA ITALIANA
Mario Botta/Giorgio Orelli Video
Luigi Snozzi, Livio Vacchini/Antonio Rossi Video
Aurelio Galfetti/Fabio Muggiasca Video
7 IL CASTELLO DI GRESSAN (2012)
6 TRANSUMANZE ARCANGIOLESCHE (2004)
5 ARTE E LAVORI DOMESTICI_MACCHINE DA CUCIRE due punti SCRIVERE (2007)
4 IO E LUCIO FONTANA (2011) Video
3 ALMANACCO PANNINI (Pannini Mitelli Vivaldi) (2011) Video
2 PENNA A SFERA_BALLPOINT _ A Mario Botta Nomadic architecture of my life (2010)
1 PINA TRAINI, "Solo donne" _ "Women only: Dreams Sleep Awakenings" Video di Luca Traini con estratti dal testo "Pina Traini - Tele scultoree"  di Debora Ferrari




NEL SEGNO DI LUCIO FONTANA



Disegni e ceramiche tra Varese, Albissola e Comabbio
con i disegni di Lucio Fontana dalla Collezione Crippa
e gli artisti
Samuele Arcangioli Vittorio D’Ambros Stella Ranza Angelo Zilio
Fotografie di Roberto Molinari
A cura di Debora Ferrari, Paola Grappiolo, Luca Traini


Apertura straordinaria Casa Fontana 22 luglio dalle 17 alle 19.30,
visita e reading previa prenotazione a culturalbrokers@gmail.com

http://viaggionelsegnodifontana.blogspot.it/2016/07/22-luglio-2016-apre-per-un-giorno-la.html

"Questo segno prende vita attraverso la luce e la carta, la macchina analogica fotografica con la pellicola del secolo scorso e la foto digitale di oggi, nelle testimonianze artistiche dei fotografi Gian Barbieri e Roberto Molinari, quest’ultimo pervaso dalla sua ispirazione e dal modo di insegnarci a vedere il mondo con tanta delicatezza da rendere icona anche il taglierino, i colori, i punteruoli, le ciabatte, la vestaglia, il giubbotto, il cappello di Fontana, oggi, in casa sua a Comabbio, come se il grande genio fosse di là, nell’altra stanza, proprio dove stava seduto quando lo fotografava l’amico Gian nel 1966-68."


Un evento straordinario quello di venerdì 22 luglio: la Casa-Atelier di Lucio Fontana di Comabbio viene aperta dai nipoti Esposto-Vailati per permettere al pubblico del progetto Nel segno di Fontana di visitare in modo privato una dimora mantenuta con il rispetto e il carattere di chi l’aveva voluta così, Lucio con la moglie Teresita.
Durante la visita che sarà possibile a poche persone per volta –una decina- gli artisti Samuele Arcangioli, vittorio D’Ambros, Stella Ranza, Angelo Zilio staranno in giardino a disegnare e dialogare col pubblico, Luca Traini farà dei momenti di reading letterario e poetico con testi di Fontana e poesie di Crippa, Debora Ferrari insieme ai nipoti Anna, Matteo e Marta Vailati, guiderà i racconti dentro le stanze finemente arredate da mobili di design e da armadi e dispense disegnate e fatte realizzare dallo stesso Fontana.


L’arte di Lucio Fontana, così come quella di altri grandi esposti in mostra comeFausto Melotti, Renato Birolli, Ernesto N. Rogers, non sarebbe potuta essere come la conosciamo senza la figura di amici-mecenati come sono stati Riccardo Crippa a Varese e Tullio d’Albisola ad Albissola Marina.


"Prima di partire per lo spazio
Prima di partire per la luna
Come artista
Come uomo
Fontana venne nella nostra provincia
Elaborando carte percorsi mappe dell’anima
Nella casa di un amico: Riccardo  Crippa.

Per arrivare da Comabbio a Varese devi attraversare i paesaggi dipinti da Crippa, è il contesto del suo salotto – leggi “simposio”, leggi “anima” – dove ti ritroverai nei disegni di Fontana, insieme a Birolli, Melotti, Rogers. Lo spaziotempo è quello che precede i Concetti Spaziali, la sua luce un calore domestico in felice contrasto con le superfici lunari."

Alla Sala Lucio Fontana è presente la parte espositiva con la figura del mecenate, pittore anche lui, Riccardo Crippa (di cui in mostra è presente un ritratto di Achille Funi), che intorno a sé aveva amici destinati a diventare importanti nel corso del secolo e che lui sosteneva in amicizia ed economicamente. Crippa è stato un grande industriale, fondatore col socio Berger di Caffè Hag, e per l’industria sacrificò molta sua ispirazione artistica, testimoniata per altro dalla ricca produzione di oli e disegni, esposti in parte a Comabbio.


curatori Debora Ferrari e Luca Traini, hanno curato un libro-catalogo edito da TraRari TIPI che offre spunti inediti sulla lettura dell’arte di Fontana, partendo proprio dall’intimità del segno, dal senso del suo esserci oggi, dall’importanza delle relazioni umane un secolo fa e adesso, all’inizio di questo terzo millennio. Questo era il sogno dello Spazialismo,  perché “l'arte è eterna, non può essere immortale. Morrà come materia (…) ma il gesto è eterno” [dal Primo manifesto dello Spazialismo, 1947].

Il progetto è patrocinato dai Comuni di Albissola Marina e Comabbio, dalla Regione Liguria, dalla Provincia di Savona, da TuoMuseo; è inserito nel Festival della Maiolica di Albisola Marina.

Comabbio, Sala Fontana: 26.6 >31.7.2016 Opere di Crippa, disegni di Fontana, Birolli, Rogers, sculture di Melotti, fotografie di Molinari.

Albissola, MuDA e Bludiprussia 2.7 >7.8.2016 Disegni di Fontana, fotografie di Molinari e Barbieri; Bludiprussia: disegni di Fontana e opere e ceramiche degli artisti varesini, foto di Molinari.




FONTANA, MELOTTI, LEONCILLO
Fra Terra E Cielo

L’indagine e la ricerca contengono la dinamica di uno spirito e una materia in perenne dialettica fra il concreto e l’incorporeo. Addirittura nei Tagli di Fontana, nei Concetti leggeri di Melotti, nei Supplizi di Leoncillo, concreto e corporeo giungono a urtarsi – proprio come nei riti – e ciò che è concreto perde il suo significato di realtà così come ciò che è incorporeo si manifesta con prepotenza risultando più reale di qualsiasi cosa che possiamo sperimentare coi sensi.
La ceramica, il ferro, il grès, i disegni.
L’uovo, la scala, la colonna.
Elementi naturali e forme. Forme, non segni, quindi presenze che si significano da sé.


L’uovo, microcosmo simbolico in quasi tutte le culture, principio vitale, il germe di tutta la creazione, la materia organica nel suo stato inerte, contenitore dei quattro elementi… ed anche l’uovo alchemico da cui nascono il fiore bianco (l’argento) e il fiore azzurro (il fiore dei saggi). Elemento che richiama la natura, che è Natura.

La scala, il perpetuo movimento ascendente dell’uomo e discendente della divinità, l’accesso alla realtà, all’Assoluto, al Trascendente, andando dall’irreale al reale, dall’oscurità alla luce, dalla morte all’immortalità, il raggiungimento di un nuovo livello ontologico.
Ma anche la scala cromatica, la scala musicale, la forma di ciò che è ritmo, fantasia, volo, spirito.

La colonna, l’asse del mondo, l’asse verticale che allo stesso tempo separa e unisce il Cielo e la Terra, l’Albero della Vita; due colonne – una nera e una bianca – o una colonna divisa in due rappresenta ogni bipolarità, gli dèi androgini e i diòscuri, il Cancello del Cielo.
Richiamo alla classicità, alla religiosità, allo spazio grave e solenne di un mito.

Ecco dunque questi motivi formali essere al centro, nel cuore, della scultura e dell’opera di Fontana, Melotti, Leoncillo, elementi costituiti da una continua tensione umana, a metà fra corporeità assoluta e diafano apparire dell’essere, fra una condizione terrena ed una celeste.
Il pretesto, l’inizio della novità, contenuti negli elementi riscoperti dai tre artisti – l’uovo, la scala, la colonna – ci parlano dei concetti di Spazio, di Vuoto, di Misura. Si presentano con all’interno lo scontro dialettico fra noto-ignoto, fra luce-ombra, fra spazio conosciuto-infinito insondabile.
Questo è il centro del lavoro di questi tre grandi maestri: l’indagine interminabile di nuove realtà, nuove forme, nuove materie e il rapporto con l’infinito.
La ricerca esistenziale di un ‘perché’ dell’arte e di un ‘come’ il più vero possibile.


Tratto da Fra Terra E Cielo - Fontana, Melotti, Leoncillo (Premia Edizioni, 1995),

a cura di Debora Ferrari, con un saggio di Luciano Caramel


REFLEXions - ANDRE VILLERS
“A.”

Arrivo a Mougins con la “Pesca di notte ad Antibes” di Picasso negli occhi e un “Amore lontano” cantato da Jaufre Rudel. Un calore tutto umano, animale (cioè dotato di anima, quella vera) attende un trovatore cubista a casa di André Villers. La capra di Picasso diventano capre vere, verissimo il golden retriever Phébus che mi accoglie con ogni genere di feste.
Gli occhi di Matthieu, musicista, figlio, dove la malinconia del flauto di Poulenc si sposa a quella sorridente di Mike Hailwood.
Gli occhi di Chantal, moglie e madre anche di pietre dipinte, sottilmente venate.
Gli occhi di André Villers, marito, padre e, sotto molti punti di vista, figlio ai nostri occhi di Pablo, Picasso, e di tutta una schiera di artisti che fanno ancora la gioia dei nostri occhi.
Occhi allevati, allenati dalle mura di un sanatorio dove André restò giovane recluso per i biblici 7 anni. Tu le ritrovi sui muri bianchi esterni/interni della sua casa, ne devi fissare le increspature, le fessure, le rughe come strade che ti guidano alla radice, alle fondamenta delle cose.
Rughe, fessure, linee su carta bianca, siano ombre di steli, ritagli di un découpage o le rughe del volto di un ritratto di Cocteau (“Tant de douceur/ dans notre moelle,/ c’est un masseur/ graissé d’étoiles”, “Tanta dolcezza/ nel nostro midollo/ è un massaggiatore/ unto di stelle”), di Ponge (“La surface du pain est merveilleuse d’abord/ à cause de cette impression quasi panoramique/ qu’elle donne: comme si l’on avait à sa disposition sous la main les Alpes,/ le Taurus ou la Cordillère des Andes”,  “La superficie del pane è meravigliosa in primo luogo/ per questa impressione panoramica/ che dà: come se si avesse a disposizione sottomano le Alpi,/ il Tauro o la Cordigliera delle Ande”), di Prévert (“Et quand tous deux nous gravissions/ de l’escalier de la maison/ tous les degrés/ sur les murs avec ton gravoir/ tu gravais ma gravelure”, “E quando tutti e due salivamo/ della scala di casa/ tutti i gradini/ sui muri con la tua gradina/ incidevi i miei sottintesi”).
Quando più superfici vogliono dire profondità.
Quando la luce di una foto è accesa dall’amicizia, dalla familiarità.
Questo il segno distintivo e il senso delle foto di Villers: quando lui ti dice che fotografa col ventre un soggetto che finalmente guarda se stesso e trova il senso dell’esserci e restare qui fra noi mai a metà strada fra la macchina che riprende e quello che non c’è più.
L’uomo è qui, nella foto, come la bottiglia che porta il messaggio di una foglia, di una piuma, la carta bagnata che si piega e dà vita alle sue ombre.
La tela dove Hartung si piega nello sforzo di passare un rullo.
Gli spaghetti che ondeggiano sul cantatore calvo Ionesco.
La saliva di Villers che dovrà restare anche nel negativo di un “pliage d’ombres”.
La garza stesa sulle parole che, in altre luci, in altre foto di André finiranno per comporre il volto dell’autore di tanti altri versi scritti sulle sue foto, il volto che si sfrangia di Butor: “Ame/ sylvestre/ et suave”, “Anima/ silvestre/ e soave”.
La scrittura anche sul volto di Chantal che emerge dal nero che è un colore (Maeght dixit) – e il ritratto di Aragon:
“Mon coeur
            que lui dirons-nous quand nous la verrons
                        Compte les fleurs ma chère
                        compte les fleurs du mur »
« Cuore mio
            che le diremo quando la vedremo
                        Conta i fiori mia cara
                        Conta i fiori del muro”.


"A."

J’arrive à Mougins avec la “Pêche nocturne à Antibes »de Picasso  dans les yeux et « un amour lointain » chanté par Jaufre Rudel dans mes oreilles.
Une chaleur toute humaine, animale –c’est-à-dire possédant une âme, une chaleur vraie- c’est ce qui attend un trouveur cubiste chez André Villers. La chèvre de Picasso se transforme en de vraies chèvres. Plus que vrai le golden retriver Phébus qui m’accueille en frétillant de joie.
Et puis il y a les yeux de Matthieu, le fils, un musicien où la mélancolie de la flûte de Poulenc se marie à celle souriante de Mike Hailwood.
Et les yeux de Chantal, femme et mère, mère aussi de pierres peintes, légèrement veinées.
Les yeux d’André Villers, mari, père et, de plusieurs points de vue, fils, à nos yeux de Pablo Picasso et de toute une lignée d’artistes qui font le joie de nos yeux.
Des yeux élevés, entraînés par les murs du sanatorium où André demeura jeune reclus pendant la période biblique de sept ans. Tu les retrouve sur les murs blancs intérieurs/extérieurs de sa maison. Tu dois en fixer les fronces, les fissures, les rides telles des routes qui te conduisent aux racines, aux fondements des choses.
Des rides, des fissures, des lignes sur papier blanc, que ce soit des ombres de tiges, des coupures d’un découpage ou des rides du visage du portrait de Cocteau (« Tant de douceur/ dans notre moelle,/ c’est un masseur/ graissé d’étoiles »), di Ponge (« La surface du pain est merveilleuse d’abord/ à cause de cette impression quasi panoramique/ qu’elle donne : comme si l’on avait à sa disposition sous la main les Alpes,/ le Taurus ou la Cordillère des Andes »), et de Prévert (« Et quand tous deux nous gravissions/ de l’escalier de la maison/tous les degrés/ sur les murs avec ton gravoir / tu gravais ma gravelure »).
Lorsque plusieurs surfaces signifient profondeur.
Lorsque la lumière d’une photo est allumée par de l’amitié, la familiarité.
C’est cela la marque distinctive et le sens des photos de Villers: quand il te dit qu’il photographie avec le ventre un sujet qui finalement se regarde lui-même et il trouve le sens d’être ici parmi nous et jamais à mi-chemin entre la caméra qui reprend et ce qui n’est plus.
L’homme est ici, dans la photo, comme une bouteille qui porte le message d’une feuille, d’une plume, le papier mouillé qui en se pliant donne vie à ses ombres.
La toile où Hartung se plie dans l’effort de passer un rouleau.
Les spaghetti ondoyants sur le chanteur chauve Ionesco.
La salive de Villers qui devra rester même dans le négatif d’un «pliage d’ombre».
La gaze étendue sur les mots qui, dans d’autres lumières, dans d’autres photos d’André finiront par composer le visage de l’auteur de tant d’autres vers écrits sur les photos. Le visage qui s’effrange de Butor (" Âme / sylvestre/ et suave ").
L’écriture aussi sur le visage de Chantal qui surgit du noir qui est une couleur (Maeght dixit)- et le portrait d’Aragon.
« Mon cœur
            que lui dirons nous quand nous la verrons
                        Compte les fleurs ma chère
                        Compte les fleurs du mur».




André Villers con Debora Ferrari

REFLEXions ad Aosta

REFLEXions a Brenta



Luca Traini legge REFLEXions al Salone del Libro di Torino (2008)


LA PHOTOSOPHIA DI ROBERTO MOLINARI

Ci ha lasciato domenica 23 aprile il poeta-fotografo di Gemonio


Un grande fotografo, anche quando ci lascia, non chiude mai gli occhi perché resteremo sempre in quello che ha aperto per restituirci il mondo.


Qui e in alto Roberto Molinari in due ritratti di Debora Ferrari

Roberto Molinari era è l’arte che fotografava: quella forza misteriosa dietro un’apparenza così fragile.


Ci sarà pure un motivo se parliamo di anima. Quella messa a fuoco, quel gioco di luce impalpabile.

Qui e sopra due foto di Roberto Molinari dello studio di Lucio Fontana a Comabbio (VA) tratte dal catalogo
della mostra, curata da Debora Ferrari e Luca Traini, Viaggio nel segno di Fontana, TraRari Tipi, 2016

Roberto ci ha donato il terzo occhio a passo di danza, in pose da acrobata: improvvisamente era lì, poi sembrava scomparire – e ti era sempre accanto. Era quanto doveva ancora essere detto, la misura sottile della visione, lo sguardo.

Gli artisti e i curatori della mostra Viaggio nel segno di Fontana in una foto di Roberto Molinari:
da sinistra, Vittorio D'Ambros, Angelo Zilio, Stella Ranza, Debora Ferrari, Samuele Arcangioli, Luca Traini.

Non può essere assente. Restiamo nel suo riquadro in attesa che dica “Va bene”. E riabbracciarlo mentre sorride, anche nel bianco e nero dei sogni.


ROBERTO MOLINARI E LA SUA PHOTOSOPHIA


Roberto Molinari, Sergio Tapia Radic

“La visione è l’arte di vedere cose invisibili” e in questo modo Roberto Molinari ha dato al mondo dell’arte e agli artisti la sua personale poetica di ripresa attraverso la fotografia. Attivo da oltre trent’anni in territorio varesino e nazionale, Molinari era passato dalla passione per il disegno a china e matita, che coltivava con grande raffinatezza, a metà anni Ottanta, all’amore per la fotografia d’arte e di reportage poetico, lui stesso stampatore dei suoi indimenticabili bianchi e neri.

Roberto Molinari, Albino Reggiori

Con chi firma questo articolo ha scattato migliaia di fotografie in studi, atelier, mostre d’arte, vernissage, conferenze stampa, pubblicate anche per La Prealpina e Lombardia Oggi tra il 1990 e il 2000, ma soprattutto veniva chiamato dagli artisti per la sua capacità poetica di documentare il lavoro dell’arte e il suo esito pubblico rispettando la personalità dell’autore, accentuandola naturalmente. Con leggerezza, pudore, semplicità e sincerità, si muoveva intorno ai soggetti  quasi impercettibilmente, come uno spirito che coglie l’apparire segreto del mondo. La sua fotografia possiamo ribattezzarla ‘photosophia’ perché la sua attenzione era all’anima e al senso delle cose, in relazione una con l’altra. Non si limitava a riprendere le opere d’arte destinate a essere scontornate su un catalogo, le faceva vibrare dello spazio circostante, della luce interiore, del significato per un preciso momento storico o un moto sentimentale. La sua è stata una fotografia essenziale, piena di verve, a volte drammatica, a volte gioiosa, sempre rispettosa di ciò che andava a immortalare per sempre, in connessione col senso della vita. La sua ispirazione ci ha insegnato a vedere il mondo con la sua delicatezza poetica tanto da rendere icona ogni cosa che fotografava, come lo scorso anno il grande lavoro per Lucio Fontana nella casa di Comabbio dove ha documentato, insieme ai nipoti del grande artista, in modo essenziale e poetico i suoi strumenti, come taglierino e colori, e i suoi indumenti di lavoro nell’ambiente di design domestico.

Roberto Molinari, Nes Lerpa

La macchina fotografica, l’obiettivo, erano il prolungamento della sua visione cerebrale ed emozionale, tanto quanto era noto per le sue contorsioni nello scatto per carpire le visioni dai punti di vista più segreti. Proprio due mesi fa con noi curatori aveva appena concordato col Direttore dei Musei Civici di Varese la sua mostra personale per i trent’anni di attività fotografica, destinata agli inizi del prossimo anno in Sala Veratti e dal titolo “Obiettivo Soggettivo, i volti nell’arte di Roberto Molinari da Azuma a Scheiwiller”, un repertorio di stampe da lui realizzate negli anni Ottanta e Novanta e una serie di altre fotografie fino alle più recenti, capaci di donarci l’intimità degli artisti e delle loro opere in un centinaio di scatti scelti. Nomi internazionali come Azuma, Abate, Botero, Dangelo, Fabbri, Scheiwiller, Shiao, Veronesi, Sangregorio, Baj, Borghi, Bodini, Lerpa, Ukrufi, per citarne alcuni, accanto ai non meno noti e ben conosciuti a Varese quali D’Oora, Ferrario, Robusti e Robustelli, Reggiori, Vicentini, Lischetti, Arcangioli, Ranza, Zilio, D’Ambros, Morlotti, Traini, Costantini, Monti, Lindner, Ambrosini, Chisari, Quattrini, Scarabelli, Tapia Radic e la lista prosegue. Ha pubblicato le sue fotografie in numerosi cataloghi di artisti, riviste, quotidiani, mai per vanto personale, sempre per servizio agli altri, generosamente. Questo lavoro sulla sua opera proseguirà per avere corpo nella mostra in preparazione e col suo archivio.

Roberto Molinari, Anny Ferrario

Una malattia fulminante gli ha interrotto ogni prospettiva, a settant’anni da pochi mesi compiuti, lasciando il figlio Alessandro, parenti, amici, artisti, sconvolti dalla velocità dell’accaduto. Molinari stava lavorando alla grande mostra per Eugenio Pellini e Vittorio Tavernari che a fine maggio si aprirà negli spazi del Museo Bodini e Museo Salvini a Gemonio e allo Studio Almiarte, e alla SOMS di Caldana dove ci sarà proprio la parte fotografica degli studi degli artisti visti negli scatti di Roberto.

EUGENIO PELLINI, "DUE TELAMONI" (Varese, 1905)



I due Telamoni del Pellini stanno a guardia di un numero 17 da più di un secolo, giganti in una piccola città, testimoni di un mito in grado di sorreggere balconi come architravi di un tempio. Dio e lo spirito dei tempi erano già scesi in forma di vapore nella prima stazione ferroviaria di Varese e come ipostasi di luce per ombre immobili nelle prime lampadine.


Passa il tempo, passano oltre gli studenti che arrivano in treno, indifferenti come gli altri passanti perché alle due statue manca un tempio. C’è San Vittore, c’è il Sacro Monte, ci sono le stazioni della Nord e dello Stato, c’è accanto l’enorme facciata di un cinema storico per la città, il Politeama, chiuso. Ma la gente non ha pietà per chi resta fuori, sotto i cornicioni, i ponti, i balconi, anche se sono statue, soprattutto se sono statue e non rondini o statue non antiche, ma dell’epoca del piccolo re dal lungo nome: Vittorio-Emanuele-III.


Non sei antica, non sei cristiana e allora i gas di scarico t’inquinano senza senso di colpa. Diventano e restano nere, tornano a riflettere l’essenza umana della pietra: essere sempre prigioni e allo stesso tempo angeli. Ci stanno pensando. E non scenderanno.

Eugenio PelliniDue Telamoni per il balcone di Casa Bianchi (1905), Varese, Via Morosini 17

Testo e foto di Luca Traini


 DE CHIRICO, "I BAGNI MISTERIOSI"
(Triennale di Milano, 1973)


Commento musicale Giacinto Scelsi, Le réveil profond (1972)


Devo chiedere al cigno se è stato Apollo a far scaturire quell’acqua con un graffito. Dinamica e immota, i bordi taglienti come una ferita interiore nel vero composto di ossigeno e idrogeno, che riflette.


Quale Apollo? Quale Ermes? Quali bagnanti? Il gioco è sospeso.


Il pesce è un arbitro muto. Osserva quel tanto che basta gli dei o gli uomini sorgere da onde di pietra, immemori che ogni altare sorge da un sostegno liquido.


Nota come la scala, come i piccoli pilastri poggino saldi sul fondo di una piccola piscina. Tu, se sali, hai la possibilità concreta di passare oltre il fantasma di una porta.



Testo e foto di Luca Traini


BERGAMO: LA MUSA INNAMORATA DI PALAZZO RONCALLI


Commento musicale Ludovico RoncalliPassacaglia


I resti degli affreschi di Piazza Mascheroni come frammenti lirici.


L’epica dell’uomo con lo scettro è solo un ricordo triste.


Vive di musica discreta il flautista che ama nascondersi, quanto resta di un grande concerto è un soffio evanescente ma tenace.


Sembra ancora ispirare chi spalanca le imposte perché possano baciarsi gli amanti.


Testo e foto di Luca Traini
Per approfondimenti territorio.comune.bergamo.it


IL PAESE DELLE PIETRE SOGNANTI

"dal fondolago, fino al nuovo
incendio mi fa strada"

Eugenio Montale, Da un lago svizzero


Commento musicale Arthur Honegger, Suite archaïque

Le prime statue che incontro sono quelle del lago, appena emerse da qualche abisso luminoso. Monocromi squillanti quasi ancora fluttuano approdando nel piccolo porto di Vira Gambarogno.

Foto Luca Traini

La dinamica dominante è quella aerea: un passo dalla terra, dall'acqua - un passo più vicino al cielo, come questo paese incantato, sospeso, dove sono esposte in osmosi.
Qui davvero l'arte è di casa, da quasi cinquant'anni (1968), e si vede, si contempla in una specie di estasi quotidiana; le opere sembrano avere appena socchiuso la porta o guardarti dalla finestra prima di sorprenderti a ogni angolo di strada.

Foto Luca Traini

Maestria dell'organizzazione e genio dell'artista hanno dato vita a una coralità diffusa di presenze e contesti, un percorso mutante di piccoli teatri silenziosi, ognuno aperto a una prospettiva diversa, a un nuovo orizzonte.
Consacrate al vento,

Foto Luca Traini

al verde,

Foto Luca Traini

alla pietra,

Foto G'15

acrobate dei tre elementi (terra, acqua, aria) come il paese che le custodisce come figlie,

Foto G'15

le statue di Ivo Soldini intonano i loro inni muti a un genius loci sognante.







ROBERT RAUSCHENBERG Bed _ Letto (1955)


“Il pittore, il fabbricante di letti, Dio”
Platone, La Repubblica, 597 b


Nel letto di Rauschenberg è il corpo dilaniato del XX secolo, tutta la sua gamma delle sue ferite ancora vive.




Devi sporcarti gli occhi dentro quei brandelli di lenzuola. Come le mani dell’artista, dell’uomo, del ragazzo che studiava farmacia e prestò servizio militare in un ospedale psichiatrico (c’era la guerra).
C’è l’ombra, tutte le ombre sudice dell’epoca più luminosa.






RECANATI: LORENZO LOTTO E GIACOMO LEOPARDI

Lontananza di due solitudini

Parte prima

Immagina l’incontro degli occhi di Giuseppe di Arimatea con quelli del poeta.

Lorenzo Lotto, Polittico di San Domenico, Recanati, 1508, Dettaglio della Pietà con Giuseppe di Arimatea

Meno di un attimo. Due dolori che non si parlano.
Abissi di tempo, di senso. L’infinito del pittore è concreto, è quel cadavere bianco destinato a risorgere. Lo strazio di Giuseppe è solo questione di tempo: una breve concessione al dramma da parte dell’eterno.
La tragedia del poeta non prevede un dialogo con questo genere di sofferenza a tempo. Troppi colori per un letterato. Troppa fiducia nell’attesa per il filosofo del nulla, per l’uomo che ha fede solo nella memoria delle speranze tradite di un fanciullo.
Qualcuno dovrà pur asciugare le lacrime di Giuseppe. Questa la volontà del pittore.
Illusioni! grida il filosofo” avrebbe pensato Leopardi, citando Foscolo, cercando nel pianto le uniche tracce luminose, tremanti del nostro passaggio.

 Lorenzo Lotto, Polittico di San Domenico, Recanati, 1508, la Pietà nella cimasa

LEOPARDI Come sei bella, Maddalena! Potessi baciare le mie ferite come la mano del tuo dio che non esiste.

Recanati e Loreto in un'incisione della fine del XV secolo

Lotto era finito a Recanati sulla strada per Roma, pieno di speranze. L’approdo momentaneo era una città che comprendeva anche Loreto in pieno decollo spirituale ed economico: un santuario quasi completato che aspettava solo la facciata del Bramante, un vescovo imparentato con papa Giulio II e un altro prozio del futuro poeta Torquato Tasso (parola di Monaldo Leopardi).

San Flaviano protettore di Recanati, incisione di Secondo Bianchi (notizie 1780-1820)

La Recanati del poeta era pura provincia della Restaurazione: un paese privato di Rinascimento, Loreto e anche del relativo sviluppo economico seguito alla creazione del porto franco di Ancona (1732).




CURA E MALATTIA DEL GENIO


La musica di Hugo van der Goes


Hugo van der Goes, Edward Boncle in adorazione della Trinità (part.), 1480 c.a


Parlerò di come ho immaginato la musica di un pittore che amo, curato col canto da quanto agli altri parve follia.

Ho sempre sfogliato con tenerezza il volume dei Maestri del Colore dedicato ad Hugo van der Goes,  perché la biografia in bianco e nero riportava solo qualche notizia strappata al silenzio prima dei suoi accessi di malinconia feroce. Restava segnata qualche traccia del successo di un artista inquieto - dovevi investire nel tessile, fiammingo, e sei rimasto prigioniero della trama di una tela: non avevi neanche trent’anni e, nel 1468, figuravi già tra i migliori salari per le decorazioni delle nozze fra Carlo il Temerario e Margherita di York. Decano della gilda dei pittori di Gent nel 1474, confermato nell’incarico fino al 15 agosto del 1476, ma, già nell’autunno del ’75, frate converso nel convento degli agostiniani presso Bruxelles: lo studio innamorato del nudo de "Il peccato originale" diventava la slavina umana alle falde della montagna nuda de "Il compianto di Cristo". I profeti aprono lo scenario della sacra rappresentazione dell’"Adorazione dei pastori" e poi quella profusione di ori nell’"Adorazione dei Magi", figlia delle ricchezze – e dell’arte – dei mercanti fiorentini. Il priore del convento, padre Thomas, chiude un occhio ma tu sei ossessionato dall’Antico Testamento, dal Vitello d’oro cui hanno consacrato la loro vita gli agenti commerciali dei Medici, come Tommaso Portinari. E il "Trittico Portinari" è il tuo capolavoro e, contraddizione dell’Arte che pretende la consunzione, forse lo termini in convento. Ora è il momento della musica: Gilles Binchois, "Amoreux suy" per il ritratto della giovane figlia del committente, Margherita, fulgida bellezza bionda accanto alla madre diafana;"De plus en plus" la santa omonima col libro e il dragone e la Maddalena, con gli unguenti che non guariranno. La natura morta di fiori – gigli rossi e aquilegia, iris bianchi e garofani che alludono a tragedia e immortalità – e il covone di frumento che è l’eucaristia, “Betlemme”, letteralmente “Casa del pane”, per te amaro. Eppure convitati e angeli sembrano cantare la “Missa Ecce ancilla Domini” di Dufay, diretta dal mio René Clemecic, dall’”antico” Clemencic Consort sulla quinta traccia dell’ LP e del CD, quel maestoso finale del “Kyrie”. Poi, Hugo, ci dovrà essere quell’impassibile "Ritratto di donatore con S. Giovanni Battista" o "La morte della Vergine" mentre il tuo priore dispone il coro per cercare di rasserenarti, inventando la musicoterapia. Ma il pane non può essere spezzato su una tavolozza di colori. Alle mani giunte in preghiera deve essere strappato il pennello. La stessa cosa accade a Botticelli più o meno negli stessi anni.
Tu, come scrive il tuo compagno di noviziato Gaspard Ofhuys, vinci l’autodistruzione e la condanna di Dio ed esci dalla “frenesis magna” per morire, come si dice, “sano di mente”. Forse volevi diventare anche musicista ma non ne avesti il tempo. Il genio vuole provare tutto prima che sia troppo tardi. Ed io, insano per la tua bellezza, a più di mezzo secolo, non posso fare a meno di dedicarti il Planctus o la Déploration di Ockeghem sulla morte di Binchois.

“Omnia vincit amor”.




COMBATTIMENTO D'AMORE IN SOGNO



Scritto forse da un principe. O da un frate. O semplicemente da un umanista innamorato di Platone che non rinunciò al piacere in vista di un Amore più grande.
Certamente un genio l’artista delle xilografie - Andrea Mantegna? – e l’editore, Aldo Manuzio.
Mistero ed enigmi di fine secolo (Venezia, Anno Domini 1499) per l’incunabolo più raffinato, primogenito già perfetto, come un’Iliade o una Divina Commedia, della rivoluzione tecnologica della stampa.
Polifilo cerca, trova e perde Polia in sogno: parabola cristallina e complessa del Rinascimento.


Quattro lingue per tre vie.


Quando dall'alto ci è dato speranza,
O tu c'hai efigia d'animal resibile,
Perviensi all'uom, lasciando il corruttibile.



Fontana perpetua e mobile, sormontata da arboscello di melograno d'oro
con foglie di smeraldo, frutti di rubino e fiori di corallo: simboli di rinascita.


O donne che ascoltate,
Deh végnave pietà del mio dolore!
Queste pene spietate,
Ben me le crede chi ha provato amore,
Pregàti Dio signore
Che finisca li pianti
E torni in canti
La mia malinconia.
Metamorfosi di sette ninfe in allori alla presenza del dio Giove 


Dàtime a piena mano e rose e zigli,
Spargeti intorno a me viole e fiori;
Ciascun che meco pianse e miei dolori,
Di mia leticia meco il frutto pigli.

Matteo Maria Boiardo


Commento musicale




LA NOSTRA CIVILTA' E' UN SOGNO AD ANGOLO RETTO _ CIVILIZATION IS A RIGHT ANGLE

The Screen
We start from the earliest evidence of abstract thought and conception of geometrical shapes bySapiens Sapiens individuals: the lozenges carved on red ochre (which is also the first cosmetic, and the Sapiens is sapiens twice because he is “homo cosmeticus”) found in caves in Blombos, South Africa, and dating from 70-75,000 years ago. Without these abstract shapes we would not have all our everyday’s square-angled structures (doors, windows, pictures, screens, etc.). Similarly, without the agricultural revolution of 10,000 years ago, and the birth of cities stemmed from the invention of bricks (or of squared stones), we would not have the culture of pictures. Moving from such an early start, we get to frescoes of Pompei, and specifically to a frescoed picture portraying Terentius Neo and his wife as they hold two important tools from the crucial technological revolution that was the invention of writing: a papyrus and a wax tablet (which in Plato’s Theaetetus is compared to our memory), the mother of the blackboard, grandmother of the scratch pad (great-grandmother of the iPad) and, even more importantly, forerunner of the codex (i.e. the modern, rectangular book). And the modern book will have as its main supporters nobody else than the Christians (for that reason mocked by the rich, snobbish Pagans who only used the “volumen”). The Bible, the book par excellence in the Middle Ages, was popularized through images (“Biblia pauperum”) in large cathedrals, where the speculative thought of theologians also found its way in enormous stained glasses like those in Chartres, nothing short of a screen populated by the figurations of Divinity (even though we do not agree with Bernard of Chartres’ statement that we are “dwarves standing on the shoulders of giants”: we were, are and will always be nothing but men). We are definitely soaked with these squared structures, from which it is hard to escape. If we must try, without necessarily take off to hypothetical celestial spheres, then we should do it in an ironic, neo-ludic fashion, like in a painting by 19th century Spanish artist Pere Borell: a kid who cheats every kind of frame. However, in the 20th century, the screen obtained its secular massified consecration with television, and playing with globalization is well worth a mass: a new Flemish mass that borrows materials from rock songs and, in the arts, finds its expression and “aura” in Nam June Paik’s Videoflag. And again, now that year 2000 is ancient history, isn’t there an aura, as well, around the Magnavox/Odyssey Pong console, or maybe the Arcades, entirely immersed into a cloud made of smoke, not from incense, but from the nostalgic player’s cigarettes?
The question is still open, and the push to go beyond and maybe shatter all screens is very much alive: from the squared shapes inspired by crystals – Cueva de los Cristales // Cueva de las Manos – and the quartz crystals of tectonic plates to the touch-screen to be pointed at with Michelangelesque fingers, the road is all downhill.





Lo Schermo
Partiamo dalla prima testimonianza di pensiero astratto e di realizzazione di forme geometriche da parte dell’homo sapiens sapiens: le losanghe su ocra rossa (tra l’altro primo cosmetico e il sapiens è due volte sapiens anche perché compiutamente “homo cosmeticus”) delle grotte di Blombos, in Sudafrica, datate 70-75000 anni fa. Senza queste forme astratte non avremmo tutta le nostre realtà domestiche ad angolo retto (porte, finestre, quadri, schermi, etc.). Come, senza la rivoluzione agricola, 10000 anni fa, e la nascita delle città grazie all’invenzione del mattone (o della pietra squadrata), non avremmo avuto la cultura del quadro. Inquadrando così il nostro percorso giungiamo agli affreschi delle domus di Pompei e a un quadro affrescato che ritrae Terentius Neo e consorte che reggono in mano due importanti strumenti figli di quella fondamentale rivoluzione tecnologica che è stata la scrittura: un papiro e una tavola cerata (e Platone nel “Teeteto” paragona a questa la nostra memoria), madre della lavagna, nonna del block notes (bi-trisavola dell’iPad) e soprattutto antesignana del “codex”, (cioè del libro rettangolare moderno). E il libro moderno col suo comodo formato avrà per principali diffusori proprio i cristiani (in questo sbeffeggiati dai ricchi snob pagani cultori del “volumen” di papiro). La Bibbia, poi, Libro per eccellenza del medioevo, sarà diffusa per immagini (“Biblia pauperum”) nelle grandi cattedrali dove saranno figlie del pensiero speculativo dei teologi anche le grandi vetrate, come quelle di Chartres,  vero e proprio schermo dove passare in rassegna le figure del divino (anche se dissentiamo da Bernardo di Chartres con la sua storia che saremmo nani sulle spalle dei giganti: siamo stati, siamo e saremo sempre uomini e basta). Siamo profondamente impregnati di tutte queste realtà squadrate da cui è difficile sfuggire. Se proprio vogliamo tentare, senza dover per forza decollare  alla volta di presunte sfere celesti perfette, allora tanto vale farlo, con ironia oggi potremmo dire neoludica, come ha dipinto nell’800 il pittore spagnolo Pere Borell: un fanciullino che si fa beffe di ogni cornice. Ma lo schermo ha raggiunto nel XX secolo la sua consacrazione laica di massa con la televisione e giocare con la globalizzazione val bene una messa: una  nuova messa fiamminga che pesca dalle canzoni rock e in, in aura artistica, si configura in  Videoflag di Nam Jun Paik.  E poi, ora che il 2000 è ben superato, mancano forse di aura anche la mitica console Magnavox/Odyssey di Pong  o le Arcade immerse nella nuvola non d’incenso ma di sigarette dei giocatori d’antan?
Il discorso è aperto e la volontà di andare oltre e - perché no? - infrangere ogni schermo divisore è ancora viva (dai cristalli ispiratori di forme squadrate - Cueva de los Cristales // Cueva del las Manos - e dai quarzi propulsori della tettonica a placche al touchscreen da puntare con dita michelangiolesche la strada è tutta in discesa).




THE MEMORY OF LYSIPPOS IS CROSS MEDIA
(2011)

Anton GoubauArtisti nel gregge mentre copiano la copia dell'"Ercole a riposo" di Lisippo, 1662

Apro il catalogo della mostra di Lisippo a Roma e delle 1500 statue che gli attribuisce Plinio il Vecchio non sembra essere rimasto nessun originale se non forse tre. Forse anche un piedistallo. Forse.
Leggi che aveva inventato una tecnica per forgiarne in serie in bronzo e guardi le copie romane in marmo sopravvissute allo scempio del tempo.
L’opera di Lisippo sono dunque soprattutto memorie riportate su papiri di cui non resta traccia, da schiavi senza nome, tramandate da pergamene che hanno avuto in sorte, specie se latine, di non essere raschiate per far posto a relitti ricomposti di altre culture in una nuova. E qui penso alle commedie di Plauto e alla loro fonte principale: il palinsesto ambrosiano. Lì stavano scritte, prima di essere raschiate e far posto – per ragioni di risparmio? Per una condanna morale? Più il risparmio che la condanna, sembrerebbe – ai Libri dei Re della Bibbia, anch’essi frutto di una scelta (quasi nessuno di questi sovrani fa bella figura anche perché i regni erano due, la storia a noi pervenuta scritta da uno solo e poi il concilio di Calcedonia mille anni dopo voleva  separare il grano dal loglio, i cosiddetti apocrifi). E le commedie, per  tornare in scena e sulla carta avevano dovuto attendere altri mille anni e un cardinale, Angelo Mai, che con una spugna imbevuta di acido gallico aveva fatto riaffiorare per un po’ l’originale. Poi  la chimica, altro segno dei tempi, aveva di nuovo reso tutto quasi illeggibile e c’era voluto l’amore d’acciaio di uno studioso prussiano, Wilhelm Studemund, perché tornassimo a ridere su quelle pagine. Ci aveva rimesso la vista. “Se non ti amassi più dei miei occhi” aveva postillato a sua volta citando Catullo. Quando lo lessi la prima volta mi tolsi gli occhiali e piansi.
Torno a cercare d’intravvedere un originale di Lisippo su una moneta romana. Cerco una statua che non c’è più passando con moto bustrofedico  dalla foto riprodotta alle righe di un testo stampato da sinistra verso destra per la gioia di De Kerckhove (“Dall’alfabeto a internet”) e mia, da un JPEG di Google Immagini a una pagina web di Wikipedia a cui non so se fare aggiunte o meno. La statua di Alessandro Magno che alza gli occhi al cielo cercando il sole è a pagina 401 e fa il paio con la mia ricerca di una presa della corrente perché ho dimenticato ricaricare il portatile. Da una serie di affreschi della leggenda di Alessandro Magno riportati alla luce nel castello di Quart (AO) ebbe origine l’idea di fare una mostra su videogiochi e beni culturali ad Aosta nel 2009.
Ma dov’è l’opera antica?
Ascolti Paolo Moreno, emerito esperto dello scultore greco, dal canale che ha in Youtube, ne leggi l’intervista nell’archivio on line del “Corriere” e speri che abbiano davvero un fondamento, un basamento anche le attribuzioni al ”Pugile delle terme”, all’”Eracle” di Chieti, all’”Atleta” pescato al largo delle mie Marche e finito al Getty Museum di Malibù.
Ma anche non fosse così, c’è una storia di tecnologia che si fa arte e da una perfezionata meccanica di calchi in gesso moltiplica le statue in bronzo col sistema della fusione indiretta, si riflette in antichi specchi di metallo nel marmo delle copie romane e trapassa, sempre più impalpabile, nelle copie di papiro decomposto, affiora dalle pergamene raschiate per farsi più evidente nelle stampe d’epoca ormai ingiallite fino al catalogo del ‘95 acquistato remainder, all’”Eros a Tespie”  della pagina “Lisippo” in inglese di Facebook.
Vorrei twittare con Posidippo il dialogo in forma di epigramma che aveva dedicato alla statua del “Kairos”, è il momento:


“Chi lo scultore e da dove veniva?”
“Veniva da Sicione”.
“E come si chiamava?”.
“Lisippo”.
“E tu chi sei?”
“Sono il Tempo che controlla ogni cosa”.
Il tempo e lo spazio di una realtà aumentata dove ogni volta lo studio scientifico dell’arte è anche il sogno di una cosa: Michelangelo che non vuole completare il torso dell’Ercole Farnese e poi elogia le gambe della statua rifatte da Guglielmo della Porta a fronte di quelle originarie appena ritrovate. In realtà copie romane come l’Apollo del Belvedere, di altro scultore, pietra angolare di Winckelmann e della storia dell’arte contemporanea.
Tutto un mondo del doppio con cui ogni volta cerchiamo di definire la nostra identità tentando di inquadrare un passato che sfugge.
Come in questo momento di fronte a questa schermata, dove il ritratto di Aristotele dovrebbe essere l’ennesima copia del padre del Virtuale, Alessandro a cavallo un videogame (“Sparta II”) e l’Apoxyomenos era forse già negli Hyper Sports della Konami.
Crossmedialità antica.




ALESSANDRO MAGNO IN VALLE D’AOSTA
IL CASTELLO DI QUART



Come uscito da un quadro di Mantegna ma concretamente piantato a guardia dell'antica "Via delle Gallie", a quattro miglia romane da Aosta, il castello di Quart domina anche l'autostrada assorto nel suo trono di montagna. Fondato intorno al 1185 dai Signori di Quart (già Signori della Porta di Sant'Orso nel capoluogo), passato di mano più volte, vissuto fino alla metà del secolo scorso, ha più la storia e l'aspetto di un corpo vivo, ricco di tutte le sue età e stratificazioni, assopito come una specie di Endimione di pietra.
Ispirato dagli articoli apparsi sul Bollettino della Soprintendenza, in un giorno di apertura straordinaria dei lavori di restauro ho la fortuna ammirare dal vivo gli affreschi del donjon ( XIII-XIV sec.)...
Stanno emergendo dalla coltre di scialbo che li ha coperti per più di mezzo millennio a calibratissimi colpi di laser - ti sembrano quasi quei piccoli schiaffi che si danno ai dormiglioni - e quanto comincia a stamparsi nei nostri occhi è una specie di puzzle delle meraviglie dove si incrociano frammenti e destini di Alessandro Magno e Sansone, eredità grecoromana e giudaicocristiana rivestite cogli abiti dell'età di mezzo per Giacomo III di Quart.
Il condottiero macedone, di leggenda in leggenda ormai diventato anche modello di vita cavalleresco, è giunto ai confini del mondo, in un'India favolosa dove ci si nutre di opobalsamo e incenso. Sta ascoltando l'oracolo degli Alberi del Sole e della Luna, carichi di teste umane secondo la tradizione orientale dell' Albero Secco: "Alessandro, invincibile in guerra, tu potrai, come hai chiesto, essere il solo signore del mondo: ma non rientrerai più vivo in patria". Poi a riflettere non è più il re, ma l'uomo: "Sentendo queste parole io rimasi sbigottito, colpito nel profondo dell'anima: fui dispiaciuto d'aver portato con me tanti uomini fin laggiù, a quegli alberi sacri".
Si tratta di brani tratti dall'incantevole ma fittizia "Lettera di Alessandro ad Aristotele", testo di grande diffusione dalla tarda antichità fino a tutto il medioevo (fra i prediletti dalla scuola filosofica di Chartres). Il sovrano descrive al maestro lo stupore e il prezzo della sua gloria terrena: la morte ancora giovane (alla fatidica età di 33 anni). E' ora di tornare indietro. E' una lezione di umiltà.
Ecco allora spuntare sulla parete accanto i resti di una rappresentazione che non sembra avere nulla a che fare con il viaggio verso l'ignoto: quella, tutta quotidiana, del Calendario. Felice contrasto, raffigurazione di grande successo all'epoca, ma quale il legame?
Il nodo di Gordio può essere reciso se facciamo riferimento a un altro bestseller di quei tempi, il poema "Roman de Alexandre" di Alexandre de Paris (XII sec.), il padre del verso principe della letteratura francese: il dodecasillabo "alessandrino". Infatti alla strofa 95 troviamo descritto l'interno della fantastica tenda del Macedone: "I dodici mesi dell'anno vi sono tutti illustrati/ Così come ognuno mostra quel che sa fare/ ... E sopra tutto è dipinto l'anno nella sua maestà". Proprio come nel più antico dei due mosaici del coro della cattedrale di Aosta (seconda metà del XII sec.), in forma di signore elegante e multicolore che regge nella destra il sole e nella sinistra la luna contornato dai medaglioni dei mesi (senza contare che anche nel mosaico più recente, inizi XIII secolo, la raffigurazione di animali fantastici insieme al Tigri e all'Eufrate potrebbe essere anch'essa retaggio di quelle fantastiche avventure).
Tutto sembra proprio tornare. Come il ciclo invincibile del tempo, a cui anche i grandi devono sottostare. Ritorno all'ordine, ruota che gira implacabile, ma anche vita che torna a sbocciare ogni primavera, naturalmente simbolo di rinascita spirituale.
Ecco perché quindi anche Sansone, anch'esso già presente in Valle in un altro splendido mosaico del XII secolo, quello  della chiesa aostana di Sant'Orso (guarda caso), mentre spalanca le fauci al leone cerchiato dall'enigmatica scritta palindroma "Sator arepo tenet opera rotas". Ma cosa c'entra col resto questa lotta uomo/animale, quest'altra impresa del giudice veterotestamentario rivisto e affrescato per un nobile cattolico? C'entrano la nascita dell'eroe (per volontà divina da una madre sterile) e la fine apparente della povera fiera, che, al contrario del suo simile greco di Nemea, una volta morta, narra il testo biblico dalla sua carcassa prendesse vita uno sciame di api con tanto di miele. Quelle api, simbolo di castità e di vita che procede dalla morte fin dalle "Georgiche" di Virgilio e dai "Fasti" di Ovidio ("una sola anima uccisa ne generò mille"). Si tratta della famosa (e famigerata) "generazione spontanea", teorizzata proprio da Aristotele, contro cui la scienza moderna dovette combattere più di due secoli prima che gli esperimenti di Pasteur ne avessero la meglio. Ma restando negli orizzonti dell'arte medievale i conti - e soprattutto le simbologie - tornano (anche se dovesse comparire, come sembra, una Dalila che fa recidere le sette trecce all'eroe addormentato): la gloria dovrà tenere conto dell'umiltà per aspirare alla vera rigenerazione, quella spirituale.
La mente spicca l’ultimo volo passando dalle Alpi al Caucaso, facendo riaffiorare alla memoria i versi che il poeta azero di lingua persiana Nezami (1141-1209) fa dire ad Alessandro morente: "Da questa terrena fortezza m'ha per sempre liberato il cielo,/ e possano tutti infine esserne come me liberati".

Siamo usciti. Lungo le mura cerco di scorgere a oriente la necropoli neolitica di Vollein, poi fisso il Monte Emilius che ci sovrasta a fronte e plano fino a comprendere il lato occidentale con le gigantesche Acciaierie Cogne.
Il nostro viaggio si conclude nel candore estremo di una cappella barocca fresca di restauro, ormai tutta oggetto da museo. Fuori, nel parco, tra un acero e un faggio centenari immagino i contadini che hanno abitato per l’ultima volta il castello, rivedo gli interruttori di ceramica nel primo corpo di fabbrica.
A loro sono dedicati i miei versi di congedo.



A tutti i contadini che hanno abitato castelli

Cos'è un castello quando ci vivi e il tuo presente non è fatto di memoria ma lavoro e la sera sei stanco e accendi la luce, non le torce dei servi ma l'interruttore dell'uomo libero, quella specie di uovo bianco di porcellana poi plastica per cui tanti hanno dato la vita?

E tu, piccolo uovo di Piero in un castello del Mantegna, illuminavi le mura ridipinte, gli infissi di porte e finestre nuovi a confronto di bifore trifore per gente in armatura.

Tu brandisci solo un forcone, della pietra non hai il male ma il sonno, spenta quella preziosa lampadina, non sogni il passato ma un futuro migliore.

Io passo oltre le prime mura e mi stanno sotto i piedi.
Per cunicoli ben restaurati sono nelle tue stanze, che si attraversa distratti dall'antico.
Anch'io vado a vedere il donjon perché c'è dipinto Alessandro Magno che parla con l'Albero del Sole.



P.S. La visione di questo vero e proprio wargame del medioevo, nel 2008, con la sua arte popolare continuamente arricchita di nuovi dettagli e reinterpretata da letture a diversi livelli, avrebbe ispirato anche il mio successivo approccio alla nuova estetica del videogame e quindi le mostre che avrebbero portato NEOLUDICA alla Biennale di Venezia: il futuro ha radici antiche.




IL VIDEOGAME COME ALTERNATIVA ALL'EFFIMERO
DEATH OF THE POSTMODERNISM: NEW LIFE FOR THE VIDEO GAME!
(2012)


Il postmoderno è morto, finalmente, e il gioco si è fatto grande: è diventato videogioco.
Ci sta osservando e pretende da noi interazione, nuove domande, nuove risposte: non accetta il game over della storia predicato negli ultimi decenni.
C’è tutta una Realtà Aumentata, non solo in termine tecnico, che lo ha investito, ci ha investito e pretende un approccio diverso dal mero consumo, che non basta più.
C’è fame di nuovi livelli interpretativi a fronte di una formidabile emersione di forme e contenuti in un così breve spazio di tempo, perché bisogni e aspettative in numero enorme si sono accumulati al di qua e al di là dei novanta gradi dello schermo.
Immagini e prospettive sono arrivate ad evocare visioni originali a 360° di quanto ci sta intorno rimettendo in discussione concetti come “realtà”, “essere umano”, “natura”. E questo è quanto chiamiamo “arte”.
E’ tornato il tempo e la voglia di togliersi i paraocchi e guardare a testa alta indietro e avanti: oltre l’effimero.
Costruire connessioni, rivelare la ricchezza di forme e contenuti e riconnettere la trama del presente al cammino della storia per avere prospettive fondate e originali per il futuro, senza pretese di verità immediate, ma coscienti che quanto definiamo “finzione” è parte sostanziale dell’ homo cosmeticus, cioè del Sapiens Sapiens, che dà vita a nuovi mondi e reinterpreta continuamente il concetto di “natura”.
L’assemblaggio di elementi effimero e atomizzato della vulgata postmoderna sta crollando sotto il peso della sua inconsistenza e, ironia della storia, proprio da un oggetto di largo consumo consapevole della sua finzione come il videogioco – Alice è uscita dallo specchio – scaturiscono nuove proposte di indagine a tutto campo sulla realtà. Si tratta infatti di un medium che, diversamente dai precedenti, non nasce da una pretesa di verità o di oggettività e, proprio per questo, è già maturo per farsi troppe illusioni. Il suo meccanismo di base è l’interazione, è dinamico, è già un passo in avanti per diventare, qualitativamente, interpretazione.
Il giocatore nei confronti del videogame è quasi come un artista davanti a un’opera: non si accontenta di un godimento passivo, ma cerca continuamente di intervenire nella mutazione di quanto ha di fronte.
Ogni interazione, un’interpretazione, una messa in gioco: questa è la scommessa per il futuro. Abbiamo davanti ancora un quadro e dobbiamo porci alla giusta distanza di una prospettiva brunelleschiana e di una kinect per scardinare l’autoreferenzialità dell’arte contemporanea e dei compartimenti stagnanti della società.
Distruggere la gabbia in cui sono stati confinati i capolavori del passato – nella mentalità dominante e rassegnata l’antico non è mai stato vecchio quanto oggi – non potrà che avere ricadute positive ridando energia vitale al dialogo serrato e da vero simposio tra diverse epoche e culture, fra arte e tecnologia, simbiosi inscindibile: abbiamo trovato un nuovo punto d’incontro.
La densità storico-critica di NEOLUDICA intende per questo porsi all’avanguardia per un lungo lavoro di scavo e di festa (è tremendo non trovare in italiano un termine gioioso che non implichi imbecillità o peccato ma ci proviamo), un lavoro che vada oltre il diffuso senso di confusione alla ricerca di originalità e autenticità anche per ciò che ancora infelicemente definiamo “virtuale”.
Nulla è più serio di questa messa in gioco.

Delete©, Extreme Pong (Nothing vs Perfection), 2012
Commento musicale: Heinrich Ignaz Franz von Biber, Battalia a 10 in D major

QUANDO IL GREGGE E' ARTE _ WHEN THE HERD IS ART
Arcadia & Arcade Art from "Baaa Studs", Extreme Shepherding







IL BISTURI E L'ARCHITETTO

(1995)

[...]


Una casa, due donne per Frank Lloyd Wright
(Frank Lloyd Wright between Petrarch and Anne Bradstreet)


Riprese del Bear Run prima della costruzione della “Casa sulla cascata”  di Wright. Commento musicale: Charles Ives, "The Unanswered Question"

  
Voce di Wright - (Come un respiro di vento tra le fronde)
Kaufmann
Un vero signore
Amico di Roosevelt e del Welfare State
Mi farà costruire la sua casa sulla roccia

Cadrà la pioggia
Strariperanno i fiumi
Soffieranno i venti
Ma essa non cadrà
Perché avrà messo radici nella pietra

La Casa già costruita vista dal di fuori.

E’ vero
Occorre una certa manutenzione
C’è una bella umidità
Non è proprio l’ideale per chi soffre di reumatismi

Immagini del torrente.

Laura - (Soavemente, sempre ad occhi chiusi, sdraiata, recita Petrarca)
“Chiare, fresche e dolci acque”

Anne Bradstreet (aprendo improvvisamente gli occhi)
Thou hast a house on high erect
Fram'd by that mighty Architect,
With glory richly furnished
Stands permanent, though this be fled”

"Sta in alto una casa eretta per te,
Costruita da quel possente architetto,
Adorna di gloria sontuosa
E che resiste al tempo: a questa fuggi".

Immagini delle dighe della Tennessee Valley Authority.


[...]


Le Corbusier, Cappella di Notre-Dame-Du-Haut: resurrezione e ferite

Noi costruiamo per sbattere la testa
Non facciamo che aprire squarci
Da queste ferite il mondo non è più lo stesso

Kyrie
Pietà
Rondanini
Corrosa dalle radiazioni
Il terzo braccio di Cristo, quello strappato
Torre di Notre-Dame-Du-Haut
“Sentinella, a che punto è la notte?”
“Sentinella, a che punto è la notte?”
“E’ venuto il mattino ed è notte”
Il volto di Notre-Dame-Du-Haut:
Ritratto di Voltaire colpito da radiazioni
Il tetto:
Il tricorno di Voltaire
Il naso di calcestruzzo, deformato, confitto nel cranio, che affonda nella terra
Le narici cubiste a pelo d’erba, devastate
L’arca di Noè
Che non riuscì a salpare da Nagasaki

Gloria
In excelsis
Alla parte più alta di cielo non raggiunta dal fungo
Amanita Muscaria
Amanita Muscaria
Frank Lloyd Wright,
Interno Uffici Johnson Wax a Racine: esile fungaia
Hiroshima: fungo atomico

Notre-Dame-Du-Haut: ventre squarciato
Rembrandt, “Lezione di anatomia del dr. Joan Dayman”, in preda al panico
Estrazione del cervello dal cranio di Modulor
Pulizia della cassa toracica di Modulor: tenebrae

Notre-Dame-Du-Haut: panche, altare, selva tagliente, singhiozzi di luce
Colpi di bisturi sul muro, nel muro, ovunque

Et lux fracta est
    E la luce fu frantumata. 



Foto di Sanyam Bahga

[...]







I TRONI DI LILLIPUT
 In occasione di una mostra di modellini di “Sedie d’autore” alla Triennale di Milano
(1996)

[...]

Sedia Mackintosh (1903)

A biblical relax

Charles Rennie Mackintosh, Sedia, 1903

Mackintosh col suo schienale a scala creò un relax biblico.
Un nuovo patriarca, un nuovo Giacobbe vi si sarebbe appisolato dopo una lunga giornata d’affari, il bureau sazio di babeli di carta.
Sognando un nuovo paradiso, un nuovo saliscendi di angeli: il vaudville, i grandi magazzini.
L’opera è del 1903 ed è tutta ottimismo: la sedia dei papà del nuovo secolo.
E’ ancora di legno. Ma punta verso l’alto, è come tesa verso altri materiali: l’inizio 
di una, di molte metamorfosi.

[...]



Le Corbusier

Siège tournant / Chaise longue



Tutti i cilindri di Le Corbusier portano a Ronchamp?


A posteriori, a questo approdo doloroso sembrerebbe proprio giungere questa sedia  superba della sua rotondità, del suo essere una torta ben riuscita.


C’è come l’obbligo di restare composto. E Gulliver infatti - o Modulor in persona, se volete - verrà sottoposto a interrogatorio proprio su questa sedia.


 Chaise longue invece offre un dolce quasi asimmetrico relax a Modulor, quando si stanca di essere la misura di ogni cosa.


Come gli antichi dei tutti umani abbandonavano la notte le architravi dei templi - di cui erano il metro - rifugiandosi nei penetrali, nelle celle, così, alla luce del giorno, delle finestre luminose di Villa Savoye, Modulor si lascia dolcemente irrigare dal sonno, dimentico per attimi, eterni, dello sforzo immane dei pilotis.





[...]


Mies van der Rohe

Chair & Building


Ludwig Mies van der Rohe, Poltrona Barcellona, 1929



La struttura in metallo della Poltrona Barcellona ricorda i sostegni degli astrolabi, dei mappamondi rinascimentali.
Sopra: piccole, comode dune in pelle.
In questo accogliente deserto sprofonderebbe volentieri un profeta, perché lo sguardo è sempre obbligato verso l’alto.
Lo scheletro portante è quello dei futuri grattacieli.

Ludwig Mies van der Rohe & Philip Johnson, Seagram Building, New York 1958

Mies van der Rohe e Philip Johnson evocano il Dio dei Dettagli nella piazza del Seagram Building.


Ludwig Mies van der Rohe, Seagram Building Plaza





Prova a sederti nell'Autunno Caldo _ Cul de Sac


Il Sacco di Gatti-Paolini-Teodoro non è solo la trappola infernale di Fracchia, ma una specie di Monte Sinai del “miracolo economico”.



Mosè ne è appena uscito ed è stato travolto da un'ondata di scioperi.
E' l'Autunno Caldo e questa massa informe sembra sgonfiarsi sotto i primi colpi dell'imminente crisi energetica.







ARCHITETTURA E POESIA NELLA SVIZZERA ITALIANA



Mario Botta/Giorgio Orelli
Mario Botta Chiesa di Santa Maria degli Angeli, Monte Tamaro - Giorgio Orelli, Maria che nel suo dolce stile



Luigi Snozzi, Livio Vacchini/Antonio Rossi
Luigi Snozzi, Livio Vacchini, Casa Snider, Verscio - Antonio Rossi, Deliberazione




Aurelio Galfetti/Fabio Muggiasca
Aurelio Galfetti, Torre degli ascensori, Castelgrande, Bellinzona - Fabio Muggiasca, Orientatio







IL CASTELLO DI GRESSAN (2012)


Du coeur ardent, en quoi que ce soit,

Christine de Pizan




Calibrando il passo del Vangelo e la vista delle nevi eterne con la fame tutta terrena di potere i signori de La Tour de Villa costruirono sulla roccia una torre a guardia dell’antica Via delle Gallie. Pietra su pietra cercarono di avvicinarsi al cielo nel microcosmo ameno di Gressan, dove i secoli avevano coltivato un villaggio nei campi di un proprietario romano, Graziano o Gracco.
Forse il modello fu la Torre de La Plantà, verso il confine di Jovençan, se confermata la matrice con le torri di Augusta Praetoria – e i La Tour nel 1200 erano proprio vicedomini di Aosta.
E Anselmo d’Aosta era forse originario di Gressan: una casa-forte del X secolo nella frazione di La Bagne è conosciuta col nome di Torre di Sant’Anselmo. “Precibus et operibus”, il motto dei costruttori del castello, c’è chi dice fosse opera sua. E “con preghiere e opere” – e soprattutto corvées – irrigando il tutto con sudore contadino, XII o XIII secolo che fosse, si cominciò a solleticare sempre più da vicino il paradiso. La porta della torre piccola e stretta come quella della salvezza, a più di sette metri di altezza, il corpo dell’intero edificio diviso in tre parti con una piattaforma di piombo come tetto: il belvedere che sta in cima come una dura conquista dopo tanti peccati di superbia.
“Sentinella, a che punto è la notte?
E’ venuto il giorno ed è notte”
Quanto  durò al cospetto di quell’eternità così bramata la saga dei La Tour?
Più o meno cinque secoli, fino al 1693, quando Grat Philibert morì e si ricongiunse alla malta dei padri. Nel frattempo, nello splendido ‘400 valdostano, era stata portata a compimento alle spalle della torre la nuova parte abitata, quinte di teatro degne di uno Scamozzi. Le mura, un tempo agguerrite e minacciose, si misero il cuore in pace, giocarono a backgammon e si ubriacarono come le guardie del castello di Issogne, fino a crollare in un sonno profondo, franando in buona parte su se stesse: tutta buona pietra per recintare vigne o simili.



Passato di mano in mano come un ingombro - nel 1800 ci passano accanto i turisti inglesi tutti vogliosi di pittoresco (il grande Turner però gli preferisce le rovine più anglosassoni di Châtel-Argent) -, il nostro monumento, per quanto ancora in piedi, diventa Tour des Pauvres, proprietà della Cassa dei Poveri della parrocchia di Saint Laurent ad Aosta. Tanta era stata l’ascesa quanto la caduta, ma se l’ascesi spirituale ha un senso, non stupisce certo la sua rinascita ad opera di un monsignore, Auguste Duc, monsignore e storico, che lo restaurò e ne fece la propria residenza estiva. Dopotutto sul suo stemma non c’era scritto “Duc in altum”, “Conduci in alto”? Però le mura che guardavano a nord e a occidente non le ricostruì. Forse in ossequio a Giosuè e all’evidenza della fragilità umana. Forse perché ancora intriso di estetica romantica, perché è così sublime perdersi nella natura dagli squarci. Cosa risuonava in alto, nella testa di monsignor Duc? La “Sinfonia fantastica” o “I Troiani” di Berlioz? Bisogna passare ancora per tanti Adagi per giungere a un Allegro finale, a oggi.
La contemplazione delle rovine prelude al restauro. La presa di coscienza del passato è un prendere per mano chi ci ha preceduto e ha voluto costruire oltre il tempo, stringere quella mano sporca di polvere e colore e piena di calli come sanno essere le mani degli artisti. Come fece Ernesto Chanu parlando di quel gioiello strano che è la chiesa della Madeleine, laggiù: la Maddalena che chiese sostegno ai suoi peccati di statica a un contrafforte tanto possente quanto di grazia circolare, come le sfere celesti.



Termino leggendo da una fotocopia di un suo articolo che mi hanno dato lo storico Marco Gal e le radici del salice che ha nel giardino. Loro sanno bene quanto sia fertile quanto sta sotto la patina del tempo: “ Nessun nesso apparente sussiste fra la chiesa e il non lontano castello, eppure lo sguardo di chi osserva non può evitare di correre dall’uno all’altro edificio, di collegarne nel pensiero l’esistenza, in quanto, nel giallastro colore del tufo, nelle ardesie nere vellutate di muschio, nelle sobrie forme quadrate, sente che entrambe le opere sono frutto di una medesima epoca, sintesi pietrificate di quelle che dovettero essere qui le massime religiose e sociali della vita medievale”.






TRANSUMANZE ARCANGIOLESCHE


Leoni e altre metamorfosi feline nelle tavole di Samuele Arcangioli
(2004)

E' un dato di fatto che Samuele Arcangioli porti al pascolo i suoi leoni pur essendo di temperamento un tenero agnello, realizzando in questo modo il detto biblico che vuole questi due esseri dotati di anima, perché "animale" questo vuol dire, felicemente insieme nel giorno definitivo.
Così come Abramo da Ur dei Caldei a Varese, da Viale Valganna guida con passo felpato le anime feline verso il Cavedio attraverso un percorso di luoghi simbolici.
In principio è la pizzeria Capri dove i re assiri, persa ogni bellicosità, fanno solo uso di forchetta e coltello per una pizza ai pomodorini, sfere passate poi in occidente a condire l'essere di Parmenide, perfette come il volto delle pantere che non cacciano più ma si affidano a Samuele, perché è sensibile, è un artista, ha un nome ebraico e ora c'è pace, finalmente è sceso il sipario su millenni di guerre e la tela è pronta per essere dipinta con nuovi colori. E allora anche Tiberio, il padrone romano della Capri, non porterà più i suoi leoni alla macelleria dei giochi del circo ma li affiderà ad Arcangioli, perché ha un cognome soave che rappresenta il meglio della nuova religione dell'impero.
Sem ringrazia e sulla sua arcamobile carica tutta questa animalità sognante.
Fino alla tappa successiva: i giardinetti di Viale dei Mille. E lì, mentre bestie e pensieri pascolano, al pittore torna in mente il "1000 e non più 1000" dell'Apocalisse e il trono di Dio, davanti al quale sta il primo vivente, che ha proprio forma di leone. E quindi le incisioni di Durer e il conseguente Rinascimento dello spirito nella forma della felicità carnale che oggi ben conosciamo,sperimentiamo e sperimenta lo stesso Arcangioli ben contento di essere corpo che soddisfa i sensi.
Ma anche l'intelletto, perché proprio lì accanto c'è un'edicola di giornali e Sammy ha sempre fame d'ispirazione,per questo ricorda un'enciclopedia dell'arte fatta a dispense. Soprattutto i numeri di Antonello da Messina. E allora è tutto un cataclisma interiore con al culmine San Girolamo, primo traduttore di tutta la Toràh, mentre con l'occhio già pensa allo spino che dovrà togliere - eh, sennò fa infezione! - dalla zampa del leone. E c'è pure un pavone con 1000 occhi sulla coda alla base di quel posto così concreto che mille prospettive fanno veramente assurdo.
Ma, o Sa', non è forse così la realtà, la vita quando ci sei così immerso che i riflessi ti accecano? Tu non sei l'automobilista che passa per Via Masolino da Panicale e per lui è solo un attimo, un flash da buttare, un miraggio quando non si ha sete - e tu la sete ce l'hai, eccome: quanto beviamo insieme il liquidodel frutto caro a tante diversità del Sacro! - tu che hai provato e senti sempre dentro l'arsura dell'Africa, il centro dell'Africa, Centroafrica, così fertile, così madre di noi tutti che dovremmo essere davvero Sapiens Sapiens e sentire con tutto il sapore, come quando si lisciano i felini - ed è bello, si dovrebbero leccare le tue tavole dove la nostra animalità, l'anima vera si perde negli occhi delle tue fiere così belle.
Perché, Arcangioli, la bellezza dovrebbe apparire come un fantasma nella savana dei giorni? Perché mi sono perso nella sterpaglia? Perchè dovrei temere che la bellezza appaia all'improvviso e mi divori, mi trascini nel suo gorgo come quel tuo quadro appena all'ingresso sulla destra del nostro centro culturale? Già, perché? Ma io mi lascio dilaniare con piacere dalle tue metamorfosi! Tu, o donna o chi sei, che emergi dall'oro di Simone Martini, hai la forza di Artemisia, il desiderio di Egon Schiele, tu gatta, tu notte, tu artiglio che ha la stessa radice di arte, fammi a pezzi, io sono pronto, straziami!

Semaforo che porta a Viale Belforte, rosso, il sangue del leone di Nemea ucciso da Eracle, Ercole, bello e forte: tu e il tuo gregge ora mansueto non andrete certo là, ma devierete (l'arte é anche devianza, lo sappiamo bene) verso Via Arconati, perché -lo dice Holderlin - siamo nati per tenderci allo spasimo come un arco, attenti solo a non spezzarci troppo presto per scagliare le nostre idee-colori come un arcobaleno - e da lì in Via Dandolo, la chiesa Immacolata del viale degli innamorati, anche di quelli laici come noi, che tutto possiamo dirci fuorché immacolati poiché serenamenteinquietamente imbrattati di colori, tutti - e io in Via Dandolo convivevo con passione - fino a quel tribunale, che non ti giudicherà, non ci giudicherà in quanto puri nella nostra follia - l'arte è nemica del male, non è vero, fratello mio? - e quindi al Cavedio, nella via dei cavalli di fatica fatti repubblicani veri, Via Cavallotti, cittadini di una Rivoluzione che ha bisogno di saggi, di artisti che cerchino sempre oltre l'orizzonte il disegno di occhi ridenti e fuggitivi.

Così sia, amico mio.
E ci sono parole di quattrosecoli fa - ma è oggi! - a te dedicate dalla dolce Francia.
Jean Desponde:
"Quei leoni ruggenti senza rabbia li vidi:


O uomo, vivi, vivi! Eppure morir si deve".




MACCHINE DA CUCIRE due punti SCRIVERE
La Collezione Gessi
(2007)


Vedo sempre davanti a me tipi curiosi e originali.
Sono sempre stato affascinato dalla  varietà delle individualità umane...
E' questa diversità che mi interessa.

ISAAC B. SINGER (PREMIO NOBEL 1978)




Quell'enorme contenitore di plastica verde scuro io lo ricordo da sempre, grande quanto due scatole di pandoro cucite una all'altra.
Se ne stava lì, dietro il tendone del ripostiglio, dove a Natale si montava il presepe, potevi sedertici sopra e restare comodamente nascosto fin quando la nonna o la mamma non lo avrebbero sollevato per trasportarlo solennemente in cucina come l'arca della santa alleanza. Gli stessi gesti e movimenti che in seguito avrei avuto l'incarico di fare io, il figlio, il nipote maggiore: il gran sacerdote dello strappo e della toppa che alza quella specie di paracarro sul tavolo, solleva altre quattro chiusure, il coperchio...
Ecco, ora la macchina da cucire celeste e acciaio sembra un ponte su un fiume di stoffa: un rocchetto di filo l'ha appena attraversato.
La pedaliera a prima vista pare un corpo estraneo, ma non è così, anzi, ricorda una flebo che dà energia dal basso verso l'alto, vicino alla sedia, nel letto del fiume.

Una musica che è sempre un crescendo, poi d'improvviso, umilmente, si blocca. Quante volte sei stato trafitto? Non riesci a tenere il conto. Ma neanche San Sebastiano è stato infilzato da tante frecce! Mi tornano in mente tutti i punti di sutura di Vito Antuofermo, pugile, quando riuscì a pareggiare il mondiale con Marvin Hagler.
Immaginarsi l'indice che finisce lì sotto, l'ago che non si ferma come per una vaccinazione. Per questo io lo avvicino e lo batto se immobile con un ditale che sembra d'oro ma non lo è. Perché è normale, è una magia quotidiana la macchina da cucire, il punto qui ha una dimensione precisa, come il piano, che è un tavolo, l'energia che passa per il filo della corrente, la spina e la presa - e anche lì non devi mettere il dito.
E' dura da sfasciare la "Weiber", ha superato indenne la seconda guerra mondiale, non è la radio né tantomeno l'orologio, ti devi fidare della mamma, delle istruzioni. Così l'abito e la vita sociale li conquisterai in un minore lasso di tempo (anche se Penelope ha i minuti contati, i Proci suoneranno al citofono).

Ancora oggi quando vado a trovare mia madre, sono io che porto in tavola questa specie di reliquiario. Si tratta di un culto domestico i cui santi hanno nome e cognome: Bartolomeo Thimonnier (quando si dice il cognome), Gualtiero Hunt, Elia Howe, Isacco Singer (che nomi! che nomi!). 
Dalla lettera di Bartolomeo Thimonnier al giornale di Villefranche, 1845: "Al di sopra della questione industriale vi è una questione sociale che deve essere risolta prima che possa essere permesso a un qualunque inventore di carpire il misero guadagno delle operaie... Invece di prescrivere le innovazioni destinate ad accrescere il benessere di tutti, invochiamo a gran voce la riforma nell'educazione della donna!".
Purtroppo non sarebbero mancati - e non mancano - le martiri ( e i martiri) anche alla macchina da cucire, ma Thimonnier faceva spola tra ottimismo della ragione e cuore del problema: quindici ore di lavoro al giorno per una miseria e magari anche una morte non lenta, come per la ragazza che aveva cucito a mano giorni e notti di fila per una festa imperdibile a Buckingham Palace o giù di lì.

"Cucire, cucire, cucire,
Da un'ora grigia all'altra;
Cucire, cucire, cucire,
Come il prigioniero lavora
Per scontare i suoi delitti!"
cantava il poeta inglese Thomas Hood -e dopo 150 anni è ancora purtoppo in hit parade da troppe parti -
"O uomini, che avete sorelle amate,
O uomini, che avete madri e mogli,
Non è più una tela che vestite
Portando una camicia, ma un brandello
Di vita di creature umane!".

E perdipiù se inventavi una macchina, toglievi anche lavoro, anche quello. E allora anche l'inventore e/o l'imprenditore rischiava il lastrico, vedi Hunt, vedi Howe, o ci finiva davvero sulla strada, come Thimonnier, a far danzare le marionette per raccattare qualcosa (e i passanti con le bocche cucite).
Finché un altro artista, un altro tecnico (perché in greco arte si dice così "téchne"), mezzo tedesco mezzo americano, via di casa a 12 anni perché si chiamava Isacco, tornitore, attore, cantante, il cui cognome iniziava per "S" come Shakespeare, a. d. 1850, non inventò una macchina, forse la macchina da cucire per eccellenza, che ancora scolpisce le sue lettere come un pentagramma su quanto ci portiamo adosso. Isacco Singer, non a caso oltre che ingegno fertile amante di donne - se fai questo mestiere come fai a non amarle? - più volte marito e padre, come i patriarchi, di 24 figli, ognuno col suo bel ricamo.

E forse quei bambini giocavano, come ancora io ho fatto in tempo, con i rocchetti. Potevi trasformarli in carro, carretto, carrarmato - paracarri, torri, microfoni. Cantarci, volendo - magari con l'accompagnamento degli strumenti musicali che più di 100 anni fa assemblava la "Pfaff", il valzer "belle époque" dello Zigo-Zago:
"Vieni in barchetta,mia bella, a vogar,
Canteremo lieti sopra il lago
La canzone antica dello Zigo-Zago.
Tu m'hai rotto l'ago,m'hai ferito il cuore,
Mi farai morir!".
Ma il mio "Zigo-Zago" era già quello di Daniela Goggi.

E così, nato a Tradate e cresciuto nelle Marche a Porto Sant'Elpidio, terrasanta dei calzaturifici, faccio ritorno a Tradate, al "Museo Frera" per "Storie da ricucire": il filo non si è spezzato.
Il racconto iniziato da Antonio Gessi è una bella fiaba dai piedi ben piantati per terra, che parla di donne e di uomini -perché in fabbrica, alla "Martegani" di Tradate, c'erano anche loro, soprattutto loro, e lui fra questi - di uomini e donne di manica larga che hanno vestito, vestono i nostri anima&corpo di un piacere concreto.

Così ora anche l'occhio è più libero di spaziare, per esempio, dai famosi aghi di Aquisgrana, disposti come su tavolo da gioco, fino alla corte di Carlo Magno, patrono d'Europa.
E fantasia e stupore viaggiano comodi in un catalogo della "Bassano Grassi" del 1915 dove non c'è guerra ma italiani, tedeschi e americani che fanno a gara nel forgiare in acciaio piccoli gioielli democratici, riprodotti in disegni bianco&nero tanto precisi nella geometria quanto nel dar vita a metamorfosi liquide.
Navette "Titania", "Hansa", "Rhenania", vibranti, reciproche, con incavo o senza, che si trasformano in girini, torpedini e capodogli. Viti e molle, ognuna con la sua tensione, pronte a mutarsi in meduse, in piante subacquee. A pagina 52 un anello a denti con un piccolo ingranaggio dentato al centro sembra proprio una cellula.

Poi tutto torna alla "piastra fondamentale" rettangolare, al "braccio nudo" della macchina, al "mobile contienitutto" dov'è Alma, consorte di Mahler, a guidare finalmente l'orchestra.
Un valzer per ago e filo conduttore. Nel comune sogno di una seconda pelle.




IO E LUCIO FONTANA

(2011)







ALMANACCO PANNINI (Pannini Mitelli Vivaldi)

(2011)





BALLPOINT Nomadic architecture of my life




Tradate 1/31966 Il cielo è una limpida sfera: al centro, il disco della terra, piatto come un piano euclideo, come un 45 giri dello “Zecchino d’oro”. E io sono il perno di questo stereo universale, sono un piccolo bambino nato in ospedale. All’epoca del grande Augusto c’era la grotta al freddo e al gelo, ma io, grazie a dio, sono figlio del Servizio Sanitario Nazionale.

 Pogliana, frazione di Bisuschio 9/6/69 Un palloncino mi è scappato di mano, ormai è su su che lo afferra una cicogna fra le ali reggendo un cavolfiore che il prete scaglierà a due mani sulla grande zuffa polverosa di vocine e piedini che scalceranno di tutto nella rete di San Carlo, rione di Varese.   Fermo1/7/71 Scoperta dell’”Idrolitina”.   Porto Sant’Elpidio 6/7/76 Solfeggio, piccole sfere prigioniere di un pentagramma: non imparo a suonare il violino. Culi a mandolino dei primi giornali pornografici.   Induno Olona 7/7/77 Due palle: il cerchio, la sfera e il libro di Geometria per 3,14 anni di Medie, inferiori + un pallone scagliato da Tampa Scarparo forse fino all’orbita geostazionaria, sopra l’oratorio.   Varese 3/8/83 Scuole superiori: mi regalano una stilo, ma preferisco la biro. “Somnium Scipionis”: le orbite del cielo sarebbero sfere che risuonano come i piccoli globi di metallo cinese per rilassare le mani. Ma questo è latino e Cicerone finisce decapitato.   Milano 8/8/88 Alla Statale Carlo Sini mi spiega Parmenide l’anno dopo lo scudetto del Napoli: Maradona palleggia la testa di una statua greca. L’Essere è una sfera perfetta che Platone e Aristotele fanno rotolare in cielo come una palla da biliardo o una di quelle abatjour multicolori da quattro euro, tanto adorate dal mio cane.   Monreale 8/9/98 E il globo terracqueo del Pantocratore dove lo metti? Nel medioevo mica credevano la terra piatta: l’Ulisse di Dante varca le Colonne d’Ercole e fa naufragio davanti a Rio de Janeiro, al Pan di Zucchero.    Albissola Marina-Aosta 20/08/2008 Servizio “Saline di Chaux” per il sale sopra i pomi d’oro delle guardie di Ledoux. Vendo piatti di ceramica d’autore per una nuova Tavola Rotonda popolare dal mare alla  montagna sempre in volo, reale e virtuale: IO sono un’opera d’arte multimediale interattiva.

Varese 0/1/10 Sfera dopo sfera riplanerò a Varese con lo stormo di macchine in uscita dall’Autolaghi, dentro una bolla di Google Earth. Quando anche l’ultima sarà esplosa Mario Botta mi trapianterà il cuore con il “Cenotafio di Newton” di Boullée perché ti cerchi sulla terra anche dalle stelle, mia città. Fine.




PINA TRAINI Chiaroscurità '60-'70 (2012)




PINA TRAINI Solo donne - Partitura incompiuta (2011)




PINA TRAINI Solo donne - Sogno Sonno Risvegli (2011)



Opere interamente dedicate alle donne, come da sempre.
Le tele scultoree della pittrice come rivelazione di nuovi rapporti cromatici, armonici.
La posizione della donna, la sua solitudine, la sua forza e valore, ma anche la sofferenza del vivere e la ricerca di una reale emancipazione.

Metafore del suono, queste visioni femminili, dove lo spazio è preso totalmente dalla figura in un gesto immortalato per la sua semplice eleganza.