giovedì 24 ottobre 2013

QUANDO LA STORIA FA "PONG" Nixon, Mao e un leggendario videogioco



Pace e videogame

Si parla tanto – e quasi sempre a sproposito – di violenza e videogame e ci si dimentica che i videogame sono figli della pace. Infatti l’ideazione del primo, Cathode Ray Tube Amusement Device (opera di Thomas T. Goldsmith Jr. ed Estle Ray Mann), risale non a caso al 1946. Certo era frutto della tecnologia bellica dei radar e ispirato alla missilistica dell’epoca, ma quante volte l’aspetto ludico della vita si ispira – ed esorcizza – il suo lato cruento!
Allo stesso modo Tennis for Two (1958), messo a punto per oscilloscopio e computer analogico Donner 30 da W. Higinbotham e R. V. Dvorak, rispecchiava le oscillazioni diplomatiche seguite al disgelo politico fra Est e Ovest della seconda metà degli anni ’50.




Nel caso di Space War di Steve Russell, realizzato per computer DEC PDP-1 nel febbraio del ’62, ci troviamo poi addirittura di fronte a una specie di prefigurazione  profetica della Crisi dei Missili di Cuba nell’ottobre dello stesso anno.



L’Odyssey di Pong

Ma il caso più clamoroso di profonda connessione fra storia e videogame riguarda quel gioco dalla doppia vita che è diventato famoso col nome di “Pong”. Quel formidabile bit, un minuscolo quadrato che diventa sfera (millenaria ossessione della quadratura del cerchio) e viene fatto rimbalzare da due piccoli rettangoli ai lati di uno schermo, è stato una rivoluzione tanto tecnologica quanto artistica (le due realtà vanno quasi sempre di pari passo). E anche nel caso di questo gioco, di questa nuova arte, la storia della nascita sembra legarsi per l’ennesima volta inscindibilmente all’epica. Non a caso il nome originario è Odyssey. Il suo creatore, Ralph Baer, un ingegnere di origini ebraiche emigrato negli USA dalla Germania nazista. Lo sviluppo del suo lavoro, tormentato come il viaggio di Ulisse, frutto di sperimentazioni durate anni (l’incipit data 1966, la stessa data riportata nella prima mostra mondiale dedicata all’arte del videogame alla Biennale di Venezia, NEOLUDICA Art is a Game 2011-1966), fino all’approdo ai televisori con la Magnavox nel 1972.




E’ proprio in questo fatidico anno viene anche lanciata la sua versione "Coin-op", frutto di quella che in musica verrebbe chiamata Variazione su Tema, ad opera di altri due ingegneri, Allan Alcorn e Nolan Bushnell, quest’ultimo fondatore, insieme a Ted Dabney,  dell’Atari.



Le ragioni politiche di un successo

L’interesse per entrambe le versioni è immediato, ma successo commerciale e grande impatto sulla cultura popolare saranno prerogativa di Pong e del  suo elegante cabinato giallo. Infatti colore e rimando al tennistavolo, sport dominato dall’Estremo Oriente dai primi anni ‘50, non erano un caso - e non solo per il richiamo “esotico” dei film di Bruce Lee: da un anno era scoppiata la pace fra Stati Uniti e Repubblica Popolare Cinese grazie alla “Diplomazia del Ping Pong”.
C’era già stata tutta una serie di precedenti di influenze reciproche fra Cina e Occidente degna di una saga videoludica: il viaggio di Marco Polo, la missione di Matteo Ricci, la moda delle “cineserie” durante il Rococò, il “Grande Gioco” fra Gran Bretagna e Russia nell’Asia del XIX secolo e l’influenza della “Rivoluzione Culturale” maoista sui movimenti del ’68. Tuttavia, il riavvicinamento fra due stati anche e soprattutto politicamente agli antipodi era avvenuto grazie al progressivo disimpegno americano in Vietnam e ai primi scontri fra due potenze comuniste, Cina e Unione Sovietica, sul fiume Ussuri nel 1969. Il realismo politico premeva perché  entrambi trovassero un accordo per contenere il gigante russo. Per chi volesse approfondire tutti i retroscena di questa spossante gara di scacchi diplomatica consiglio la lettura de La lunga rivoluzione, opera di un maestro dell’azzardo giornalistico, l’americano Edgar Snow, non a caso unico invitato occidentale ai festeggiamenti del XXI della rivoluzione cinese a Pechino nel 1970 (previo incontro col ministro degli esteri Zhou Enlai a una partita, naturalmente di ping pong, fra Cina e Corea del Nord).



Poi sarebbe venuto il 1971, i campionati mondiali di tennistavolo a Nagoya, in Giappone, con un componente della squadra americana, Glenn Cowan, che perde casualmente il suo autobus e viene invitato a salire sul pullman della nazionale cinese. Qui il tre volte campione del mondo, Zhuang Zedong, nel silenzio generale, lo avvicina e gli regala – un caso anche questo? - una serigrafia, ricevendo in cambio qualche giorno dopo una maglietta col simbolo della pace. Un altro e ben più famoso Zedong, Mao, prende la palla al balzo e il giorno prima della chiusura dei mondiali, il 6 aprile, invita l’intero team a una tournée in Cina. Senza incontrare opposizione da Washington - per quanto all’epoca riconoscesse come legittima solo la Cina nazionalista di Taiwan - già il 10 aprile i giocatori fanno il loro ingresso nella Repubblica Popolare via Hong Kong, primi americani (tranne qualche eccezione) a mettervi piede dal 1949.
L’impatto mediatico è enorme.



E’ il preludio agli incontri segreti di luglio fra Kissinger e Zhou Enlai e alla storica visita di Nixon a Pechino nel febbraio del 1972. A seguire, anche il premier giapponese Tanaka riconosce formalmente la Repubblica Popolare Cinese.
Nel frattempo, in aprile, esattamente un anno dopo lo storico evento, lo squadrone cinese è negli Stati Uniti per ricambiare il favore. Il tennistavolo non avrebbe più conosciuto un simile successo di massa.


Happy End, Happy Start

A settembre il primo "Coin-op" di Pong fa il pieno di monete nella Andy Capp’s Tavern di Sunnyvale (California) e, approfittando anche dell’atmosfera di ottimismo creata dal trattato SALT 1, firmato in maggio da USA e URSS, supera poi di slancio perfino la crisi energetica del 1973 entrando nella leggenda.




Zhuang Zedong è morto proprio il 10 febbraio di quest’anno, ma la sua visita negli Stati Uniti nel 2007 ha certamente ispirato Barack Obama per il suo famoso doppio a tennistavolo col premier inglese Cameron a Londra nel 2011.




Se l’alba dell’era videoludica si tinge di mitico – pensiamo solo al termine “Arcade”, che oltre al suo significato tecnico rimanda all’Arcadia cara a tanti pittori e poeti – lo si deve anche a un retroscena storico così pregnante perché ricco di attese di pace, di voglia di giocare, finalmente.

Luca Traini, Nolan Bushnell e Ilaria Amodeo di AESVI alla Games Week 2013

Luca Traini

Luca Traini e Debora Ferrari sono stati presenti a Milano con lo stand di Neoludica Game Art Gallery (attiva dal 2009) alla Games Week 2013 e con una scelta di opere a Playing the Game.

venerdì 6 settembre 2013

"ECCELLENZA" E' FEMMINILE: SOFONISBA, CHRISTINE, TAMARA

La trama della scacchiera risale quella dei damascati fino al gioco degli sguardi. Tre sorelle, quattro donne e un paesaggio generato dai loro sogni ad occhi aperti, creato dalla sorella assente davanti alla tela, dietro al quadro, che tutto permea di un amore concreto: colori caldi, tenerezza scultorea.

Sofonisba Anguissola, Le sorelle della pittrice agli scacchi, 1555
Commento musicale Barbara StrozziMiei pensieri

Innamorato dell’opera, indignato per la condizione femminile in ogni epoca, provo a immaginare una delle ragazze mentre, da vera regina, dà scacco matto a un re del Rinascimento e prova che le artiste della sua epoca non devono essere per forza cortigiane(Veronica Franco) o suore (Vittoria Colonna) o violentate (Artemisia Gentileschi) o assassinate (Isabella di Morra). Nelle vesti di una nuova regina devi scorgere la Giovanna d’Arco del poema di Christine de Pizan, anzi, due regine, mentre costruiscono la Città del Donne della poetessa, pietra angolare di una nuova cultura e non semplice costola della Città di Dio di sant’Agostino:

Miniatura tratta da La città delle donne (1405) di Christine de Pizan

“Je conclus que tous les hommes raisonnables
Doivent considérer les femmes, les chérir, les aimer,
Et ne doivent avoir à cœur de les blâmer
Elles de qui tout home est descendu”

“Io concludo che tutti gli uomini ragionevoli
Devono le donne stimare,  prediligere, amare,
E non devono aver a cuore di biasimare
Esse da cui ogni uomo è disceso”.

Così come il ritratto di un uomo prende vita dai pennelli di Tamara de Lempicka – grande amore di mia madre, pittrice di sole donne.

Tamara de Lempicka nel suo studio, 1928
Commento musicale Grażyna BacewiczToccata

Immagina le sue donne monumentali dai colori taglienti, anche da questa foto in bianco e nero, da questa eleganza che sublima in occhi di fuoco, perché la realtà delle donne è ancora tutta in chiaroscuro.

domenica 25 agosto 2013

UN POEMA ELETTRICO DEL SETTECENTO

Commento musicale Benjamin Franklin(1706-1790)  Quartet for strings with continuo (glass harmonica)

Donato Creti (1671-1749), Donna e cometa

Devo essere ancora nel teatro degli automi di Jaquet-Droz al Musée d’Art et d’Histoire o al Fantastic Film Festival di Neuchâtel quando passo da un lago all’altro e attracco ad Arona per trovare su una bancarella Il globo di Venere  di Antonio Conti (1677-1749).


Illustrazione da Le Philosophe sans prétention di Louis-Guillaume de Lafolie, 1775

Un poema. Un segno, perché no? Fantascienza DOC: il viaggio astrale di un abate cosmopolita, dalla natia Padova a Parigi, da Londra ad Hannover passando per l’Olanda, fino al pianeta Venere, oggetto dei suoi versi. Impresa agevolata dal fatto che il poeta era anche filosofo (traduttore di Voltaire) e scienziato di prestigio tale da diventare una specie di arbitro nella disputa sul calcolo infinitesimale fra Newton e Leibniz, suoi corrispondenti.
Precursore del Neoclassicismo - quindi più caro a Foscolo che alla contemporanea Arcadia - nei suoi limpidi endecasillabi sciolti figli degli esperimenti del Trissino e di Torquato Tasso, si avventura nel “cielo profondo” virgiliano in compagnia della Storia vera di Luciano, de L’altro mondo di Cyrano de Bergerac (quello vero non la maschera di Rostand) e della cortese sollecitazione dell’amica Madame de Caylus.
Forse è proprio quest’ultima a vestire i panni di Eubulìa, donna guida nell’opera a metà strada fra la Beatrice di Dante e un concetto greco preso pari pari dall’Etica Nicomachea di Aristotele  (traduzione letterale: “buon consiglio”). E’ grazie a lei che approdiamo in un pianeta che è tutt’altro che la sorella infernale della Terra dove la sonda Venera 13 riuscì a resistere solo 127 minuti, ma una sfera  luminosa e calda ricca di palazzi, statue e templi: su tutti quello dedicato alla nobile Antonietta Anguissola, moglie appena scomparsa del dedicatario Paolo Carrara.
In realtà, il fisico preilluminista ci ha tratto in un luogo dell’anima, la Venere Celeste cara a Platone e Petrarca dove Bellezza e Armonia (“ed amar la virtude, amar il bello/ natura è in noi”) scaturiscono dalla simbiosi fra Ragione e Immaginazione (“le parole alate/ del dolce mele che non sazia il senso”) e si materializzano in un défilé internazionale di bellezze femminili guidate da Laura e Beatrice: “Agili ninfe in breve gonna e cinte/ di corone di rose i biondi crini/ le seguiano tessendo allegri balli;/ indi sacerdotesse in bianca veste/ con incensieri, con vessilli e faci;/ultimamente due reine o dive,/ che dive mi sembraro agli atti, al volto,/ al serto d’oro, allo stellato manto,/ da’ due fanciulli che le stanno a lato/ sfavillanti di luci, e con occhiute/ piume sul dorso e colorite ad Iri”.
Il fatto che questa fantasmagoria presenti all’orizzonte montagne la cui cima è “ingombra/ di metalliche piante” per qualche istante mi fa tornare alla mente il paesaggio da incubo descritto da Stanislav Lem ne L'Invincible, dove microautomi dominano il pianeta Regis III. Tuttavia il cristallino corpo celeste cartesiano del poeta, che pure presenta un intero regno animale costituito da automi, è decisamente più pacifico, stile lupo e agnello biblici.  Dal motore niente affatto aristotelico, l’elettricità: “Veniano a volo aquile e colombe,/ e sui fiori scherzavano e su l’erbe/ cervi, leoni ed agnelletti e tigri./ Tali appariano a la sembianza esterna,/ ma pe’ nervi metallici vagava/ elettrico vapor, elastic’aura/ che trasfondea quasi energia di vita”. Sembra il destino dell’Occidente, già intravisto dal Lokapannatti, trattato cosmologico birmano di origine indiana in cui l’eco remota della razionalizzazione agricola dell’impero romano faceva immaginare un’economia gestita da “macchine veicoli di spiriti”.
Già, l’elettricità, la stessa che oggi mi permette di scrivere comodamente su questo computer. E il destino della rivoluzione scientifica e industriale aveva già condotto a una gita di piacere sul Verbano proprio l’inventore della pila, Alessandro Volta. Faccio ritorno dall’Anno Domini 2013 al 1776. Vacanza presto risolta nella minuziosa perlustrazione dei canneti delle sponde e dell’Isolino Partegora di fronte al municipio di Angera, rimuovendo una bella quantità di fanghiglia, provocando tutta una serie di bollicine, facendo scaturire a colpi di acciarino tante piccole lingue di fuoco sulle rive. Scoprendo insomma la natura organica del metano, definito dal grande scienziato "aria infiammabile nativa delle paludi".
Proprio così, il metano, le stesse lingue blu che uscendo dai fornelli della cucina permettono a noi scrittori di avere qualche ora in più da dedicare all’arte. Ma quanto deve l'arte alla tecnologia (quando insegnavo mettevo sempre le Lettere di Volta nel programma di Italiano)! E magari aveva portato in barca proprio il libro del Conti. Dopotutto il collegamento che fa tra caduta delle comete e “diluvi” (e qui rimando alla lettura del capolavoro di Paolo Rossi, I segni del tempo) si è ormai dimostrato scientificamente valido: l’acqua dei nostri oceani (e quindi anche il mio lago) sembra proprio avere origine da .

“Le immagini riflesse/ incontrano le dense e terse nubi”. E Angera.

Luca Traini, Il cigno e l'Isolino Partegora

“Il sogno mi disparve: io mi destai”. Approdo e ultimo verso del poema.


lunedì 19 agosto 2013

MEET ME IN ST. LOUIS: GATEWAY ARCH

Viaggio nella memoria a 360°


Volevo scrivere di questo arco teso senza spasimo da Eero Saarinen e Hannskarl Bandel perché fu completato quando ero ancora in gestazione (28 ottobre 1965) e può sembrare una grande pancia.

A lungo l’ho tenuto come salvaschermo e ora che sento giunto il momento di cambiare lo salgo per l’ultima volta tenendomi stretto al verso di Michelangelo tradotto da Emerson – “The power of a beautiful face lifts me to heaven” - che si perde fra le nuvole di Windows.

I 2 metri e 41 saltati da Bondarenko ai Mondiali di Mosca mi fanno planare dalla cima alle Olimpiadi del 1904, quando proprio a Saint Louis uno dei miei miti di giovane atleta, Ray Ewry, saltò, da fermo, più di 1 e 60 come sospinto dall’ultimo sciame sismico del terremoto di un secolo prima. Continuando il suo volo sullo Spirit of Saint Louis fino a Parigi. Atterrando nella Biblioteca di Etienne-Louis Boullée, nella stessa grandiosa umanità che ha ispirato il Gateway Arch.



Uno smisurato sfarfallio di pagine riattraversa l’oceano trasformandosi in musica, fino alle Ameriques di Edgard Varèse, giusto commento musicale con cui approdare fra le ali del coleottero gigante sempre forgiato da Saarinen per l’aeroporto di New York: Terminal TWA.

sabato 3 agosto 2013

COLTIVANDO LA LUCE

TraRariTipi, Coltivando la luce, 2012 (c)

Ho fiducia nelle lampadine perché ho esperienza delle candele.
Guardo il sole dando le spalle all’ombra, perché tra cinque miliardi d’anni finirà. L’ombra, come il sole.
La tenebra un tempo solleticata dalla luce della candela tremava. Perché stupirsi che l’ombra sia sfuggita a Peter Schlemihl?
Fissata dall’invenzione di Swan e di Edison, resta immobile, disponibile a una stretta di mano come a una dissezione.
Ci sono amore, scienza, pigrizia e speranza in questo vaso di fiori pieno di lampadine bruciate. Quale posto nella differenziata per una luce omologata? Quale differenza col passato quando la luce, passato il tramonto, tremava.
In principio le donne vissero la luce elettrica come un trauma: il trucco adatto per singulti luminosi risultava troppo vistoso allo sguardo severo del tungsteno. Vittoria apparente del genere maschile, ma la visione al femminile avrebbe presto rinnovato il maquillage.
Poi c’è la luce dell’eterno che è un altro discorso, nella fede che sia uguale per i sessi senza essere standard.
Farò appello quindi a una nuova nettezza urbana per la mia coltura di luce.


mercoledì 24 luglio 2013

FORTUNY E D’ANNUNZIO: LO STILE DI UN INCONTRO

Madame Condé Nast vestita con l'abito da sera Delphos di Mariano Fortuny

Col pensiero alla mostra Sicily: Art and Invention between Greece and Rome a Villa Getty l’occhio si posa sulla foto di Madame Condé Nast: veste un abito da sera Delphos di Mariano Fortuny e sembra una scultura ellenistica che riaffiora nell’era dell’immateriale. Perché assuma concretezza devo rileggere le pagine che Proust dedica alle creazioni dello stilista catalano. Alla ricerca del tempo perduto, “La prigioniera”: “E’ forse il loro carattere storico, o piuttosto il fatto che ciascuna è unica, a dar loro un  carattere così singolare che l’atteggiamento della donna che la indossa, mentre ci aspetta o parla con noi, acquista un’importanza straordinaria, come se quel vestito rappresentasse il frutto d’una lunga deliberazione e se quella conversazione si distaccasse dalla vita ordinaria come la scena di un romanzo. Nei romanzi di Balzac, certe eroine indossano di proposito un certo vestito, quando devono ricevere un certo visitatore”.
Ricerca dell’assoluto in Fortuny come in Balzac. L’assoluto concreto che “si stampa nell’arena”, emerge fra le righe di una poesia come dai plissé di una nuova tunica, “diffondesi nel mare”  come nella laguna di Venezia, nel ricordo nostalgico dello Sposalizio del doge, nel Meriggio di D’Annunzio: “E la mia vita è divina”.
E in cerca di immortalità D’Annunzio e Fortuny erano andati insieme all’alba del secolo a Vicenza. Meta: il teatro Olimpico del Palladio. Prospettiva comune: una rappresentazione senza scena fissa, universale, Gesamtkunstwerk (eppure l’abito fa il monaco, l’ordine secolare, che cerca comunque di fissare un Infinito sentito come sodale).
Erano alla ricerca di un nuovo Rinascimento. L’ispirazione reciproca ricordava quella tra lo stesso Palladio e il poeta Trissino: il comune culto dell’antichità riverberato dal secondo in un rivoluzionario progetto di grafia italiana ispirata al greco e rivisitato dal primo nei suoi capolavori architettonici, che danno vita a uno stile assolutamente nuovo.
Nel 1912 da questa sinergia evocata per trame di orditi e di parole sarebbe dovuto nascere,a Parigi, il Teatro delle Feste. Ma la prima guerra mondiale impedì la messa in opera di questa realizzazione dell’arte all’insegna della gioia, così come la tregua instabile prima della seconda la sua concretizzazione a Barcellona, nel 1929 (anche se è giusto essere felici, oggi, di ammirare le gare di tuffi sincronizzati dei Mondiali di nuoto con lo sfondo della Sagrada Família di Gaudí in perenne costruzione).
Questa sintesi di moda e poesia – l’amore per la moda di un poeta, l’amore per la poesia di uno stilista – è quindi un progetto per il futuro, degno delle note di un nuovo “clavier à lumières” di un nuovo Skrjabin, tornando a Proust, perché certi “momenti del passato non sono immobili: serbano nella nostra memoria il moto che li travolgeva verso l’avvenire”.

venerdì 5 luglio 2013

L'OCCHIO E' LO SCHERMO DELL'ANIMA

Pierre-Louis Pierson, La Contessa di Castiglione, 1863

THE EYE IN GAMELAND: MIRRORS OF CULTURE

Metamorphosis is one of the substantial elements of Neoludica. It is the picture of a great reality – not just a strictly artistic one – in a tumultuous state of post-production. Since we are optimists, and therefore not afraid of the usual catastrophes, our metamorphosis rather than a Kafkian one is Ovidian (“In nova fert animus mutates dicere formas / Corpora,” “Of bodies changed to various forms, I sing,” Ovid, Metamorphoses, I,1) or maybe inspired to Max Ernst’s magnificent hybrids. The expressive tools of the past, the media through which we have tried to comprehend within and beyond ourselves (once established our identity and individuality) have long exceeded their original function to become something else. It is now time to digitalize historical analogies, the transitions between a historical or artistic forms, to finally accomplish the aesthetic revolution operated by the Virtual. The Virtual concretely becomes NEO-LUDIC, as in a coherent field of new forms of expression, wittingly including all those who are identified as their predecessors.
All the resources of Crossmedia are used to evoke here and now, in a new and original way, the "remote connections" interweaving the threads of history on different levels of that game of mirrors and screens between technology and the arts which concerns form, and more specifically the very profound forms of communication we have every reason – not the sleep but the dream of reason – to call Art.
The points we must clarify to give an exhaustive view of the polymorphic paths leading to this new digital humanism are basically three:
1. The individual inquiry symbolically represented by the EYE
2. The mirrored relationship involving the other, which takes place through a filtering SCREEN
3. The immersion in and surfacing of society, requiring a perspective on the CITY.

Clementina Hawarden (1822-1865), Mirror

The Eye is the Screen of the Soul

In the first case, the basic reference cannot be but to Aristotle, who, besides being the father – or grandfather – of the term “virtual” (which by the way is “dynamis” – “power” – in Greek), picked out what is to this day the privileged organ of Western knowledge, the same that has produced all the hardware and software we use: “For not only with a view to action, but even when we are not going to do anything, we prefer seeing (one might say) to everything else”. Then, the image we could start with is that of the structure connecting the brain with the eye, as it was drawn, in the wake of Aristotelian studies, during the Middle Ages, both in Western and Islamic cultures. So the eyes and the brain are connected, according to Leonardo. Having said that, either we follow up Da Vinci’s manuscript with young Parmigianino’s self-portrait (in which the artist almost seems to be hiding a mouse in his hand), or we lead up to it with Van Eyck’s mirror from the Arnolfini Portrait (in that light room the painter almost certainly portrayed himself among the crowd of the attendants). Next, Ledoux’s engraving with his visionary theatrical eye: a symbol of the great utopian project inscribed by the Age of Enlightenment in its scientific view of reality. And Pierson’s portrait of the Countess of Castiglione, where the freshly invented art of photography emphasizes its focus in a century when another woman, Ada Lovelace, daughter of poet George Byron, invented the ancestor of modern software (not coincidentally, our 2009 exhibition The Art of Games in Aosta was dedicated to her). And again, film, with the “Kulesov effect,” showing how the attentively-scrutinizing eye is also the deceitful creator of a world of its own which impalpably but relentlessly penetrates our image of reality (an image that is by no means simple or “natural”: this is the statement we want to make, with all due respect to variety and complexity). Dulcis in fundo, the eyes of a computer or a human being in front of that screen which, as we are about to see in a specific chapter, we have been willing to get through for thousands of years. All this, perhaps, in a venue such as the altar designed by Bramante in the church of Santa Maria presso San Satiro in Milan, where the power of perspective vision was for the first time used for a functional, very human illusion: creating architectural and spiritual depth in a space of 97 centimeters.
He did not give up: neither will we.
Claude-Nicolas Ledoux, Théâtre de Besançon, disegno, fine XVIII sec.

La metamorfosi è una delle cifre sostanziali di NEOLUDICA, cioè la fotografia di una grande realtà – non solo artistica in senso stretto – in tumultuosa postproduzione. E poiché siamo ottimisti e non abbiamo paura delle solite apocalissi, la metamorfosi in questione, più che kafkiana, è ovidiana (“In nova fert animus mutatas dicere formas/ Corpora”, “La mente mi sprona a cantare forme/ Mutate in corpi nuovi”, Ovidio, Metamorfosi, I,1) o figlia degli splendidi ibridi di Max Ernst.
Gli strumenti espressivi del passato, i media con cui si è cercato di comprendere dentro e fuori di noi (una volta stabilite identità e individualità) hanno già da un pezzo superato la funzione per cui erano stati inventati per essere altro. E’ quindi giunto il tempo di ritrarre in digitale le analogie storiche, i trapassi da una forma storica e artistica ad un’altra per approdare infine alla rivoluzione estetica del virtuale che si fa concretamente Neoludica Game Art Gallery, ovvero, orizzonte unitario di nuove forme espressive che racchiudono in se coscientemente tutti quelli che vengono individuati come loro precursori.
Tutte le risorse della crossmedialità sono chiamate a evocare hic et nunc in modo nuovo e originale  le "connessioni remote" che legano le trame della storia ai diversi livelli di quel  gioco di specchi e di schermi fra tecnologia e arte che ha come posta in palio la forma, le forme più profonde di comunicazione che possiamo ben definire a ragione – il sogno e non il sonno della ragione – Arte.
I punti in questione da elaborare per evocare e rendere evidenti i percorsi polimorfici di approdo di questo nuovo umanesimo digitale sono essenzialmente tre:
-     1. La dimensione di indagine individuale rappresentata simbolicamente dall’OCCHIO
-     2. Il rapporto speculare che implica l’altro e avviene sempre tramite uno SCHERMO che filtra
-     3. L’immersione ed emersione nella società e quindi il punto di vista sulla CITTA'.

L'occhio è lo schermo dell'anima

Nel primo caso il riferimento di base è naturalmente Aristotele, che, oltre a essere il padre – o il nonno - del termine “virtuale” (che comunque in greco è “dunamis”, cioè, “potenza”), nella sua “Metafisica” individua quello che è ancora oggi l’organo privilegiato del sapere occidentale, lo stesso che ha prodotto gli hardware e i software che conosciamo: “Preferiamo la vista a tutto, si può dire, non solo ai fini dell’azione, ma anche quando non dobbiamo fare nulla”. Per questo l’immagine da cui si potrebbe partire è proprio quella della struttura del cervello collegata all’occhio, così come viene disegnata, sulla scia degli studi aristotelici, nel medioevo in occidente o nel mondo arabo. Quindi occhi e cervello collegati secondo Leonardo. Poi, o si fa seguire il manoscritto davinciano dall’ autoritratto a tutto tondo del Parmigianino giovane (che sembra quasi nascondere un mouse nella mano) o lo si fa precedere dallo specchio di Van Eyck presente nel ritratto dei coniugi Arnolfini (dentro quella camera chiara quasi certamente il pittore ha ritratto se stesso nella folla dei partecipanti alle nozze). A seguire, l’incisione di Ledoux col suo visionario occhio teatrale: simbolo del grande disegno utopico iscritto nella visione scientifica della realtà dell’illuminismo. E il ritratto di Pierson della contessa di Castiglione, dove anche la nascente fotografia valorizza il suo punto focale nel secolo in cui un’altra donna, Ada Lovelace, figlia del poeta George Byron, inventa l’antenato del software moderno (non a caso proprio a lei era stata dedicata la nostra mostra The art of games di Aosta nel 2009). Quindi il cinema con l’”effetto Kulesov”, che ha mostrato come l’occhio attento indagatore sia anche ingannatore e creatore di un mondo tutto suo che, impalpabile, pervade con forza l’immagine che ci facciamo della realtà (un’immagine tutt’altro che semplice o “naturale”: questo è il messaggio che vogliamo lanciare nel nome del rispetto della varietà e della complessità). Dulcis in fundo  gli occhi del computer o di un essere umano di fronte a quello schermo che, come vedremo nel capitolo a questo dedicato, da migliaia di anni vogliamo superare. Il tutto magari nella cornice dell’altare edificato da Bramante nella chiesa di Santa Maria presso San Satiro a Milano, dove la potenza della visione prospettica fu per la prima volta messa a servizio di una utile, umana illusione: creare una profondità spaziale e spirituale avendo a disposizione 97 centimetri.
Non si scoraggiò lui, non lo faremo neanche noi.

mercoledì 19 giugno 2013

LA NOSTRA CIVILTA' E' UN SOGNO AD ANGOLO RETTO


The Screen
We start from the earliest evidence of abstract thought and conception of geometrical shapes by Sapiens Sapiens individuals: the lozenges carved on red ochre (which is also the first cosmetic, and the Sapiens is sapiens twice because he is “homo cosmeticus”) found in caves in Blombos, South Africa, and dating from 70-75,000 years ago. Without these abstract shapes we would not have all our everyday’s square-angled structures (doors, windows, pictures, screens, etc.). Similarly, without the agricultural revolution of 10,000 years ago, and the birth of cities stemmed from the invention of bricks (or of squared stones), we would not have the culture of pictures. Moving from such an early start, we get to frescoes of Pompei, and specifically to a frescoed picture portraying Terentius Neo and his wife as they hold two important tools from the crucial technological revolution that was the invention of writing: a papyrus and a wax tablet (which in Plato’s Theaetetus is compared to our memory), the mother of the blackboard, grandmother of the scratch pad (great-grandmother of the iPad) and, even more importantly, forerunner of the codex (i.e. the modern, rectangular book). And the modern book will have as its main supporters nobody else than the Christians (for that reason mocked by the rich, snobbish Pagans who only used the “volumen”). The Bible, the book par excellence in the Middle Ages, was popularized through images (“Biblia pauperum”) in large cathedrals, where the speculative thought of theologians also found its way in enormous stained glasses like those in Chartres, nothing short of a screen populated by the figurations of Divinity (even though we do not agree with Bernard of Chartres’ statement that we are “dwarves standing on the shoulders of giants”: we were, are and will always be nothing but men). We are definitely soaked with these squared structures, from which it is hard to escape. If we must try, without necessarily take off to hypothetical celestial spheres, then we should do it in an ironic, neo-ludic fashion, like in a painting by 19th century Spanish artist Pere Borell: a kid who cheats every kind of frame. However, in the 20th century, the screen obtained its secular massified consecration with cinematography and television, and playing with globalization is well worth a mass: a new Flemish mass that borrows materials from rock songs and, in the arts, finds its expression and “aura” in Nam June Paik’s Videoflag. And again, now that year 2000 is ancient history, isn’t there an aura, as well, around the Magnavox/Odyssey Pong console, or maybe the Arcades, entirely immersed into a cloud made of smoke, not from incense, but from the nostalgic player’s cigarettes?
The question is still open, and the push to go beyond and maybe shatter all screens is very much alive: from the squared shapes inspired by crystals – Cueva de los Cristales // Cueva de las Manos – and the quartz crystals of tectonic plates to the touch-screen to be pointed at with Michelangelesque fingers, the road is all downhill.

Our civilization is a dream at right angle with the right to distraction






Lo Schermo colpisce ancora
Partiamo dalla prima testimonianza di pensiero astratto e di realizzazione di forme geometriche da parte dell’homo sapiens sapiens: le losanghe su ocra rossa (tra l’altro primo cosmetico e il sapiens è due volte sapiens anche perché compiutamente “homo cosmeticus”) delle grotte di Blombos, in Sudafrica, datate 70-75000 anni fa. Senza queste forme astratte non avremmo tutta le nostre realtà domestiche ad angolo retto (porte, finestre, quadri, schermi, etc.). Come, senza la rivoluzione agricola, 10000 anni fa, e la nascita delle città grazie all’invenzione del mattone (o della pietra squadrata), non avremmo avuto la cultura del quadro. Inquadrando così il nostro percorso giungiamo agli affreschi delle domus di Pompei e a un quadro affrescato che ritrae Terentius Neo e consorte che reggono in mano due importanti strumenti figli di quella fondamentale rivoluzione tecnologica che è stata la scrittura: un papiro e una tavola cerata (e Platone nel “Teeteto” paragona a questa la nostra memoria), madre della lavagna, nonna del block notes (bi-trisavola dell’iPad) e soprattutto antesignana del “codex”, (cioè del libro rettangolare moderno). E il libro moderno col suo comodo formato avrà per principali diffusori proprio i cristiani (in questo sbeffeggiati dai ricchi snob pagani cultori del “volumen” di papiro). La Bibbia, poi, Libro per eccellenza del medioevo, sarà diffusa per immagini (“Biblia pauperum”) nelle grandi cattedrali dove saranno figlie del pensiero speculativo dei teologi anche le grandi vetrate, come quelle di Chartres,  vero e proprio schermo dove passare in rassegna le figure del divino (anche se dissentiamo da Bernardo di Chartres con la sua storia che saremmo nani sulle spalle dei giganti: siamo stati, siamo e saremo sempre uomini e basta). Siamo profondamente impregnati di tutte queste realtà squadrate da cui è difficile sfuggire. Se proprio vogliamo tentare, senza dover per forza decollare  alla volta di presunte sfere celesti perfette, allora tanto vale farlo, con ironia oggi potremmo dire neoludica, come ha dipinto nell’800 il pittore spagnolo Pere Borell: un fanciullino che si fa beffe di ogni cornice. Ma lo schermo ha raggiunto nel XX secolo la sua consacrazione laica di massa con il cinema e la televisione e giocare con la globalizzazione val bene una messa: una  nuova messa fiamminga che pesca dalle canzoni rock e in, in aura artistica, si configura in  Videoflag di Nam Jun Paik.  E poi, ora che il 2000 è ben superato, mancano forse di aura anche la mitica console Magnavox/Odyssey di Pong  o le Arcade immerse nella nuvola non d’incenso ma di sigarette dei giocatori d’antan?
Il discorso è aperto e la volontà di andare oltre e - perché no? - infrangere ogni schermo divisore è ancora viva (dai cristalli ispiratori di forme squadrate - Cueva de los Cristales // Cueva del las Manos - e dai quarzi propulsori della tettonica a placche al touchscreen da puntare con dita michelangiolesche la strada è tutta in discesa).

La nostra civiltà è un sogno ad angolo retto con diritto alla distrazione

Luca Traini

mercoledì 12 giugno 2013

NEOLUDICA IN GIURIA A "NEW GAME DESIGNER 2013" CON UNA MOSTRA DEDICATA A "PONG"

Neoludica Game Art Gallery, con gli artisti dediti alla ricerca e all'elaborazione di tematiche videoludiche e retroludiche, sarà presente all'evento del 21 giugno 2013 -ore 9.30>13.30- al CTU dell'Università degli Studi di Milano, Sesto San Giovanni. Nello spazio degli studi televisivi dove si svolgeranno le 'finali' che premieranno gli elaborati dei giovani game designer di Politecnico e Statale (in giuria, come lo scorso anno, Debora Ferrari e Luca Traini), opere d'arte interattive e quadri di game art offriranno ulteriori riflessioni sulla game culture italiana durante i momenti di confronto tra le realtà maggiormente rilevanti nel settore.


Venerdì 21 giugno 2013, dalle ore 9:30 alle ore 13:30
Studi televisivi dell'Università degli Studi di Milano (c/o CTU)
Piazza Indro Montanelli 14, Sesto San Giovanni (MI)
Diretta streaming (a partire dalle 10:45): http://portalevideo.unimi.it/

Alcuni giochi presentati dagli studenti nelle passate edizioni

L'evento è aperto a tutti

Con il patrocinio di


Approfondimento su NEOLUDICA