STORIA E FILOSOFIA

MA TU, SOCRATE, CI CREDI? Il fiume Ilisso e il Prologo del Fedro di Platone
DUE MORTI PER UN CONCETTO Una diversa lettura dell'Eutìfrone di Platone
INVITO A CENA CON DELITTO NELLA ROMA DEL IX SECOLO La Coena Cypriani
ALESSANDRO MAGNO IN VALLE D’AOSTA Il castello di Quart
NON SOLO MACHIAVELLI E GUICCIARDINI Le Memorie di Philippe de Commynes
QUANDO LA STORIA FA "PONG" Nixon, Mao e un leggendario videogioco
FABIO MANISCALCO Un grande archeologo, un eroe dei nostri giorni
SAINT-MARTIN-DE-CORLÉANS (AOSTA) Area e aura archeologica fra mito e storia
RUFO FESTO AVIENO, IMILCONE E LA "VIA DELLO STAGNO"
CURA E NATURA DELL'UOMO DA ILDEGARDA DI BINGEN A PARACELSO
FILOPEMENE IN INDONESIA Il punto di vista degli altri




MA TU, SOCRATE, CI CREDI?

Il fiume Ilisso e il Prologo del Fedro di Platone


Commento musicale Luigi Nono, ...Sofferte Onde Serene...



Oggi lo vedi cementificato, quasi prosciugato l’Ilisso che lambiva Atene, interrato come tanti fiumi torrenti su cui si è costruito il volto della città moderne, per evitare ogni genere di irregolarità, le piene. E questa ricerca della moderazione di ogni evento naturale sarebbe certo piaciuta al Socrate di Platone, che proprio su queste rive discorre con Fedro nel dialogo omonimo. Le acque erano piacevoli, pure e trasparenti e per fare chiarezza su un argomento come l’amore i due protagonisti cercano l’ombra dei platani - “platano”: la stessa radice di “Platone” - che allora crescevano sulle sponde. Fedro porta nascosto nel mantello un libro – e c’è da stupirsi di quale formidabile nuova tecnologia fossero questi primi libri, patrocinati dagli scandalosi sofisti – dentro c’è un discorso sull’amore del grande retore Lisia. Un libro perché non l’aveva ancora imparato a memoria, colpa platonica di non poco conto aver bisogno di un simile strumento, la scrittura figlia della contabilità, per una facoltà fondamentale della tradizione dei sapienti, tutelata non da una ma da due dee: Mneme e Mnemosine.


Parte col piede sbagliato Fedro, che pure lo ha libero da calzari, come sempre scalzo è Socrate – e l’acqua fresca dell’Ilisso è l’ideale nel torrido mezzogiorno estivo che azzera le ombre degli uomini. E aggiunge che il vento sembra della giusta misura, un venticello tonificante. Così Socrate risponde: “Fai tu da guida”. Il vento, che nel testo ha lo stesso termine di “respiro”, non era stato sempre così piacevole.


Fedro allora ha un ricordo, una reminiscenza che prende forma di domanda: “Non è proprio qui, da queste parti sull’Ilisso che  Borea (il vento del nord) rapì Orizia (figlia di un mitico re di Atene fulminato da Zeus, Eretteo, a suo volta nipote o figlio del mostruoso Erittonio)?”. E’ anche da notare che Borea era diventato proprio nel V secolo a.C. (l’epoca del dialogo) una specie di dio nazionale per gli ateniesi, in ragione di questa sorta di parentela con i re mitici ma soprattutto perché si riteneva li avesse aiutati scatenandosi contro la flotta di Serse, da cui una festa in suo onore e un altare sulle rive dell’Ilisso.

Socrate risponde: “Si dice, infatti”. E all’altro pare proprio il posto giusto per vederci giocare delle fanciulle, con le acque così pure e diafane: l’esempio è quello di Nausicaa e delle sue ancelle nell’Odissea. Ma non è un gioco da ragazzi, il luogo del rapimento è più avanti, dov’è il santuario del demo di Agra (da *akwa “acqua corrente”) c’è l'altare dedicato al dio del vento del nord. Fedro ammette di non averci mai fatto attenzione, riflette e prorompe in una domanda epocale: ”Ma, dimmi, per Giove, Socrate, tu pensi che questo mito sia vero?”.


Il termine che usa è “mitologema”, che di norma si traduce “racconto favoloso”, ma può anche significare “materiale mitico”, “racconto primordiale” - ed è oggetto di numerose discussioni in ambito accademico - ma il punto è se il nuovo sapiente, cioè Socrate, dopo la messa in discussione del patrimonio  tradizionale operata dalla filosofia e in particolare dai sofisti, creda ancora a questa narrazione fondante ancestrale. E’ la domanda tipica di tutti i profondi rinnovamenti delle culture, in  particolare di quelle che hanno al centro la vita nelle città, delle civiltà sottoposte a un ritmo di cambiamento più rapido e osservabile. Una domanda che, in questo caso, è rivolta a un devoto dell’Apollo di Delfi, che sa di non sapere, non sapere abbastanza per mettere in crisi la tradizione, al Socrate di Platone, che quella tradizione di sapere aristocratico vuole mantenere rinnovandone i termini e ampliandone i contenuti. La sfida è con l’Atene democratica, il suo sviluppo economico, la sua mobilità sociale, i nuovi saperi che accoglie (dal naturalismo di Anassagora alla sofistica di Protagora e Gorgia), che hanno scardinato la precedente visione di un mondo agricolo e pastorale chiuso e definito nella tradizione orale dei padri e padroni della proprietà terriera, gli “aristoi”.


Dunque tu, Socrate, credi ancora a questi racconti di un favoloso passato? Sì, il Socrate di Platone ci crede e dice che non sarebbe il personaggio strano, fuori moda, che è se non ci credesse. Proprio perché, dall’eredità aristocratica del pensiero dell’Apollo delfico, “sa di non sapere” e, non sapendo bene chi è (una crisi di identità della vecchia classe dirigente che Platone vorrebbe superare) non si impiccia delle cose che sono fuori di lui e, “mantenendo fede alle credenze che si hanno di esse”, vuole evitare il rischio tragico dell’arroganza, della “ubris” (un’avvertenza che sarà fatta propria da tante teologie a seguire)Per questo invita Fedro a sedersi all’ombra dell’agnocasto, simbolo non a caso di castità, di “purezza”, per non restare “contaminato” da simili insinuazioni. Così Platone riconduce a “simbolo” il mito di Borea e Orizia anche nel senso letterale della parola, di contratto, di tessera divisa in due, ricomposta in mosaico dalla divinità che riconduce a sé, in suo potere, quanto aveva diviso: la donna, l’essere umano, la sua apparente libertà.


Un pronunciamento del Socrate platonico è nella Repubblica, dove, una volta ridefiniti i diversi stati dell’animo umano, la città e la sua cultura vengono riorganizzate operando una selezione dei racconti del mito, riducendoli a simboli che rimandano ad altro e cercando di ripulirli da quanto nel dibattito filosofico, a partire da Senofane e Parmenide, era stato rinchiuso nel termine di  “contraddizione”. Questa specie di legge quadro troverà il suo regolamento  nelle Leggidove il “mitologema” diventerà il “racconto favoloso” finalizzato a “persuadere le anime dei giovani a credere quello di cui li si vuole convincere” (Leggi 664a) – il legislatore dovrà avere il coraggio “di mentire in qualcosa per il bene dei giovani e… per far compiere a tutti, non con la violenza, ma volontariamente, ciò che è giusto” ( Leggi663d-e) - e ogni dubbio sulla/e divinità sarà bandito e passibile di condanna a morte o  di detenzione in diversi carceri, fra cui il Sofronisterion, l’”Assennatoio”, il “carcere di correzione”, prototipo di tutti i famigerati “campi di rieducazione”.



Dal dialogo en plein aire al carcere sembra il destino dello stesso fiume in riva al quale, con tanta piacevolezza e a piena luce, era nato un discorso destinato ai filosofi quali guardiani della parola scritta sull’amore. Rinchiuso in una cupa prigione dal filosofo invecchiato e diventato guardiano tout court (insieme ad altri nove parte del Consiglio Notturno delle Leggi, la notte più amata dalla polizia politica che dai poeti, l'"eteria", la società segreta aristocratica ateniese filospartana elevata a modello di Stato). Dall’Accademia platonica all’accademismo che non ammette repliche. E come rapiti in volo dallo stesso vento gelido, passiamo dalla fine dell’”epoca d’oro” della democrazia ateniese ai cupi regimi anni ’30 del secolo appena passato.


Sei davvero convinto che qui scorreva, scorre l’Ilisso? Che ci fosse Platone alla guida delle betoniere che fecero questa colata di cemento? Che il fascino di interrare il passato in nome di una sua resurrezione in forma di lastricati, squadrati a dovere, avvenne in nome di una reinvenzione della tradizione negli anni di ferro della dittatura di Metaxas?


La sfida è quella di sganciarsi dal “credo” per mantenere viva la domanda, il dubbio costruttivo riguardo a ogni mitologia, considerare la stessa come racconto in fieri la cui continua costruzione non deve prevedere per forza di cose – o di idee - una cementificazione, dei fiumi come del pensiero.

Luca Traini
Biografia
Storia e Filosofia
Il Dittico di Aosta


Foto (dall'alto) 1. Montaggio fra l'Ilisso del 1821 dipinto da Edward Dodwell e quello odierno fotografato da Dimorsitanos 2. Frammento papiraceo del Fedro di Platone (II sec. d.C.) 3., 4., 5. Diversi rapimenti di Orizia nei quadri di François Boucher e Francesco Solimena (XVII sec.) e Oswald von Glehn (XIX sec.) 6. Pianta dell'Atene classica 7. "Piante pericolose" (1850) 8. Carcere panottico dismesso dell'Isola di Santo Stefano (foto di Gaùcho) 9. Il dittatore Metaxas mentre fa il saluto romano insieme a membri dell'organizzazione giovanile greca in una riproposizione funerea di architetture "classiche" (ironia della storia il suo Paese sarà invaso proprio dal regime fascista italiano) 10. La Kylixdi Exekias (foto di Matthias Kabel) raffigurante Dioniso trionfante sulla nave dei pirati, trasformati in pacifici delfini.




DUE MORTI PER UN CONCETTO

Una diversa lettura  dell’Eutìfrone di Platone



L’Eutìfrone mi ha sempre colpito per la brutalità della causa scatenante il dialogo: due orrendi omicidi in quella che doveva essere “la campagna di una volta” (chiamala “durezza” se vuoi, ma non basta). Due di quelle morti violente perpetrate fra le quattro mura di casa, al chiuso, morti che puzzano il doppio. Un bracciante ubriaco fradicio che ammazza uno schiavo e poi viene buttato dal padrone in un pozzo e dimenticato lì.
Ecco, l’aereo discorso sulla “santità” parte da questa vicenda terra terra, da un vecchiaccio dispotico che lascia crepare non tanto un assassino, ma un pezzente maldestro che gli ha rotto un oggetto di proprietà, una cosa parlante. E il figlio, l’Eutìfrone che da nome al dialogo, ha il coraggio di denunciarlo: cosa inaudita anche nella democratica Atene - e poi non ha mica ucciso un consanguineo!
E' anche il parere di Socrate e da subito si vede quanto parteggi per il padre padrone, uno di quei vecchi terribili poi tanto cari al terribile vecchio Platone delle LeggiQuando nell'incalzare del dialogo citerà, censurandoli, i comportamenti di Zeus e Crono verso i rispettivi padri, è chiaro che alluderà al comportamento di Eutìfrone.
Certo, quest'ultimo, un indovino pare neanche particolarmente apprezzato, di certo non un mago della dialettica, nell'ambito del dialogo non fa un gran figura, mostrando una discreta ottusità nel mettere in discussione le sue, poche, granitiche certezze. Non dobbiamo però dimenticare che questo è il punto di vista, diciamo l'opinione, del Platone che si cela nella statuetta di Sileno del suo Socrate, del filosofo impegnato a fondo in un grande progetto di rifondazione aristocratica che non ha certo tempo da perdere in cause che riguardano braccianti o schiavi.
Tuttavia, agli occhi di un moderno ben contento di essere tale, la tentata denuncia del povero indovino nei confronti del padre violento - possiamo immaginare come sarà andata a finire - è un gesto di grande umanità, che merita di essere ricordato. 


Quindi un figlio contro il padre e due omicidi. Ma la cupa premessa non finisce qui. I due s'incontrano all'ingresso del tribunale dell'arconte re (e la presenza dietro le quinte di questa arcaica figura non è certo un caso). Uno sta per entrare, l'altro è appena uscito: dialogo immediato, senza intermediari o reminiscenze, magia drammatica di Platone. Socrate è in punto di fare il suo ingresso per respingere l'accusa di Meleto (non a caso fisiognomicamente brutto dentro e fuori, come Tersite) e sappiamo la fine che farà. Senza contare che Atene, il grande corpo della polis, è appena uscita da una guerra civile e da una catastrofe  militare che ha visto la rivolta di buona parte degli ex-sudditi del suo impero. In  questa situazione di crisi profonda a cui la restaurazione democratica di Trasibulo sta cercando di rimediare in qualche modo (ne mimneskein “non ricordare”, la parola d’ordine tutt'altro che platonica riportata dal filospartano Senofonte nelle sue Elleniche), ecco la scandalosa novità di un uomo che vuole accusare il padre per l’omicidio di un non-consanguineo (e forse solo una profonda crisi di “valori” poteva spingere a ciò un devoto all’antica come Eutìfrone) e addirittura un dialogo su ciò che è “santo” -ma, soprattutto, su ciò che non lo è (il dialogo molto “intelligente” – e astuto, specie nei confronti dei posteri – di un disperato, letteralmente e letterariamente, perché è pur sempre il Socrate di Platone).
Alla fine del testo non si approderà a nulla, se non a smontare le premesse teoriche di Eutìfrone (ma speriamo non lo abbia distolto dal suo fine). Una buona, anzi, ottima scusa per far capire che in fondo il “santo”, cioè il “giusto” della cui “giustizia” la “santità” è parte, è lui, Socrate: una specie di difesa prima dell’Apologia.
L’esegeta, l'esperto di leggi, che tanto diceva di aver cercato il vecchio omicida per un parere (mentre il suo lavorante agonizzava nel pozzo), l’ha trovato il figlio. E’ Socrate, il figlio dello scultore, il pronipote di Dedalo inventore di automi, ispiratore alla lunga dei cittadini della Repubblica che forse è in cielo, Socrate che volò alto, come l’accusato del modo proverbiale “Accusi forse uno che vola?” (Eutìfrone 4a), come il sofista mascherato delle Nuvole di Aristofane. Ovvero, “Accusi me” sembra dire Socrate, perché se il mantis parla come un folle, allora è come Meleto e questa città (la parte democratica), che lo condannerà, condannerà il maestro di Platone, il padre spirituale che il discepolo penserà, anzi, meglio, crederà di non tradire mai.


La città malata di stasis come i vecchi di Eutìfrone, incapace di stabilire un criterio di giustizia il più possibile non contraddittorio (e quindi privo di contraddittorio, non solo in tribunale), quella condannerà Socrate, come un figlio ingrato. Come Eutìfrone.

Luca Traini



INVITO A CENA CON DELITTO NELLA ROMA DEL IX SECOLO

La Coena Cypriani


Antipasto: “Eva (prende) un frutto di fico,
una mela Rachele, Anania delle prugne,
dei bulbi Lia, olive Noè,
una salsa all’aceto Gesù”

Invito a cena con delitto nella Roma di papa Giovanni VIII (forse il primo a morire assassinato). E’ la Coena Cypriani, “La cena di Cipriano”, un piccolo gioiello, una satira mimata, uno “iocus” colto fra tardo antico e alto medioevo che imparai ad amare trent’anni fa, quando studiavo latino medievale alla Statale di Milano col mitico Giovanni Orlandi.
L'ho ritrovata su Amazon nell'edizione curata e tradotta da Albertina Fontana per Servitium.

Risultati immagini per coena cypriani servitium

L’attribuzione a Cipriano, vescovo di Cartagine nel III secolo, è fittizia: il testo originario è opera di un anonimo del V secolo. Il contesto, uno scenario dove tradizione letteraria latina e biblica sono ormai in simbiosi.  La trama, esotica e senza tempo: “Quidam rex nomine Iohel”… “Un certo re, di nome Gioele, le nozze celebrava in Oriente a Cana di Galilea, e molti invitò a partecipare alla sua cena” (la traduzione, come in tutte le citazioni che seguono, è sempre di Albertina Fontana). Il fine, didascalico (“gradevole e utile, proprio perché permette di riportare alla memoria tante vicende e tanti personaggi”, parola di Rabano Mauro): infatti gli invitati, una bella folla, sono personaggi dell’antico e del nuovo testamento, connotati dal vestiario all’alimentazione. Il tutto è ai nostri occhi a dir poco bizzarro, ma si tratta di un mondo immerso nella sfera religiosa e la sacra rappresentazione procede allegra e festosa fin quasi alla fine, quando si trasforma in dramma…

File:Comput digital Raban Maur.jpg
Rabano Mauro (780-856), De numeris 

Premessa: il testo che leggiamo non è l’originale, ma una delle tre rielaborazioni operate nell’alto medioevo che hanno purgato i versi da personaggi non presenti nella sacra scrittura. Autore: Giovanni Immonide (825-880 d.C.), uno dei principali artefici della politica culturale di Giovanni VIII (papa dall’872 all’882), per il quale scrisse anche una fortunata Vita di Gregorio Magno“Mi sono divertito con questo scherzo (ludus);/ tu, papa Giovanni,/ accettalo; ora puoi anche permetterti di ridere,/ se ne hai desiderio./ Mentre corrono tempi tristi, che tutto riducono/ A rovina,/ cogli dottrine a te care da questi versi”.

Riprendo in mano il caro Duchesne, I primi tempi dello Stato pontificio

Risultati immagini per louis duchesne einaudi

Anno Domini 876: il papa ha da poco incoronato imperatore il suo prediletto, Carlo il Calvo, e stabilizzato il potere nell’Urbe. Nonostante il pungolo costante delle flotte saracene alleate del duca di Napoli e lo stato di guerra endemica fra potentati nella penisola italica e in Europa (roba da far impallidire i contrasti di oggi), la Pasqua può essere festeggiata in un clima di relativa tranquillità: “Con quest’opera si diletti il papa/ durante i giorni di Pasqua…/… Carlo imperatore offra/ ai suoi commensali questa Cena…/…La chiesa, per ben due volte minacciata/ può rallegrarsi”.

I brani finora citati sono tratti da lettera dedicatoria, prologo ed epilogo aggiunti dall’Immonide. Ora è il caso di entrare nel vivo della festa. La cena è servita, “risus paschalis” e ritmo carnascialesco esorcizzano la morte, ma il vero cibo è la Scrittura, l’esempio quello del profeta Ezechiele (3,1): «Figlio dell'uomo, mangia ciò che hai davanti, mangia questo rotolo, poi va' e parla alla casa d'Israele».

Risultati immagini per Ezekiel manuscript
Il profeta Ezechiele in una miniatura del XIII sec.

Nel dettaglio.
Antipasto: “Eva (prende) un frutto di fico,/ una mela Rachele, Anania delle prugne,/ dei bulbi Lia, olive Noè,/…/ una salsa all’aceto Gesù”.
Prima portata: “Saul porta il pane, Gesù lo spezza,/…/ offre lenticchie Giacobbe,/ solo Esaù le mangia”.
Scoppia una rissa. “Resta digiuno Giovanni,/ nulla riesce ad assaggiare Mosè,/ rimane senza cibo Gesù,/ nemmeno una bricciola raccoglie Lazzaro”.
Torna la pace e vengono serviti diversi tipi di carne, le parti distribuite naturalmente da un esperto di animali come Noè: “Adamo il fianco, la costola Eva,/ il seno Maria, Sara il ventre,/ Elisabetta la vulva,/…/ le natiche Lot, Giacobbe i piedi,/ raccoglie Ezechiele gli ossi”.
Poi è il momento del pesce, con i termini letteralmente pescati dalla Storia Naturale di Plinio il Vecchio: “Eva una murena, una pelamide Adamo,/ Giovanni una "locusta",/ un pesce spada Caino,/ Assalonne un capitone, un polpo Faraone,/ una torpedine Lia, Tamar un'orata".

File:Agape feast 07.jpg
Catacombe di Priscilla (Roma, II-V sec.), Banchetto cristiano

Dolci: "Giovanni (porta) il miele,/ Abramo il latte; Sara fa la pasta,/ Gesù prepara i dolci, tutto serve Paolo".
Vini: "Vino passito beve Gesù, marsico Giona,/.../ Giovanni albano,/ Abele campano, vino di Signa Maria,/ Rachele fiorentino".
Effetti collaterali: "dorme ebbro Noè,/ di bere è sazio Lot, russa Oloferne,/ preda del sonno è Giona,/ veglia Pietro fino al canto del gallo/.../ Giacomo tenta di bere nella coppa di un altro./.../ chiede Pilato acqua per le mani".
Musica: "alla cetra dà un tocco Davide,/ prende in mano un timpano Maria,/ Jubal introduce il salterio,/ guida le danze Giuditta,/ canta Asaf, Erodiade danza/.../ Isacco se la ride, dà baci Giuda,/ manda saluti Jetro".
Festa in maschera: "Gesù vestito da maestro,/ Giovanni da carcerato,/ da reziario Pietro, Faraone da inseguitore,/ Nemrod da cacciatore, Giuda da traditore,/ Da ortolano Adamo, da attrice di esordi Eva".

File:B Escorial 18.jpg
Il peccato originale, miniatura mozarabica dal Beato de El Escorial (X sec.)

Colpo di scena: è stato rubato qualcosa (e i furti nella Bibbia non mancano: "Beniamino (ha rubato) una coppa/ un anello con sigillo Tamar,/ Giuditta una coperta di seta,/.../ Abimelech la moglie di un altro"). C'è sgomento fra i presenti: "Geroboamo mente, prende paura Susanna,/ Rebecca arrossisce/ si lamenta Geremia".
Delitto e castigo: il re ordina un'inchiesta. E' l'inizio della parte truculenta, specchio dei tempi in cui autorità faceva sempre rima con atrocità. Il risus paschalis inizia la sua salita al Calvario. In questo genere di menù è prevista la tortura dei convitati: "Isaia è straziato, Giona spogliato,/ lapidato Geremia, accecato Tobia,/ Dina viene stuprata, ingannato Esaù,/.../ Eva interrogata, Caino risponde 'Non so',/ è trattenuto ma nega Pietro". E' previsto anche un colpevole - è così nel teatro e anche il re ne è certo. La Bibbia (Giosué, 7, 1-26) lo aveva già condannato con famiglia e greggi a una pena atroce, lapidazione: si tratta di Acan, figlio di Carmi. Sulla scena invece è previsto il linciaggio e tutta la sacra famiglia si accanisce sul capro espiatorio. La finzione prevede: "Daniele (che) lo scaraventa a terra,/ lo colpiscono/ Davide con un  sasso, con la verga Aronne,/ Gesù con una sferza di cordicelle,/ lo squarcia in due Giuda,/ Eleazar con la lancia lo trafigge".
"Lieto fine". Tutti si danno una mano a seppellire il corpo del reato: "Offre aromi Marta,/ richiude il cadavere Noè nel sepolcro,/ pose l'iscrizione Pilato,/ Giuda riceve il compenso". Il sacrificio è consumato. Ite, missa est, esodo dalla festa, tutti a casa fra le righe della Scrittura. A due versi dalla fine "sorride dell'evento Sara".
Eco ne farà il refrain de Il nome della rosa, dove la Coena Cypriani sarà anche presa a modello per un sogno di Adso. Così come era stata archetipo dei pranzi pantagruelici di Rabelais e di Sade, di film come “L’angelo sterminatore” di Buñuel, "La grande abbuffata" di Ferreri o “Invito a cena con delitto” della coppia Neil Simon/Robert Moore. Oggi la vedrei bene recitata dall'inossidabile Gigi Proietti.

File:KarlII monks.jpg
L'imperatore in trono (dalla Prima Bibbia di Carlo il Calvo, IX sec.)

Il pontificato di Giovanni non avrebbe più goduto di questa tranquillità. Soltanto un anno dopo sarebbe morto Carlo il Calvo. Due, e il papa sarebbe dovuto fuggire in Francia, a incoronare un altro imperatore – debole, balbuziente e già malato – che sarebbe morto l’anno successivo. Alla fine, nell’881, si dovette rassegnare a porre la corona in capo a un franco orientale (germanico), Carlo il Grosso, che non riuscì a fare meglio del precedente e con la cui deposizione, soltanto sei anni dopo, sarebbe finita in modo inglorioso la dinastia dei carolingi.
In un’Europa in preda a violente spinte disgregatrici, con l’amministrazione dei beni ecclesiastici ormai in balia del nascente feudalesimo e la stessa Roma, confinata nel Patrimonio di San Pietro, preda a cospirazioni di ogni genere, i disegni egemonici del papa erano destinati a un finale tragico. Nell’882 Giovanni VIII morì probabilmente assassinato dai suoi parenti, che lo fecero avvelenare e finire a colpi di martello.
L’altro Giovanni, l’Immonide, l’aveva già preceduto nella tomba col suo lieto fine.





ALESSANDRO MAGNO IN VALLE D’AOSTA

Il castello di Quart


Alessandro Magno e l'Albero Secco, Affresco XIII sec., Castello di Quart (foto da lavoixduvaldaoste.it)

Come uscito da un quadro di Mantegna ma concretamente piantato a guardia dell'antica "Via delle Gallie", a quattro miglia romane da Aosta, il castello di Quart domina anche l'autostrada assorto nel suo trono di montagna. Fondato intorno al 1185 dai Signori di Quart (già Signori della Porta di Sant'Orso nel capoluogo), passato di mano più volte, vissuto fino alla metà del secolo scorso, ha più la storia e l'aspetto di un corpo vivo, ricco di tutte le sue età e stratificazioni, assopito come una specie di Endimione di pietra.


Il castello in una foto tratta da www.regione.vda.it

Ispirato dagli articoli apparsi sul Bollettino della Soprintendenza, in un giorno di apertura straordinaria dei lavori di restauro ho la fortuna ammirare dal vivo gli affreschi del donjon ( XIII-XIV sec.)...
Stanno emergendo dalla coltre di scialbo che li ha coperti per più di mezzo millennio a calibratissimi colpi di laser - ti sembrano quasi quei piccoli schiaffi che si danno ai dormiglioni - e quanto comincia a stamparsi nei nostri occhi è una specie di puzzle delle meraviglie dove si incrociano frammenti e destini di Alessandro Magno e Sansone, eredità grecoromana e giudaicocristiana rivestite cogli abiti dell'età di mezzo per Giacomo III di Quart.
Il condottiero macedone, di leggenda in leggenda ormai diventato anche modello di vita cavalleresco, è giunto ai confini del mondo, in un'India favolosa dove ci si nutre di opobalsamo e incenso. Sta ascoltando l'oracolo degli Alberi del Sole e della Luna, carichi di teste umane secondo la tradizione orientale dell' Albero Secco: "Alessandro, invincibile in guerra, tu potrai, come hai chiesto, essere il solo signore del mondo: ma non rientrerai più vivo in patria". Poi a riflettere non è più il re, ma l'uomo: "Sentendo queste parole io rimasi sbigottito, colpito nel profondo dell'anima: fui dispiaciuto d'aver portato con me tanti uomini fin laggiù, a quegli alberi sacri".
Si tratta di brani tratti dall'incantevole ma fittizia "Lettera di Alessandro ad Aristotele", testo di grande diffusione dalla tarda antichità fino a tutto il medioevo (fra i prediletti dalla scuola filosofica di Chartres). Il sovrano descrive al maestro lo stupore e il prezzo della sua gloria terrena: la morte ancora giovane (alla fatidica età di 33 anni). E' ora di tornare indietro. E' una lezione di umiltà.
Ecco allora spuntare sulla parete accanto i resti di una rappresentazione che non sembra avere nulla a che fare con il viaggio verso l'ignoto: quella, tutta quotidiana, del Calendario. Felice contrasto, raffigurazione di grande successo all'epoca, ma quale il legame?
Il nodo di Gordio può essere reciso se facciamo riferimento a un altro bestseller di quei tempi, il poema "Roman de Alexandre" di Alexandre de Paris (XII sec.), il padre del verso principe della letteratura francese: il dodecasillabo "alessandrino". Infatti alla strofa 95 troviamo descritto l'interno della fantastica tenda del Macedone: "I dodici mesi dell'anno vi sono tutti illustrati/ Così come ognuno mostra quel che sa fare/ ... E sopra tutto è dipinto l'anno nella sua maestà". Proprio come nel più antico dei due mosaici del coro della cattedrale di Aosta (seconda metà del XII sec.), in forma di signore elegante e multicolore che regge nella destra il sole e nella sinistra la luna contornato dai medaglioni dei mesi (senza contare che anche nel mosaico più recente, inizi XIII secolo, la raffigurazione di animali fantastici insieme al Tigri e all'Eufrate potrebbe essere anch'essa retaggio di quelle fantastiche avventure).


Il Mosaico dell'Anno nel coro della cattedrale di Aosta (da www.medioevo.org)

Tutto sembra proprio tornare. Come il ciclo invincibile del tempo, a cui anche i grandi devono sottostare. Ritorno all'ordine, ruota che gira implacabile, ma anche vita che torna a sbocciare ogni primavera, naturalmente simbolo di rinascita spirituale.
Ecco perché quindi anche Sansone, anch'esso già presente in Valle in un altro splendido mosaico del XII secolo, quello  della chiesa aostana di Sant'Orso (guarda caso), mentre spalanca le fauci al leone cerchiato dall'enigmatica scritta palindroma "Sator arepo tenet opera rotas". Ma cosa c'entra col resto questa lotta uomo/animale, quest'altra impresa del giudice veterotestamentario rivisto e affrescato per un nobile cattolico? C'entrano la nascita dell'eroe (per volontà divina da una madre sterile) e la fine apparente della povera fiera, che, al contrario del suo simile greco di Nemea, una volta morta, narra il testo biblico dalla sua carcassa prendesse vita uno sciame di api con tanto di miele. Quelle api, simbolo di castità e di vita che procede dalla morte fin dalle "Georgiche" di Virgilio e dai "Fasti" di Ovidio ("una sola anima uccisa ne generò mille"). Si tratta della famosa (e famigerata) "generazione spontanea", teorizzata proprio da Aristotele, contro cui la scienza moderna dovette combattere più di due secoli prima che gli esperimenti di Pasteur ne avessero la meglio. Ma restando negli orizzonti dell'arte medievale i conti - e soprattutto le simbologie - tornano (anche se dovesse comparire, come sembra, una Dalila che fa recidere le sette trecce all'eroe addormentato): la gloria dovrà tenere conto dell'umiltà per aspirare alla vera rigenerazione, quella spirituale.


Il Mosaico di Sansone cerchiato dalla scritta Sator Arepo Tenet Opera Rotas (foto di Laurom)

La mente spicca l’ultimo volo passando dalle Alpi al Caucaso, facendo riaffiorare alla memoria i versi che il poeta azero di lingua persiana Nezami (1141-1209) fa dire ad Alessandro morente: "Da questa terrena fortezza m'ha per sempre liberato il cielo,/ e possano tutti infine esserne come me liberati".

Siamo usciti. Lungo le mura cerco di scorgere a oriente la necropoli neolitica di Vollein, poi fisso il Monte Emilius che ci sovrasta a fronte e plano fino a comprendere il lato occidentale con le gigantesche Acciaierie Cogne.
Il nostro viaggio si conclude nel candore estremo di una cappella barocca fresca di restauro, ormai tutta oggetto da museo. Fuori, nel parco, tra un acero e un faggio centenari immagino i contadini che hanno abitato per l’ultima volta il castello, rivedo gli interruttori di ceramica nel primo corpo di fabbrica.
A loro sono dedicati i miei versi di congedo.



A tutti i contadini che hanno abitato castelli

Cos'è un castello quando ci vivi e il tuo presente non è fatto di memoria ma lavoro e la sera sei stanco e accendi la luce, non le torce dei servi ma l'interruttore dell'uomo libero, quella specie di uovo bianco di porcellana poi plastica per cui tanti hanno dato la vita?

E tu, piccolo uovo di Piero in un castello del Mantegna, illuminavi le mura ridipinte, gli infissi di porte e finestre nuovi a confronto di bifore trifore per gente in armatura.

Tu brandisci solo un forcone, della pietra non hai il male ma il sonno, spenta quella preziosa lampadina, non sogni il passato ma un futuro migliore.

Io passo oltre le prime mura e mi stanno sotto i piedi.
Per cunicoli ben restaurati sono nelle tue stanze, che si attraversa distratti dall'antico.
Anch'io vado a vedere il donjon perché c'è dipinto Alessandro Magno che parla con l'Albero del Sole.


P.S. La visione di questo vero e proprio wargame del medioevo, nel 2008, con la sua arte popolare continuamente arricchita di nuovi dettagli e reinterpretata da letture a diversi livelli, avrebbe ispirato anche il mio successivo approccio alla nuova estetica del videogame e quindi le mostre che avrebbero portato NEOLUDICA alla Biennale di Venezia: il futuro ha radici antiche.



NON SOLO MACHIAVELLI E GUICCIARDINI

Le Memorie di Philippe de Commynes


"Una grandissima efficacia di rappresentazione.
Personaggi e paesi sono colti sul vivo o con pochi tratti essenziali e
caratteristici che li rendono indimenticabili. Par di vedere sul volto,
solitamente grave del nostro autore, un finissimo sorriso che è già
un po' quello dello humour. Come Erasmo, Commynes conosce gli
uomini e compatisce le loro follie con discrezione e indulgenza"
Maria Clotilde Daviso di Charvensod

Claus SluterPozzo dei profeti: re Davide (Certosa di Champmol, Digione, fine XIV sec.)


Ricordi, dubbi, rimpianti
Commento musicale Antoine BrumelSicut lilium

La Storia si fa coi “se” e i “ma” se sono i protagonisti a farla. E Philippe de Commynes lo fu ai più alti livelli, ministro e consigliere privato di sovrani in due grandi corti della seconda metà del XV secolo, prima in Borgogna e poi in Francia, dove si decidevano i destini dell’Europa nell“autunno del medioevo” (secondo la felice definizione di Huizinga). I suoi ricordi, i suoi dubbi, i rimpianti nei suoi Mémoires: seCarlo il Temerario non si fosse ostinato contro gli Svizzeri, se Luigi XI non si fosse accanito controMaria di Borgogna, se Carlo VIII non avesse sperperato una fortuna per la sua calata in Italia…
Tutti quei soldi, tutti quei morti.

Arazzi di Alessandro Magno (Fiandre borgognone, seconda metà del XV sec., foto di Sailko)
"Credo di aver visto e conosciuto la parte migliore d'Europa e non ho visto nessuna signoria e nessun paese, anche di assai più grande estensione, che avesse tale abbondanza di ricchezze, di mobili, di edifici e anche di ogni sorta di prodigalità, di spese di feste e di vivande (come la Borgogna)... La buona fortuna e la grazia di Dio durarono per lei lo spazio di 120 anni." (Commynes, Memoires V, 10).
"Tutta questa raffinata nostalgia/ trasudava di vernice fresca./ Dopo i tornei, i balli e i canti/ sarebbe venuta la macelleria./ Poi la noia,/ la muffa/ e ancora la nostalgia." (Luca TrainiVillon).

E forse non li avrebbe scritti se non invitato da Angelo Catone, arcivescovo di Vienne, cui dedicò l'opera. Il vescovo era un umanista, lui no, il passato lo aveva rispolverato dopo essere caduto per la prima volta in disgrazia, nel 1489, ma era il presente che aveva contribuito a costruire che avrebbe raccontato nel suo francese non troppo curato ma vivo, come bozza per una possibile messa in scena di altri, magari in latino, ma cosciente che dietro quella finzione ci sarebbero state le sue quinte, dove la storia che pulsa è fatta anche di giri di parole, di ripetizioni, di smemoratezze volute o impreviste. Non c’è traccia di idealizzazione nel racconto di questo uomo, di questo ministro e diplomatico razionale che ci ricorda il Guicciardini, pragmatico e costruttivo, che volle raccontare soprattutto quanto aveva vissuto in prima persona: il lento lavoro che prelude alle decisioni ponderate come ai compromessi e le improvvise accelerazioni imposte dagli eventi (dalle soluzioni geniali o da apparente follia).

Anonimo, Busto di Philippe de Commynes (primo quarto del XVI sec., Parigi, Louvre)
"Delle astuzie e dei raggiri che si fecero nei nostri paesi da vent'anni a questa parte non ne sentirete parlare da nessun altro con tanta verità quanto da me." (Mémoires III, 5)
"Il sapere corregge un uomo, anziché renderlo peggiore; non fossa'altro per la vergogna di conoscere il proprio peccato, se non sarà trattenuto dal mal fare, almeno ne farà di meno. E se non è buono, farà tuttavia finta di non voler far male o torto a nessuno. Ne ho visti parecchi esempi fra i grandi che sono stati dissuasi da molti cattivi propositi dal sapere e anche sovente dal timore della punizione di Dio, di cui avevano maggior conoscenza che non gli ignoranti, i quali non han visto né letto nulla." (Mémoires V, 18).


Sconvolgimenti epocali

Sotto gli occhi vigili, prudenti e spesso spaventati di un memorialista che non si fa pudore di ammettere la paura come uno dei fattori determinanti dell’azione politica, nella fattispecie militare, viene passata in rassegna, senza ombra di retorica, un’età feroce e spregiudicata caratterizzata da mutamenti imprevisti, sconvolgimenti epocali. Nelle sue pagine non troviamo ancora descritti quegli elementi strutturali economici, politici e sociali, cardine del mutamento storico, fatti propri dalla nostra storiografia nell’ultimo secolo. Duchi e re sembrano ancora decidere i destini dei propri popoli e le memorie di un ministro avrebbero dovuto educarli alla giusta misura delle proprie azioni.

A sinistra: Anonimo, Filippo il Buono e suo figlio Carlo il Temerario (Recueil d'Arras, metà XVI sec.).
A destra: Ritratto di Luigi XI (disegno del XVI sec. da un ritratto di Jean Fouquet, Bibliothèque Nationale de France).
"Il giorno in cui giunsero due servitori del conestabile di Lussemburgo (Luigi di Sainville e il segretario Richer) il re (Luigi XI) fece nascondere il signore di Contay, servitore del duca di Borgogna (Carlo il Temerario), con me dietro un grande e vecchio paravento che era nella sua camera... Il re si sedette su uno sgabello proprio accosto al paravento affinché noi potessimo udire  quel che diceva Luigi di Sainville... E mentre Luigi di Sainville parlava (dell'alleanza di Carlo il Temerario  con Edoardo IV d'Inghilterra), pensando di piacere al re, cominciò a contraffare il duca di Borgogna, a pestare un piede per terra, a bestemmiare per san Giorgio, a chiamare come lui il re d'Inghilterra Blayborgne, figlio di un arciere che portava questo nome, e a farsi beffe di lui in tutti i modi possibili. Il re rideva forte, e gli diceva che parlasse ad alta voce perché cominciava a diventare un po' sordo, e che ripetesse tutto di nuovo. L'altro non si faceva pregare e ricominciava di gran buona voglia. Il signore di Contay,con me dietro il paravento, era l'uomo più sbalordito del mondo." (Mémoires IV, 8).
"Lo scrittore è secco, acuto, con uno stile aderente ai fatti: le qualità di descrittore si fondono con quelle del moralista e dello psicologo, che penetra nelle coscienze per registrare i vizi ed il valore. Il ritratto di Luigi XI non è indegno di un Saint-Simon." (Giovanni Macchia).


Ecco, in questo Commynes è in un certo senso anche umanista, quando rispolvera il suo Tito Livio di base, così diverso da quello del Machiavelli, e il punto di vista vincente di un imperatore elogiato per la sua tradizionale “misura” come Ottaviano Augusto. E visto che si parla di Machiavelli c’è da chiedersi come mai la teorizzazione del memorialista francese sia così scarsa a confronto di quanto espresso dallo scrittore de Il principe. La risposta, in sintesi, è semplice: le teorie rivoluzionarie, di norma, nascono dalle sconfitte mentre la prassi del regno francese era stata vincente, per meriti come per fortunate circostanze. Squadra che vince non si cambia e Commynes aveva assistito, dopo il disfacimento della potenza inglese sconvolta dalla Guerra delle Due Rose (1455), al tracollo improvviso e imprevisto del Ducato di Borgogna (1477), che sembrava destinato a sostituire come superpotenza continentale sia la Francia, reduce dagli incubi della prima metà del ‘400, che il Sacro Romano Impero germanico (in crisi da secoli). Il suo Dio, che ogni tanto compare fra le righe senza miracoli ma armato di legge implacabile (e imprevedibile), sembrava proprio parlare francese. Il rischio paventato, quella superbia che aveva travolto Inghilterra e Borgogna.

A sinistra: Arazzi di Alessandro Magno (particolare). A destra: Anonimo, Battaglia di Morat (1476).
“Negli Arazzi di Alessandro Magno, seguendo l’interpretazione di Aby Warburg, possiamo vedere ritratti nei panni immaginari di soldati macedoni Carlo il Temerario e il suo esercito. Aggiungo il fatto che la lotta contro gli ‘uomini selvaggi rappresenta quella contro i francesi, così rappresentati alla luce del Ballo degli ardenti narrato da Jean Froissart. Nel 1393, infatti, quattro danzatori vestiti da ‘sauvages’ che si esibivano davanti al re Carlo VI (che già mostrava segni di squilibrio mentale) erano finiti bruciati vivi a causa dell’incendio provocato da una torcia portata dal fratello del re, Luigi I d’Orléans.” (Luca Traini, Alessandro Magno e la sua leggenda, Varesecorsi 1996).
"Gli Svizzeri si erano radunati, ma non in gran numero, come sentii raccontare da molti di loro. Dalle loro parti non si trae tutta la gente che si crede e allora se ne traeva ancora meno di adesso: dopo, infatti, i più hanno lasciato l'aratro per farsi soldati." (Mémoires V, 1).



Gabbie di ferro e cannoni

Un “peccato” compiuto da Carlo VIII nella sua impresa italiana, che vide Commynes, consigliere poco ascoltato, decisamente contrario al tentativo di riconquista francese del Regno di Napoli. Lo storico conosceva bene la nostra penisola, era stato in missione a Firenze nel 1478, dove aveva avuto occasione di conoscere e stimare Lorenzo de’ Medici: sapeva quale razza di pericoloso intrico si nascondesse dietro il fragile equilibrio sorto dalla Pace di Lodi. D’altro canto qualche “peccato” l’aveva compiuto pure lui, tramando contro il giovane Carlo VIII  e finendo rinchiuso otto mesi, nel 1487, in una gabbia di ferro nel titanico castello di Loches (vi finirà prigioniero i suoi giorni anche Ludovico il Moro nel 1508, non in gabbia ma nel torrione), con tanto di confisca di un quarto dei beni. Riabilitato, viene spedito come ambasciatore a Venezia nel biennio 1494/95 per assicurasi la neutralità della Serenissima: "Io tardai qualche giorno a partire perché il re ebbe il vaiolo e fu per morire; gli venne la febbre, ma non durò che sei o sette giorni... Lasciai il re ad Asti e credevo fermamente che non sarebbe andato più oltre. In sei giorni giunsi a Venezia con muli e carri, poiché la strada era la più bella del mondo." (Mémoires VII, 7). Da questo punto di vista privilegiato analizzerà il formidabile - e inaspettato - successo della discesa in Italia delle truppe francesi: "Dappertutto in Italia non avrebbero avuto altro desiderio che ribellarsi, se le cose del re fossero state condotte bene, con ordine e senza ruberie." (Mémoires VII, 8). E Venezia resterà nel suo cuore per la bellezza e il sistema di governo, una repubblica aristocratica che, insieme al parlamento inglese, darà le ali al suo sogno, mai realizzato, di una monarchia affiancata da un forte potere assembleare della nobiltà. La borghesia e, tanto meno, il popolo minuto non rientravano nei disegni di questo signorotto di provincia assurto ai più alti onori, non è possibile chiedergli tanto. In compenso la sua descrizione di Venezia ispirerà molto l’immaginario francese fino a Proust e ad Assassin’s Creed II.

Il donjon del Castello di Loches  (foto di Clayton Parker).
Vittore CarpaccioArrivo degli ambasciatori inglesi alla corte del re di Bretagna (Venezia, 1495).
"Questo re nostro padrone (Luigi XI) aveva fatto fare prigioni assai rigorose, vale a dire gabbie di ferro o di legno rivestite dentro e fuori di placche di ferro ferrate in modo terribile, larghe otto piedi e alte soltanto un piede di più che la statura di un uomo. Il primo che le immaginò fu il vescovo di Verdun, che fu subito chiuso nella prima che fu fatta e vi dormì per quattordici anni. Dopo di lui molti lo maledissero ed anch'io, che la assaggiai per otto mesi sotto il re che c'è adesso (Carlo VIII)" (Mémoires  VI, 11),
"La mia meraviglia fu grande nel vedere la posizione di quella città (Venezia) e nel vedere tanti campanili e monasteri e casamenti tutti sull'acqua e la gente senz'altro modo di andare qua e là che in quelle barche, di cui credo se ne potrebbero mettere insieme almeno trentamila, ma che sono assai piccole... E' la città più splendida che io abbia mai visto e quella che fa più onore agli ambasciatori e agli stranieri e che si governa più saviamente e dove il servizio di Dio è fatto più solennemente" (Mémoires VII, 18).


Gli occhi prosaici del cronista, affinati dal pragmatismo veneziano ("Sia per mezzo dei servi degli ambasciatori sia in altri modi... non badavo a spese per essere avvertito." Mémoires VII, 19), svelano i retroscena delle velleità cavalleresche del giovane Carlo VIII: l’incompetenza dei ministri di corte, le astuzie di Ludovico il Moro (uno dei principali responsabili dell’operazione) e soprattutto le spese folli per la spedizione con il conseguente enorme indebitamento: "Il re era giovane assai,debole di persona, voglioso di fare a suo talento, attorniato da poca gente savia e senza buoni capitani. Denaro sonante, niente, giacché ancor prima di partire furono presi a prestito centomila franchi dalla banca Sauli di Genova, all'interesse del quattordici per cento, da pagarsi a ogni fiera; e come dirò poi, furono fatti prestiti da molte altre parti. Non c'erano tende né padiglioni, e così si entrò d'inverno in Lombardia; ma c'era questo di buono che la compagnia era gagliarda, piena di giovani gentiluomini, benché, a dir vero, poco disciplinati." (Mémoires VII, 1). I proclami irreali (conquista di Napoli più successiva crociata contro i Turchi) e i facili eroismi non trovano spazio nelle pagine dei Mémoires, piuttosto si sottolinea l’importanza dell’esercito professionale costruito da Carlo VII e da Luigi XI dopo i disastri della Guerra dei Cento Anni: “Mi pare che un principe accorto, il quale possa disporre di diecimila uomini e abbia mezzo di mantenerli, è assai più da temere e da stimare di quanto non lo siano dieci alleati stretti insieme, che abbiano ciascuno seimila uomini; perché fra loro sono tante le cose da stabilire e da sbrigare che la metà del tempo si perde prima che qualcosa sia concertato e concluso” (Mémoires I, 16). Il supporto fondamentale di un forte contingente di truppe svizzere (già la Francia di Luigi XI aveva favorito con larghe elargizioni lo sviluppo militare della Confederazione in funzione antiborgognona). E la novità fondamentale di un uso massiccio dell’artiglieria, più agile, maneggevole e soprattutto spaventosamente efficace (quelle armi da fuoco così drammaticamente sottovalutate dal Machiavelli umanista de L’arte della Guerra): “Nessuno si rendeva conto degli effetti della nostra artiglieria, che è davvero la più possente di tutte le artiglierie del mondo” (Mémoires VIII, 23). Oltre ai metodi spietati di combattimento, altra eredità dei massacri della Guerra dei Cento Anni e dei suoi strascichi. Ce ne offre un breve esempio il Guicciardini: "Accostandosi a Fivizzano, castello de' fiorentini... lo presono per forza e saccheggiarono, ammazzando tutti i soldati forestieri che vi erano dentro e molti degli abitatori: cosa nuova e di spavento grandissimo a Italia, già lungo tempo assuefatta a vedere guerre più presto belle di pompa e di apparati, e quasi simili a spettacoli, che pericolose e sanguinose." (Storia d'Italia I, XIV).


Melchiorre FerraioloCronaca figurata: entrata delle truppe francese in Napoli il 22 febbraio 1495.
"I signori e i capitani vivono in Italia sempre in maneggi con i nemici e in gran timore di trovarsi fra i più deboli.";
"Questa, di compiacere ai più forti, è la natura dei popoli d'Italia; ma erano, e sono, trattati così male che bisogna scusarli.";
"Poche volte, facendo questo viaggio, i nostri indossarono l'armatura, e per andare da Asti a Napoli il re mise quattro mesi e
diciannove giorni soltanto; un ambasciatore ci avrebbe messo poco meno. Per questo concludo col dire, dopo averlo sentito
da molti religiosi e uomini di santa vita e da molta altra gente di ogni sorta (ed è quindi voce di Dio perché è voce di popolo),
che Nostro Signore voleva punire quei principi in modo che tutti se ne accorgessero.";
"La gente infatti ci adorava come santi e stimava che in noi ci fosse ogni fede e bontà; ma quest'opinione durò poco."
(Mémoires VII, 11; VII, 9; VII, 14; VII, 8).
La spedizione di Carlo VIII segna il passaggio dall'Umanesimo italiano, così come si era venuto formando in un secolo da Petrarca
e Boccaccio in poi, al fenomeno europeo del Rinascimento. La fine di un'epoca è ben rappresentata dal finale dell'Arcadia,
il poema del napoletano Jacopo Sannazzaro, che allude alla conquista francese della sua città:Ultimamente un albero bellissimo di arancio, e da me molto coltivato, mi parea trovare tronco dalle radici, con le frondi, e i fiori, e i frutti sparsi per terra.”.


Come si sa, dopo il successo iniziale, Carlo VIII si ritrovò sì padrone di Napoli ma invischiato in una penisola in piena rivolta. L’uscita da questo cul de sac fu drammatica. Il rischio era quello di fare la fine del Temerario, intestarditosi in imprese pericolose e, soprattutto, non necessarie. A Venezia lo storico fu testimone oculare della nascita della Lega Santa, che scatenava Ducato di Milano e Repubblica Veneta insieme a mezza Europa (Aragona, Sacro Romano Impero e Inghilterra) contro le truppe francesi: "Presso un masso di porfido, dove si sogliono fare le pubblicazioni, fu pubblicata la lega. Io stavo a vedere di nascosto da una finestra con l'ambasciatore del Turco... quella notte stessa venne a parlarmi per mezzo di un Greco e stette quattro ore nella mia camera; aveva un gran desiderio che il suo signore fosse nostro amico" (Mémoires VII, 20). Sono i primordi della lunga alleanza tra Francia e Impero Ottomano in funzione antiasburgica. Commynes raggiunse il suo re a Siena: "Mi scrisse di andargli incontro a Siena, dove lo trovai... mi chiese ridendo se i Veneziani avrebbero mandato gente contro di lui: tutti coloro che lo circondavano erano infatti giovani che non credevano che ci fosse al mondo qualcun altro buono e capace di tener le armi in mano." (Mémoires VIII, 2).
Non si aveva idea di quanto sarebbero state drammatiche la successiva attraversata degli Appennini e la battaglia di Fornovo (6 luglio 1495) dove, grazie anche a divisioni, indecisioni e lentezze della coalizione nemica, i francesi riuscirono infine ad aprirsi una via per il ritorno in patria: "Il re smontò in una cascina poveramente costruita, ma dove c'era una grandissima quantità di grano in covoni, di cui tutto l'esercito profittò... Io so che dormii in una vigna, ben disteso sulla nuda terra... senza mantello; quella mattina il re si era fatto imprestare il mio, e i miei bagagli erano troppo lontani... A tutti pareva di averla scampata bella, e non eravamo più così pieni di superbia come un po' prima della battaglia." (Mémoires VIII, 12).


A destra: La battaglia di Fornovo (stampa d'inizio XVI sec.).
A sinistra: Gerolamo Savonarola ritratto in un incunabolo delle sue opere (1496). 
"Quando arrivai a Firenze per andare incontro al re andai a visitare un frate predicatore chiamato fra Gerolamo (Savonarola), uomo di santa vita, per la ragione che aveva sempre predicato in favore del re... e diceva che era stato mandato da Dio per castigare i tiranni d'Italia... Molti lo biasimavano perché diceva che le cose gli erano state rivelate da Dio; altri vi prestavano fede; per parte mia lo credo un bravo uomo. Gli domandai se il re avrebbe potuto passare senza rischiare la vita... Mi rispose che in cammino avrebbe avuto dei fastidi, ma che l'onore sarebbe rimasto suo... e che Dio, il quale lo aveva guidato nell'andata, lo avrebbe condotto ancora al ritorno." (Mémoires VIII, 3).
"Anche loro erano come noi scarsi di buoni capitani... I Veneziani non vollero rischiare tutto in una volta e sguarnire il campo; invece per loro sarebbe stato meglio metter tutto in gioco, visto che erano assai ad attaccare... Non è possibile al mondo caricare con più ardimento di quanto si caricò dai due lati. I loro stradiotti, che erano in coda, videro i muli e i bagagli che fuggivano in direzione dell'avanguardia e che i loro compagni vincevano. Andarono tutti in quella direzione, senza seguire i loro uomini d'arme, che si trovarono senza scorta; senza dubbio, se a noi si fossero mescolati un millecinquecento cavalli leggeri, con in pugno le loro scimitarre, che sono spade terribili, noi, in pochi che eravamo, saremmo stati sconfitti senza rimedio... Avevamo un gran seguito di valletti e servitori che si gettarono su quegli uomini d'arme italiani, che per la maggior parte furono uccisi da loro; quasi tutti avevano in mano accette per tagliare la legna e con queste rompevano le visiere delle celate e davano loro gran colpi sulla testa; perché erano molto difficili da ammazzare, tanto erano forti le armature... Il nostro esercito aveva un gran seguito di vagabondi e di vagabonde, che fecero fortuna con i morti... Il combattimento non durò più di un quarto d'ora... In Italia le battaglie di solito non vanno in questo modo, perché essi combattono squadra per squadra e la battaglia dura talora tutto il giorno senza che né l'uno né l'altro sia vincitore... Quando si giunse a Nizza della Paglia... la sete era tale che vidi una quantità di fanti bere ai fossati di quei piccoli borghi dove passavamo. Noi bevevamo a grandi e lunghi sorsi acqua sporca e non corrente... Di una cosa bisogna dar lode a quell'esercito, ed è che non sentii mai nessuno lagnarsi; eppure, fu il viaggio più faticoso che io abbia mai visto in vita mia, per quanto ne abbia visti con il duca di Borgogna di quelli molto duri." (Mémoirs VIII, 11-14).



La morte, la storia, l’arte
Commento musicale Antoine BusnoisJe ne puis vivre ainsi

Le memorie si concludono con la fine ingloriosa di Carlo VIII,  una piccola vendetta per l’autore. Il re muore per le conseguenze di una testata contro una porta in un passaggio diroccato detto “il pisciatoio”: "Uscì dalla camera della regina Anna di Bretagna, sua moglie, per andare con lei a vedere quelli che giocavano a pallacorda" - un gioco fatale per i re francesi - "nei fossati del castello (diAmboise); era la prima volta che ve la conduceva, ed entrarono insieme in una loggia abbattuta... ed era il più brutto posto che ci fosse, perché tutti vi pisciavano... Per quanto fosse basso di statura, entrandovi, picchiò la testa contro la porta; poi stette a lungo a guardare i giocatori, discorrendo con tutti... Dicendo questo, cadde riverso e perdette la parola... Chiunque voleva poteva entrare in quella loggia e lo trovava disteso su un misero pagliericcio, dove rimase finché ebbe reso l'anima... Io giunsi ad Amboise due giorni dopo e andai a dire la mia preghiera là dove c'era il corpo e ci rimasi cinque o sei ore; e, a dir il vero, non vidi mai tanto cordoglio e di tanta durata. Ma è anche vero che i suoi familiari, come i ciambellani o i dieci o dodici giovani gentiluomini della sua camera, erano trattati meglio e avevano stipendi e donativi più grandi di quanti mai ne abbia dati, e persin troppo. Il suo era il più umano e dolce parlare che mai ci sia stato, e credo che a nessuno abbia detto cosa che potesse dispiacere. Non poteva morire in più buon punto per restare famoso nelle storie ed essere rimpianto da quelli che lo servivano" (Mémoires VIII, 25 e 27).
Sic transit anche la carriera politica di Commynes. Il nuovo sovrano, Luigi XII, non si sarebbe mostrato riconoscente contro chi l’aveva sostenuto nella congiura del 1484 pagata in una gabbia di ferro: "Andai incontro al nuovo re, del quale ero stato intimo più di ogni altro e per il quale mi ero messo in tanti guai e avevo avuto tante perdite; eppure in quel momento se ne ricordò appena." (Mémoires VIII, 27).
Non restò che scrivere una grande opera storica, che testimonia tra l’altro la simpatia per l’Italia e l’amore per la sua arte, una passione che di lì a qualche decennio avrebbe portato Francesco I a ospitare Leonardo da Vinci nel maniero di Clos-Lucé e a incaricare architetti e pittori manieristi per la ristrutturazione del castello di Fontainebleau.

BergognoneGian Galeazzo Visconti offre alla Vergine il modello della Certosa, fine XV sec. (foto di Danielkwiat).
"Quella bella chiesa dei certosini, che è davvero la più bella che io abbia mai visto e tutta di bel marmo." (Mémoires VII, 9).


Addii e rinascite
Commento musicale Josquin DesprezAdieu mes amours

La splendida edizione Einaudi del 1960 (che io sappia, purtroppo mai ristampata) termina con il commosso saluto del grande Federico Chabod alla storica Maria Clotilde Daviso di Charvensod, morta dopo aver curato e tradotto i Memoires: "Con ugual serenità e coraggio affrontò la Resistenza. Uno degli ultimi ricordi che ho di Lei è un suo improvviso arrivo, con Giorgio Vaccarino, nellaValsavarenche già occupata dai partigiani, l'estate del '44. Spirito di verità, non mai lusinga di soddisfazioni e riconoscimenti esteriori, la condusse alla ricerca storica, poi costantemente perseguita per tutta la vita; e il suo Commynes è come un epilogo". Un lavoro fondamentale, che va ricordato. La sua forza può essere riassunta nella precisa - e commovente - distinzione che la Daviso opera fra il senso della storia per Philippe de Commynes e il nostro, ricordandoci con passione quanto la memoria sia preziosa, oggi: "Questo l'autore che, con la sua umanità, evoca, vivo e popolato di uomini vivi, un mondo per i più spento e lontano, in cui risuonano vuoti nomi senza volto. Noi non pensiamo più, come lui, che il leggere antiche storie valga a istruire i principi nell'arte di conoscere ed evitare inganni, né cerchiamo nelle vicende umane conferma della giustizia divina. Per noi la storia non deve essere un lugubre panorama di morte sul quale sconsolatamente meditare, ma conoscenza di vita che ci tempri all'azione".

Il donjon del castello di Commynes a Renescure com'è oggi, sede del Municipio
“Cuori di noia da tempo avviliti,
Grazie a Dio, sono ora sani e felici;
Andatevene, cambiate dimora,
Inverno, voi non resterete più”.


Luca Traini




QUANDO LA STORIA FA "PONG"

Nixon, Mao e un leggendario videogioco




Pace e videogame

Si parla tanto – e quasi sempre a sproposito – di violenza e videogame e ci si dimentica che i videogame sono figli della pace. Infatti l’ideazione del primo, Cathode Ray Tube Amusement Device (opera di Thomas T. Goldsmith Jr. ed Estle Ray Mann), risale non a caso al 1946. Certo era frutto della tecnologia bellica dei radar e ispirato alla missilistica dell’epoca, ma quante volte l’aspetto ludico della vita si ispira – ed esorcizza – il suo lato cruento!
Allo stesso modo Tennis for Two (1958), messo a punto per oscilloscopio e computer analogico Donner 30 da W. Higinbotham e R. V. Dvorak, rispecchiava le oscillazioni diplomatiche seguite al disgelo politico fra Est e Ovest della seconda metà degli anni ’50.




Nel caso di Space War di Steve Russell, realizzato per computer DEC PDP-1 nel febbraio del ’62, ci troviamo poi addirittura di fronte a una specie di prefigurazione  profetica della Crisi dei Missili di Cuba nell’ottobre dello stesso anno.



L’Odyssey di Pong

Ma il caso più clamoroso di profonda connessione fra storia e videogame riguarda quel gioco dalla doppia vita che è diventato famoso col nome di “Pong”. Quel formidabile bit, un minuscolo quadrato che diventa sfera (millenaria ossessione della quadratura del cerchio) e viene fatto rimbalzare da due piccoli rettangoli ai lati di uno schermo, è stato una rivoluzione tanto tecnologica quanto artistica (le due realtà vanno quasi sempre di pari passo). E anche nel caso di questo gioco, di questa nuova arte, la storia della nascita sembra legarsi per l’ennesima volta inscindibilmente all’epica. Non a caso il nome originario è Odyssey. Il suo creatore, Ralph Baer, un ingegnere di origini ebraiche emigrato negli USA dalla Germania nazista. Lo sviluppo del suo lavoro, tormentato come il viaggio di Ulisse, frutto di sperimentazioni durate anni (l’incipit data 1966, la stessa data riportata nella prima mostra mondiale dedicata all’arte del videogame alla Biennale di Venezia, NEOLUDICA Art is a Game 2011-1966), fino all’approdo ai televisori con la Magnavox nel 1972.



E’ proprio in questo fatidico anno viene anche lanciata la sua versione "Coin-op", frutto di quella che in musica verrebbe chiamata Variazione su Tema, ad opera di altri due ingegneri, Allan Alcorn e Nolan Bushnell, quest’ultimo fondatore, insieme a Ted Dabney,  dell’Atari.



Le ragioni politiche di un successo

L’interesse per entrambe le versioni è immediato, ma successo commerciale e grande impatto sulla cultura popolare saranno prerogativa di Pong e del  suo elegante cabinato giallo. Infatti colore e rimando al tennistavolo, sport dominato dall’Estremo Oriente dai primi anni ‘50, non erano un caso - e non solo per il richiamo “esotico” dei film di Bruce Lee: da un anno era scoppiata la pace fra Stati Uniti e Repubblica Popolare Cinese grazie alla “Diplomazia del Ping Pong”.
C’era già stata tutta una serie di precedenti di influenze reciproche fra Cina e Occidente degna di una saga videoludica: il viaggio di Marco Polo, la missione di Matteo Ricci, la moda delle “cineserie” durante il Rococò, il “Grande Gioco” fra Gran Bretagna e Russia nell’Asia del XIX secolo e l’influenza della “Rivoluzione Culturale” maoista sui movimenti del ’68. Tuttavia, il riavvicinamento fra due stati anche e soprattutto politicamente agli antipodi era avvenuto grazie al progressivo disimpegno americano in Vietnam e ai primi scontri fra due potenze comuniste, Cina e Unione Sovietica, sul fiume Ussuri nel 1969. Il realismo politico premeva perché  entrambi trovassero un accordo per contenere il gigante russo. Per chi volesse approfondire tutti i retroscena di questa spossante gara di scacchi diplomatica consiglio la lettura de La lunga rivoluzione, opera di un maestro dell’azzardo giornalistico, l’americano Edgar Snow, non a caso unico invitato occidentale ai festeggiamenti del XXI della rivoluzione cinese a Pechino nel 1970 (previo incontro col ministro degli esteri Zhou Enlai a una partita, naturalmente di ping pong, fra Cina e Corea del Nord).


Poi sarebbe venuto il 1971, i campionati mondiali di tennistavolo a Nagoya, in Giappone, con un componente della squadra americana, Glenn Cowan, che perde casualmente il suo autobus e viene invitato a salire sul pullman della nazionale cinese. Qui il tre volte campione del mondo, Zhuang Zedong, nel silenzio generale, lo avvicina e gli regala – un caso anche questo? - una serigrafia, ricevendo in cambio qualche giorno dopo una maglietta col simbolo della pace. Un altro e ben più famoso Zedong, Mao, prende la palla al balzo e il giorno prima della chiusura dei mondiali, il 6 aprile, invita l’intero team a una tournée in Cina. Senza incontrare opposizione da Washington - per quanto all’epoca riconoscesse come legittima solo la Cina nazionalista di Taiwan - già il 10 aprile i giocatori fanno il loro ingresso nella Repubblica Popolare via Hong Kong, primi americani (tranne qualche eccezione) a mettervi piede dal 1949.
L’impatto mediatico è enorme.


E’ il preludio agli incontri segreti di luglio fra Kissinger e Zhou Enlai e alla storica visita di Nixon a Pechino nel febbraio del 1972. A seguire, anche il premier giapponese Tanaka riconosce formalmente la Repubblica Popolare Cinese.
Nel frattempo, in aprile, esattamente un anno dopo lo storico evento, lo squadrone cinese è negli Stati Uniti per ricambiare il favore. Il tennistavolo non avrebbe più conosciuto un simile successo di massa.

Happy End, Happy Start

A settembre il primo "Coin-op" di Pong fa il pieno di monete nella Andy Capp’s Tavern di Sunnyvale (California) e, approfittando anche dell’atmosfera di ottimismo creata dal trattato SALT 1, firmato in maggio da USA e URSS, supera poi di slancio perfino la crisi energetica del 1973 entrando nella leggenda.



Zhuang Zedong è morto proprio il 10 febbraio di quest’anno, ma la sua visita negli Stati Uniti nel 2007 ha certamente ispirato Barack Obama per il suo famoso doppio a tennistavolo col premier inglese Cameron a Londra nel 2011.



Se l’alba dell’era videoludica si tinge di mitico – pensiamo solo al termine “Arcade”, che oltre al suo significato tecnico rimanda all’Arcadia cara a tanti pittori e poeti – lo si deve anche a un retroscena storico così pregnante perché ricco di attese di pace, di voglia di giocare, finalmente.

Luca Traini, Nolan Bushnell e Ilaria Amodeo di AESVI alla Games Week 2013




FABIO MANISCALCO

Un grande archeologo, un eroe dei nostri giorni

Fabio Maniscalco appone lo Scudo Blu dell'UNESCO a difesa di un bene culturale in area di guerra

Voglio ricordare un eroe dei nostri giorni, perché ce ne sono ancora - e tanti - anche se se ne parla poco.
Per Fabio Maniscalco, a sei anni dalla sua prematura scomparsa, questi versi di John Keats, morto come lui troppo presto:
Bellezza è verità
Verità è bellezza
Questo è quanto sappiamo e dobbiamo sapere.

E due articoli, un commosso ricordo dell'Associazione Nazionale Archeologi e uno splendido testo della moglie Mariarosaria Ruggiero, che possono ben illustrare coraggio, rigore e assoluta attualità di un uomo che ha fatto della propria vita una grande opera d'arte.


"Oggi 1 febbraio 2008, dopo una lunga lotta per la vita, si è prematuramente spento a soli 42 anni l’archeologo Fabio Maniscalco, uno dei massimi esperti mondiali in materia di salvaguardia dei beni culturali nelle aree di conflitti bellici. Docente presso la Facoltà di Studi Arabo-Islamici dell’Università “Orientale” di Napoli, con l’Osservatorio per la Protezione dei Beni Culturali in Area di Crisi dell’ISFORM, da lui fondato, aveva diretto attività e progetti finalizzati alla tutela dei beni culturali in Bosnia, Albania, Kosovo, Afghanistan, Nigeria, Palestina e molti altri paesi, impegnandosi in prima persona per censire e arginare i danni al patrimonio culturale nel corso dei conflitti bellici, tramite decine di iniziative, dossier, fotoreportage, appelli e pubblicazioni, al fine di sensibilizzare sull’argomento le istituzioni internazionale l’opinione pubblica mondiale. È proprio a causa dei suoi interventi in aree di guerra e alla conseguente esposizione all’uranio impoverito e ai metalli pesanti in Bosnia e in Kosovo, che il prof. Fabio Maniscalco aveva contratto una forma rara ed anomala di adenocarcinoma pancreatico. Gli erano stati asportati lo stomaco, parte del pancreas, il duodeno, il primo tratto dell’intestino e la colecisti. Da oltre un anno lottava coraggiosamente contro la malattia. Autore di fondamentali contributi scientifici sul tema della protezione del patrimonio culturale, ha fondato e diretto la prima rivista scientifica internazionale e multidisciplinare on line dedicata alla tutela e valorizzazione dei beni culturali: il “Web Journal on Cultural Patrimony” (www.webjournal.unior.it), cui hanno aderito oltre 50 Università e Centri di Ricerca in tutto il mondo, e creato la prima collana monografica dedicata al settore: “Mediterraneum. Tutela e valorizzazione dei beni culturali ed ambientali”. Per la sua coraggiosa attività il Prof. Maniscalco era stato nominato “Professore per Chiara Fama“ di “Salvaguardia del Patrimonio Archeologico e Culturale” dall’Accademia delle Scienze di Albania. Lo scorso anno la sua candidatura al Premio Nobel per la Pace aveva ricevuto l’adesione di centinaia di esponenti del mondo accademico provenienti da tutto il mondo, aveva inoltre ricevuto da Legambiente il premio 'Amici dell’Ambiente' [...]".



Fabio Maniscalco riceve i complimenti per la sua opera "Sarajevo" dal Ministro della Difesa Andreatta

FORMARE, EDUCARE E COOPERARE: L'ATTIVITÀ DI FABIO MANISCALCO E L'OSSERVATORIO PER LA PROTEZIONE DEI BENI CULTURALI IN AREA DI CRISI

"[...] Fabio era certo che solo l’educazione a sentire come un patrimonio comune l’espressione culturale dell’altro, anche del nemico, è la chiave per proteggere il patrimonio culturale mondiale che soffre di saccheggi e distruzioni, di snaturamenti e deturpazioni causati non solo dalla guerra, ma anche dagli interventi ricostruttivi del dopoguerra, oltre che da terremoti e disastri naturali. L’operato dell’Osservatorio fu guidato dall’esigenza di una regolamentazione della materia di tutela dei diritti umani e della difesa della cultura, dalla necessità di una divulgazione, applicazione e, ove necessario, di una revisione della legislazione; Fabio fu in più occasioni critico anche sull’operato dell’ONU, che ha in più di una circostanza dimostrato di essere subordinata alle grandi potenze mondiali, e dell’UNESCO, che non sempre è stata in grado di gestire le situazioni di crisi in maniera del tutto autonoma e indipendente.
Nell’opera complessiva di Fabio, tutelare e conservare hanno significato, dunque, non solo studiare e informare, ma essenzialmente formare, educare e cooperare; queste sono state le finalità precipue dell’Osservatorio che, nel corso dei dieci anni di vita, condusse questa disciplina da un piano teorico a un piano pratico, concretizzando indagini e studi sulla situazione dei beni culturali in alcune delle aree belliche mondiali più critiche, al fine di contrastare i pericoli per il patrimonio di quelle regioni martoriate".





SAINT-MARTIN-DE-CORLÉANS (AOSTA)
Area e aura archeologica fra mito e storia

Il sito, scoperto nel 1969, su cui oggi è in costruzione il Parco Archeologico

Scrive Silio Italico:
“Ercole affrontò le vette inviolate:
 Fu il primo. Gli dei vedono stupiti
Come fende nubi, fracassa alture,
Doma possente rupi mai battute“.
Vagava da oriente a occidente cercando fra i ghiacciai la via per i Giardini del Tramonto, dove le Esperidi avrebbero custodito gelosamente i propri frutti (forse delle arance).
O forse faceva il tragitto opposto, portando verso il piano una mandria di buoi, un po’ come oggi si fa in Valle d'Aosta durante la “désarpa” (i suoi però doveva averli rubati a un esseraccio con 3 teste 3 busti 6 braccia dalle parti delle Canarie o giù di lì).
Mah, fatto sta che:
“Verrai anche fino alle schiere dei Liguri
Che ignorano la paura, lo so bene,
E tu li combatterai, ma per quanto
Bellicoso e impetuoso, patirai”.
Questo, secondo il grande Eschilo, aveva profetizzato lo stesso Prometeo al nostro eroe, che lo aveva appena liberato.
E sempre in cerca di agrumi, Ercole si sarebbe poi diretto alla volta di Genova o Marsiglia, lasciando in Valle uno di cui si fidava, Statiello o Statelio o Statielo, il cui figlio, Cordelio o Cordelo, avrebbe fondato Cordelia o Cordella o Cordela, città madre di Aosta - e un popolo di figli, i Salassi, probabile fusione di Liguri e Celti, prima armati di bronzo, poi di ferro.
E se risali 5.000 anni indietro la lingua di asfalto di Via Saint-Martin-de-Corléans fino alle pendici di Regione Chabloz, dietro la chiesa del santo, dentro lo scavo archeologico, nei resti di pietra, in 12 pozzi, nell’impronta lasciata da 22 pali di legno, nella cenere di crani bovini bruciati troverai la conferma storica di una migrazione ancestrale dall’Anatolia, dal Caucaso.
La stessa via degli Argonauti di Ercole a ritroso. La stessa semina di denti degli eroi, degli agricoltori, dei draghi che stanno a guardia dei fiumi, come le lastre di pietra, da Gilgamesh sumero ai monumentali guerrieri qui onorati in più di 40 stele antropomorfe, scolpiti con vesti e borsette raffinate proprio sotto Via Parigi.



Frammento dopo frammento, tessera dopo tessera, come per il mosaico della Cattedrale: lì sono rappresentati e li devi risalire: il Tigri, l’Eufrate, seguire l’antica “Tabula Peutingeriana”, spingerti oltre la Galazia, la terra dei Galli in Turchia, fino alle coste del Mar Nero: “”Thalassa“! “Salassa“! Il mare! Il mare!”.
E’ proprio lì, sull’ultimo brandello di Anatolia della “Tabula”, su quella copia medievale di cartina stradale romana, che sta scritta la distanza per un’altra città, anche se il nome è quasi lo stesso: Cordìle.


Scritto con la “i“ al posto della “i greca”, la “y“, che in greco si legge quasi “u”: mùgghio notturno, abisso del Caos primigenio - e poi voce, parola, pronuncia. Pronunce che cambiano, come i nomi. I nomi segreti che si davano alle antiche città, ad Aosta come a Roma - e guai a rivelarli! Il nome aveva - e ha - un senso profondo, una sua potenza evocativa, una magia: esserne privati significa assenza di identità, di presenza qui e ora, restare un numero in attesa di essere zero, come ad Auschwitz.
Ma noi non ci faremo prendere dal panico, non precipiteremo, costruiremo intorno alla voragine tutto un recinto di “i”  facendo finta di niente.  Facendo ordine, insomma.

Dicevo: c’è scritto “lontana… 16 miglia” da Trapezunte, cioè Trebisonda, oggi Trabzon, e rischi davvero la trebisonda se cerchi Cordìle su un’altra cartina, perché pare svanita nel nulla, forse distrutta a colpi di “mazza“, divorata da una specie di “lucertola d’acqua” diventata gigante, sepolta sotto un tumulo a forma di “gobba“, “bendata” agli occhi degli uomini da qualche dio - tutta roba che in greco si scrive uguale - magari durante una danza orgiastica, il “cordàce” della Lidia, Anatolia che si affacciava sull’Egeo, proprio sopra la Caria, dov’era Mileto, patria della filosofia, della geografia, di quei coloni che fondarono prima Sinope e poi Trapezunte.
Qui alla mia epoca stava attraccata la flotta romana sul Mar Nero, i nuovi Argonauti.



Qui faceva il suo ingresso nel nostro impero quella “Via della Seta” che univa con filo esile e tenace Sinae Metropolis, Sera Metropolis (Luoyang, Xi’an), la terra dei Seri alla nostra epidermide di senatori.
Si dilapidavano fortune pur di imbozzolarsi in abiti di seta (anche perché il governo tassava al 12,5% tutto quel bendiddio appena metteva piede alla frontiera). Come non fosse bastato il numero quasi infinito di intermediari! Quante volte abbiamo cercato un contatto diretto coi Cinesi! E loro lo stesso. E per un pelo non ci siamo incontrati.
Nel 97 d.C. il generale Ban Chao aveva raggiunto il Caspio e spedito un suo ufficiale, Gan Ying, alla nostra ricerca. Ma i Parti - come poi i Persiani - avevano impedito l’incontro e lo credo bene: andava contro i loro interessi!
Quando fummo noi a raggiungere quello strano mare che è un lago, erano ormai passati quasi 20  anni e il petrolio in fiamme di Baku, se mai vi fosse riuscito, avrebbe illuminato la sponda opposta deserta: i Cinesi se n’erano andati e l’assetto geopolitico dell’Asia centrale era di nuovo in subbuglio (ce ne saremmo accorti qualche decennio dopo). E il prezzo della seta, al contrario del Caspio, sempre più salato.
E così, come due amanti innamorati di un sogno, abbiamo vicendevolmente continuato a idealizzare le nostre lontananze. Per loro “Ta-Ch’in”, cioè l’Occidente, era una specie di Bengodi. Per noi viaggiare verso Oriente rappresentava una specie di processione verso l’armonia, verso popoli sempre più saggi, fino ai Bramini dell’India e ai Seri taciturni, i più sereni di tutti.
E’ sempre meglio confinare la virtù ai limiti del mondo. O in un altro. Da questo, il profumo della santità. Da quello, l’aroma delle spezie: assafetida, spigonardo, zenzero e pepe, pepe, pepe lungo, pepe nero, soprattutto pepe. Lo ripeteva fino alla nausea il gastronomo più esperto dell’impero, Apicio: “Cospargi di pepe e servi”. Tutto: dallo struzzo lesso al cocomero bollito con le cervella, ai sedani imbevuti nel latte e cotti al forno.
Tutto. Anche la “cordùla“, pesce imparentato non solo con le sarde, disliscato e imbottito di grani di pepe, cumino, menta, noci e miele: cucito e cotto al vapore. Se arrostita, invece, abbinare a salsa con levistico, semi di sedano, menta, dattero cariota, miele, ruta, aceto, vino, olio. E pepe.
Come pepe sulle castagne cucinate a mo’ di lenticchie, con erbe aromatiche, miele, aceto e olio verde.
Voi in Valle non lo mettete sulla minestra di castagne. Però lo aggiungete alla zuppa “mitonata” o a quella di Valpelline o al “civét” di camoscio, al vitello “fricandeau“.
Che viaggio fa il pepe dall’India!
Lo stesso che fece il dio Dioniso, Bacco. E infatti col pepe ci aromatizzavamo anche il vino. Chissà che non venisse dalle vostre parti quel “vino delle Alpi” per cui andava matto Cesare. Non ce n’è uno che si chiama “Sangue dei Salassi”, “Sang des Salasses”? Ce lo vedo bene Dioniso con le baccanti trai filari di uva “petit rouge”! Che pasteggia a castagne ed “Enfer” sdraiato sul suo letto d’osso, oggi al Museo Archeologico Regionale.








AVIENO, IMILCONE E LA "VIA DELLO STAGNO

[...] Rufo Festo Avieno in un suo poemetto, “Coste marine”, narra di un ammiraglio cartaginese, Imilcone, che più di 25 secoli fa cercò di superare, via mare, proprio gli intermediari di questo commercio, puntando la prua della sua flotta a nord del padre Oceano: nessuno l’aveva mai fatto prima.



“Si apre il Golfo Estrimnide con le sue isole
Sperdute ma ricche di stagno e piombo…
L’oceano, pieno di mostri marini…
Fino alla vasta isola detta Sacra,
Terra della nazione degli Iberni.
In senso opposto, al ritorno, avrai accanto
L’isola degli Albioni… Dura in tutto
Quattro mesi questa navigazione…
Nessun alito di vento, accidioso
Il mare: dai bassi fondali salgono
Mucchi d’alghe, trattengono le navi
Come siepi. I mostri del mare nuotano
Fra imbarcazioni così lente, inerti“.



Sostituisci “Estrimnide” con “Bretagna”, “Isola Sacra” con “Irlanda” e “Albione” con “Inghilterra” e non perderai la bussola. Il tentativo di Imilcone ebbe successo ma non seguito. Ci riprovarono i greci e tuttavia solo noi romani riuscimmo, col ferro, a conquistare quelle terre plumbee per più di tre secoli, anche se ai miei tempi ormai quel dominio ristagnava. [...]








CURA E NATURA DELL'UOMO

Da Ildegarda di Bingen a Paracelso



“Cur moriatur homo, cui salvia crescit in horto?”

(“Perché muore l’uomo nel cui orto cresce la salvia?”)

SCUOLA MEDICA DI SALERNO (XII sec.)


L’immagine tradizionale delle streghe è uno specchio deformante dove sono state ritratte ingiustamente tante donne la cui unica colpa era di essere esperte in medicina, medicina popolare: signore delle umili erbe.


Quindi niente scope volanti, niente sabba o magia nera, ma una vera e propria persecuzione da parte del potere maschile.
E anche delle medicina ufficiale, più brava a sezionare cadaveri che a curare i vivi.


Una persecuzione pianificata soprattutto in epoca moderna, in parallelo al consolidarsi delle monarchie assolute. Il tanto bistrattato medioevo non aveva visto nulla di simile. Anzi, una grande guaritrice, Trotula, era stata attiva presso l’università più prestigiosa, quella di Salerno.


E un’altra, Ildegarda di Bingen, sarebbe diventata anche santa e, a scanso di equivoci, aveva scritto all’imperatore Federico Barbarossa: “Io posso abbattere la malizia degli uomini che mi offendono”.



Se il regno vegetale era pertinenza delle donne, quello minerale invece riguardava una specie particolare di uomini: gli alchimisti.
Di origini arabe, greche, egizie e cinesi, la parola “alchimia” o “arte di trasmutare i metalli” testimonia un interesse e una ricerca diffusi da millenni a livello planetario.
Anche in questo caso dobbiamo andare oltre il luogo comune del vecchio stregone chiuso fra quattro mura.


Non la banale brama di trasformare i metalli in oro, ma piuttosto il tentativo di collegare quest’ultimo al sole e, più in generale, di trovare corrispondenze fra quanto veniva estratto dalle miniere e le profondità del cosmo. Coinvolto in prima persona nell’incessante processo di metamorfosi della natura, l’essere umano scopriva il proprio corpo (microcosmo) in simbiosi con gli elementi della terra e con i corpi celesti (macrocosmo). Mantenere armonico questo rapporto fra scale diverse diventava sinonimo di salute.


Dalle rivoluzioni delle orbite dei pianeti alla rivoluzione filosofica del Rinascimento il passo sarebbe stato breve.

In questo orizzonte in cui le sfere celesti si trasfigurano in alambicchi si staglia la figura di Paracelso.


Svizzero di nascita, cosmopolita per vocazione come tutti i protagonisti della prima metà del ‘500, laureato in medicina a Ferrara e docente a Basilea dove, sull’onda della riforma luterana, dà pubblicamente alle fiamme i testi canonici della sua disciplina.
Aveva scritto: “Non essere schiavo di un altro se puoi essere padrone di te stesso”.
Alle alte sfere accademiche preferisce i poveri. La pratica la fa con i minatori, vestendo come loro e ponendo alla base della sua nuova scienza, la “iatrochimìa” o “chimica medica”, tre sostanze minerali: sale, zolfo e mercurio, rispettivamente collegati a corpo, anima e spirito.


Recita una sua massima: “Scopo dell’alchimia non è fare oro o argento, ma dare arcani e dirigerli contro le malattie”.
I suoi rimedi, precursori anche dell’odierna omeopatia, li definisce “spagyrici” (dal greco “estraggo e raccolgo”), prendendo esempio dalla metallurgia e dall’agricoltura. Di ogni materia cerca la quintessenza, oggi diremmo il “principio attivo”. Ma questo non avviene mai isolando il singolo elemento dal suo contesto: tutto il mondo paracelsiano è un unico grande organismo i cui segni o “segnature” , forme e colori, rimandando l’uno all’altro e sono in corrispondenza con le parti del corpo e la psiche umana.
La radice nascosta dell’uomo risiede quindi nel suo legame con la natura. E’ una lezione importante, che riecheggia quanto scritto quattro secoli prima proprio da Ildegarda di Bingen: “Uomo, guarda l’uomo: egli contiene in sé il cielo e le altre creature”.


Quattro secoli dopo uno dei padri della psicoanalisi, Carl Gustav Jung,  avrebbe reso omaggio a Paracelso vedendo in lui “un pioniere non solo nel campo della medicina chimica, ma anche in quello della psicologia empirica e della terapia psicologica”.





FILOPEMENE IN INDONESIA
Il punto di vista degli altri

Ricordi Filopemene?
Se l’avevi scordato fino a maggio di quest’anno (2013), su Wikipedia Italia non c’era.
Ma sulla pagina indonesiana sì.

Philopoemen (dalam Bahasa Yunani, Φιλοποίμην, diterjemahkan menjadi Philopoimen), (253 SM, Megalopolis  183 SM, Messene) adalah sporangi jenderal dan negarawan Yunani yang terampil, ia menjabat jabatan strategos Akhaia selama delapan kali.
Dari waktu dia diangkat sebagai strategos pada 209 SM, Philopoemen membantu mengubah Liga Akhaia menjadi kekuatan militer penting di Yunani. Ia juga dipanggil "yang terakhir dari Yunani" oleh seorang anonim Roma.

L’ultimo eroe della Grecia libera, quello ormai datato per Polibio: “Tanto cosa vuoi combattere più”.

Pierre-Jean David d'Angers, Filopemene ferito

Ma c’è in inglese, quindi parla ancora a tutti.
E in olandese? L’hai visto?

Era una copia di Plutarco mezza marcia, nella stiva di una nave alla fonda di Batavia.
Forse l’aveva presa Guglielmo il Taciturno agli spagnoli.
Forse la ritrovò Sukarno prima di Bandung.


Nessun commento:

Posta un commento