PROSA

PARCHEGGIO RISERVATO
MORTE A VENEZIA 2
LIKE AN UFO SOLAR
LA CONSOLAZIONE DI SUPER MARIO
TAXUS BACCATA O TORQUATO TASSO?
DUE ARCOBALENI (2012)
LUCA TIPO "0" (2000)
Agnus
Il triangolo sacro
A 14 _ Highway 14
L'inferno _ The child and Bramantino
La Corva: il paradiso _ The "Maga Maghella" kindergarten in Porto Sant'Elpidio, 1971
Come Wile Coyote _ As Wile Coyote
Kafka in Italy (cockroaches and nuclear by the Adriatic Sea, 1976)
Nonna Papera Video
Pro-zia Ida
La signora Tocalli Video
IL VOLTO DI PASOLINI (2004)
VELOCITA' DELLA LUCE _ SPEED OF LIGHT
A OROLOGERIA _ FAILED TIME
A SIRMIONE, COME CATULLO
LA CITTA' E IL BAMBINO (1995)
NON SOLO GIACOMO LEOPARDI: MENAHEM DA RECANATI 1250-1310 (2005)
PENNA A SFERA Architettura autobiografica (2010) Video e testo



PARCHEGGIO RISERVATO



Sembrano maschere, divinità ctonie con la bocca spalancata a difesa dell'ingresso agli inferi (vedi quella pesante lastra colore del bronzo).
Chi ha progettato le forme del sotto di quelle plastiche rosse forse aveva in mente i volti delle statue olmeche o i totem degli Kwakiutl.
Così i lavori stradali aprono nuove vie all'immaginazione. Il mito lambisce i marciapiedi, resta inquieto sotto l'asfalto, i treppiedi dei geometri.

Testo e foto di Luca Traini



MORTE A VENEZIA 2


13 Settembre. Sulla strada per la spiaggia di Alberoni, al Lido.
Visconti negli occhi: "Morte a Venezia".


Commento musicale: Gusta Mahler, Sinfonia n.5, Adagietto.
Che però s'interrompe di colpo.
Dirk Bogarde ha perso di vista Tadzio.
E anche Silvana Mangano svanisce nello spazio vedo-non vedo fra due pilastrini di cemento.


Metamorfosi della Belle Époque nell'oasi modernista in abbandono del Centro Vacanze INPDAP.


Commento musicale Erik Satie, Vexations


Non dovresti commuoverti. Non sono passati cent'anni, non c'è stata una Grande Guerra, i fronzoli fin de siècle imbrattati di sangue.
Semplicemente, i maestri di Vigevano passano le vacanze da un'altra parte.
Da ex-insegnante riconosco soprattutto l'impronta della scuola di una volta, marchio ENPAS, con tutto il suo microcosmo di certezze geometriche.


La scuola in costume: insieme continuo di microclassi squadrate a dovere, morigerato non creato, con l'immagine della Città di Dio a guardia della pedagogia contemporanea.


Unica concessione alla sensualità nella stagione calda, qualche scalone sinuoso (i programmi ministeriali prevedono anche il barocco).


Secondo me c'era anche la campanella del risveglio. E quella dell'intervallo, perché il sole dopo le 11 fa male (è vero) e la domenica c'è la messa.
A mezzanotte tutti a nanna sulle note del silenzio (educazione musicale dopo il 1977).


Anche la natura sembra far propria la rettitudine angolare della costruzione umana.
Questo era certamente l'albero del preside.


Ora è vivo solo il grande campo di golf dall'altra parte della strada, segno dei tempi.
Il sogno del grande provveditorato interiore invece riposa in una pace inquieta.
Ti piacerebbe definirla "ancestrale", ma non è così: lo testimoniano i pacchi di elenchi telefonici ancora nella plastica.


Te lo dice a chiare lettere il grande sogno razionalista di questo edificio edificante nel senso profondo della parola.


"E' un peccato dover mettere razionale da un lato della barricata
per poter lasciare a colpo sicuro accademico dall'altra parte"

Le Corbusier




P.S. Speriamo ne facciano un ostello per viaggiatori nel tempo.

Testo e foto di Luca Traini



LIKE AN UFO SOLAR



Le sonde Voyager sono in viaggio da un anno e il loro arrivo nell’orbita di Giove è previsto per il prossimo.
Atlas Ufo Robot potrebbe averle precedute, ma non credo.
In ogni caso mi appresto a gonfiare il mio Ufo Solar.


1978. Estate: finalmente. Un inverno gelido si è protratto anche nella bella primavera per motivi che vanno oltre il clima. Il nuovo campo dell’oratorio è vuoto sotto il sole e io mi sono piazzato al centro con in mano una specie di sacco dell’immondizia nero fatto a Taiwan.
Nella pubblicità su Topolino c’è un gruppo di amici che si diverte a farlo decollare, quindi qualcuno arriverà.


O no?

Abbiamo traslocato da poco a Varese e sento che vorrei tornare ancora a Porto  Sant’Elpidio, anche in volo su un sacco della spazzatura. Mia madre mi ha dato le 2.000 lire necessarie all’acquisto certo perché devo essere felice in questa nuova città, così piena di prospettive. E una di queste pare allora riguardi il cielo, immagine consolidata del futuro, in questo momento così terso.

Dove sei Tu, che raccogli tutti i palloncini scappati in volo? Perché non viene nessuno? E tu, sacchetto accartocciato che vuoi diventare grande presto come me, ci mettiamo a correre anche se non c’è un alito di vento? Se ti gonfi, io ti lascio libero.


Polvere, sudore… ma quanto è bello, quasi scoppiamo! “Ora però ti devo legare, sennò ti sgonfi. Dai, anche gli astronauti passeggiano legati nel cielo”. Ormai sono tranquillo sotto la sua ombra quando finalmente arriva qualcuno. Ragazzi che già conosco, simpatici, che sorridono. Ricambio il sorriso e mollo la presa.

C’è perplessità. Qualcuno mi giudica con gli occhi, ma i più guardano verso l’alto. Senza pensarci troppo. Hanno un pallone sottomano e gli serve un portiere, uno capace di volare fino all’incrocio dei pali anche quando sembra improbabile.

Io ricadrò a terra. Ma tu continua a volare



Silenzio e musica finale: Procol Harum, Salty Dog


LA CONSOLAZIONE DI SUPER MARIO

Non ho finito il compito di Educazione Tecnica... ma sono passato subito ai videogiochi




1 “TECNOLOGIA” DA “TEK” (“LEGNO”): CHIODI E MARTELLO

Sono passati più di 30 anni e non ho ancora finito il compito di Tecnica.
E’ il marzo del ’79 e devo piantare non so quanti chiodi su una lastra di compensato.
Risultato: una grande “X”.

Il prof. Pagani somigliava a Sebastian Cabot, quello di “Tre nipoti e un maggiordomo”, gli mancava solo il frac. Era un burbero bonaccione e amava raccontarci le marachelle che faceva da piccolo ( difficile immaginarlo piccolo, in tutti i sensi).
Una delle sue bravate mi è rimasta conficcata nella memoria. Erano i primi tempi del codice stradale e - a suo dire - avevano appena inventato e dipinto le prime strisce pedonali. Lui e i suoi amichetti si divertivano a sbucarci sopra all’improvviso. Immaginiamo il poverocristo in “Topolino” che tira giù una frenata della madonna e li manda all’inferno.
E il prof., con noncuranza e ghigni malefici sotto il barbone, borbottava di feriti, morti...morti?!
“I sopravvissuti avrebbero narrato ai posteri - che non è il plurale di poster - le audaci imprese”.
Bella roba! E poi magari ce la pigliamo con un povero dodicenne se non riesce a intrecciare un filo rosso in mezzo a una selva di chiodi.
Cos’è che vuoi che disegni? Una stella? Un diamante? Un fiore? Una croce?

Rabano Mauro, De laudibus Sanctae Crucis, IX sec.

Il chiodo di ferro si piega. Il chiodo d’acciaio si spezza.
Doppia insufficienza: primo e secondo quadrimestre.


2 LA CONSOLAZIONE DI SUPER MARIO

L’anno dopo le cose non vanno tanto meglio, ma per superare lo sconforto posso andare nella Sala Giochi che ha appena aperto e dare il mio contributo per difendere la terra dagli alieni. Tecnologia d’avanguardia altro che chiodi e martello! Tutta a colori, mica solo quella maledetta vernice nera che avevo sbrodolato sul banco .
Space Invaders: Defender! Soprattutto dalla fitta nebbia di fumo che separa l’ingresso dalla strada, dagli scarichi trasparenti delle auto, perché entrare in una di quelle sale era come andare in chiesa per le grandi festività, fra nuvole d’incenso. Officiavano i grandi tamarri del quartiere appena scesi dal cocchio (il Vespino) o dalla biga a tre marce (Benelli, Garelli). Seguivano torme di chierici monomarcia dal Ciao e chierichetti a piedi sognando le due ruote e facendo la fila per 8 bit.


Salvata la terra e le Medie, approdo al livello superiore, il ginnasio, noioso come un vecchio gioco a carte. Con la testa sono già avanti (e infatti i tre anni di Liceo saranno ben altro), ma nel frattempo mi consolo con Super Mario. Che, all’epoca, non aveva ancora questo nome, anzi, era senza nome, come Ulisse davanti al Ciclope o al Gorilla di Donkey Kong. Io ero sempre stato dalla parte di King Kong. E la tipa con le trecce (bionda? Rossa? Io preferivo le more) che non faceva altro che aprire la bocca in un grido senza voce: non era mica Jessica Lange. Però quel traccagnotto vestito da carpentiere con i baffi di Magnum P.I. mi piaceva. Era uno di noi, costretto a salire dal basso per salvare la sua bella, mica Perseo da Andromeda, e io dovevo salire quel cantiere in costruzione di un nuovo mondo, trasformare le chiodi in viti da avvitare col martello trasformato in chiave inglese, perché l’eroe era un carpentiere come i parenti di mio nonno.


Finalmente al Liceo, durante l’interrogazione di Storia dell’Arte, paragono come salta le botti alla rappresentazione del volo al rallenty della Gorgone sull’anfora del Pittore di Nesso. E prendo 8! Visto che andare in Sala Giochi è stato un bell’investimento! Mi sembra di essere Medoro che frega Angelica a Orlando.


Poi scopro che Super Mario è giapponese, come Atlas Ufo Robot, Megaloman e Genji il principe splendente. Ormai sono grande e scelgo quest’ultimo. Nella biblioteca di scuola figurati se c’è! Tento allora di rubarlo in libreria, ma riesco solo a portarmi via in grembo le Memorie di Murasaki Shikibu.


Il mio Super Mario sarebbe stato assunto nel cielo dell’ultimo livello in una Sala Giochi di La Spezia nel 1983, durante la mia prima vacanza da solo, se, prima dell’ultimo gradino, non mi avesse piacevolmente distratto la mora a cui stavo dietro (merito delle Memorie).
E’ la vita: che ci vuoi fare? Dopotutto anche Super Mario sarebbe diventato Galaxy solo molti anni dopo.
E io mi godo la sua testa-pianeta verde tornando con la mente al primo Arcade, a quelle Memorie.
E anche quando porto alla Games Week il quadro di Murasaki Baby, le Memorie di Murasaki Shikibu sono sempre con me.





Taxus Baccata o Torquato Tasso?

Do not disturb my happiness with doubts
Aphra Behn



Del tasso in quanto animale o del Tasso poeta?
Il tasso è un animale che russa. Il Tasso, un poeta rinchiuso in manicomio.
Io ricordo la quercia del tasso dentro i giardini comunali di Induno Olona (VA). E mi torna in mente un amico, senza nome, senza volto, che mi dice che i suoi frutti sono buoni, rossi, smaglianti.
Sputare il nocciolo. Ma il resto della pianta ha un che di polveroso.
E’ il 1977: il tasso di inflazione è al 18,11, i miei quattro miniassegni perdono ogni giorno di valore, così, invece del "Kilt", finisco per assaggiare quelle bacche… Mi piacciono, ne mangio una dietro l’altra: succose, zuccherine.
Poi è il turno di altre presenze, anche queste polverose, che mi dicono: “Quell’albero è veleno - ma sei scemo? - fanno male!”.
Troppo tardi: mi sono abbuffato.
Ma non morirò: ne ho sperimentato la dolcezza e - restando in vita, sano come un tasso, anelando come il Tasso - provo su di me la completa bontà di quelle bacche. Me lo confermerà il medico di base.
E così da anni continuo a mangiare l’1 per 1000 di quella pianta velenosissima: i suoi frutti.
Perché la radice è proibita, il fusto è proibito, la foglia è proibita. Il frutto, no.




DUE ARCOBALENI (2012)


Debora FerrariLuca TrainiCoppia di arcobaleni, 2012 Riproduzione riservata


Non riesco a immaginarti dopo il diluvio, non riesco a fissarti con gli occhi di Noè, di un Sumero, di un uomo del Medioevo, peggio, del Rinascimento – il Medioevo amava i colori brillanti – perché mentre cerchi di salire nel cielo mi ricordi un ghiacciolo di quando ero bambino, di quando i coloranti non erano ancora stati messi al bando.

Un gelato per gli occhi, che a mangiarti mi facevi schifo.

Sei troppo moderno, troppo pop, non ti immagino negli occhi di Newton, prisma che fai a pezzi le accademie e scagli il chiosco di un oratorio fra gli angeli.

Allora, cosa c’è nelle nuvole?

I denti sentiranno il freddo, sentiranno il freddo, ma ti devono mangiare.



LUCA TIPO "0"
(2000)


Agnus


Ho fatto o non ho fatto in tempo a vivere quell’Italia arcaica e contadina di cui parlò Pasolini?
Forse sì. Forse no. Più no che sì. Ma uno dei miei primi ricordi è che passai l’estate del ’69 coi nonni materni e mezzadri a Monte Giberto (FM).
Mi piaceva ficcare le dita nel culo delle galline (i galli credo non me lo permettessero) per cercare le uova. Portare i coniglietti a dormire con me. Buttare ogni cosa dalla finestra della cucina nel porcile.
“Ha buttato la scopa nel maiale!”.
Me la ricordo bene mia nonna, che riuscì a strappare dalle fauci del porco il suo arnese.
Passavo un sacco di tempo nella stalla, dove ero diventato amicissimo di un vitello. E della sua mamma, che lasciava fare.
Poi un giorno andai e lui non c’era. Quando, con un fare brusco ma naturalissimo, i nonni mi dissero che l’avevano portato al macello - e la mamma fu costretta a spiegarmi cosa significava quella cosa...
Forse è impossibile descrivere il pianto disperato di un bambino.
Qualcosa di simile l’ho sentito solo anni dopo.
Quando altri parenti staccarono un agnellino dalla madre e lo tennero per tutta la notte legato a un palo.








IL TRIANGOLO SACRO


Non distolgo lo sguardo, che dalla piattaforma di Moregnano - frazione di Petritoli (FM) - dilata verso la valle punteggiata di cascinali solitari.
Là mia madre bambina è passata certi giorni di festa in compagnia del padre. Me ne accennò proprio qui, come un ricordo prezioso. E’ bello, è importante che una persona cara sia stata felice.
Non devo piangere: la vita è così.
Mio nonno accompagna la figlia dai parenti della moglie, che non era con loro, che vagava in preda alle sue follie da qualche parte.
Così, nell’infelicità, quel momento di sollievo. E questo paesaggio, ora così in pace a un occhio estraneo, per qualche momento lo è stato anche a persone esperte del suo dolore. Quasi ne scorgo le impronte...
No, non piangere: la vita è così.
Non c’è vento o pioggia che possano scalfire quelle orme dalla tua memoria. Ci sono volti sorridenti che attendono gli invitati a quel giorno di festa. E forse c’è anche un Dio, che ha estratto dal nulla un attimo di gioia.
Fa tutto parte del gioco, anche le pupille lucide, che non piangeranno.



C’è un triangolo sacro di terra, che ha i vertici a Monte Giberto, Ponzano, Petritoli.





A 14 _ Highway 14

Porto Sant'Elpidio è una lunga lisca di case: chilometri e chilometri da un capo all’altro. La periferia nord la chiamano “Svizzera”.
Dal Chienti al Tenna, Da La Corva al mare: cercando nei giorni più belli... la Jugoslavia. Che non vidi mai.
Ma alle spalle del paese, alle mie, in uno di questi giorni radiosi ultimarono il viadotto dell’autostrada.

E’ la “A 14”. Era il ’73. E quell’arcobaleno di cemento armato non fu mai - almeno per me - soltanto la stampella gigante di un sistema viario. Piccole troppo piccole le automobili. E ancora più piccoli gli esseri umani dentro, invisibili.
Sei qualcosa di talmente grande che può contenere tutta la mia gioia.
Sei qualcosa di talmente alto che non finirò mai di salire.


Eppure - sembra incredibile - un giorno d’estate c’inerpicammo lungo il sentiero che dallo stagno al confine della “Svizzera” porta a La Corva. E arrivammo in cima.
Un piazzale d’asfalto con tavolo, qualche sedia… una capanna. E l’autostrada, vuota.

Verso nord. Verso nord.
Dove porti? Dove mi porti?
Verso la Svizzera, quella vera?
Ma no, non è ancora tempo.

E fisso l’Adriatico, le piattaforme petrolifere al largo.
La Jugoslavia, dove il maresciallo Tito sta preparando la sua sfortunata costituzione, non si vede neanche da qui.




L’inferno _ The child and Bramantino


7 anni: l’età in cui avrebbero iniziato a pesare i peccati mortali.
Fu quanto mi rivelò la nonna mentre sfogliavo il fascicolo dei “Maestri del colore” dedicato al Bramantino. C’erano l'Ecce homo allucinato e la Crocifissione di Brera, con la luna che piange e l’angelo del demonio sopra il ladrone cattivo.
Io resto senza parole. Ho appena il coraggio di spostare lo sguardo sopra un cadavere scomposto e una rana mostruosa ai piedi della Madonna col bambino che sta all’Ambrosiana.
Poi vado dalla mamma e le dico che ho davvero paura del fuoco eterno. Lei cerca di confortarmi e all’inferno ci manda la numerologia sacra di sua madre.
Già irrequieto di mio, per anni non riesco ad essere davvero tranquillo. “E il peccato mi sta sempre davanti” (Salmo L, 5-7).
A 17 anni scopro che il teologo Origene aveva teorizzato l’”apocatastasi”, ovvero, la non-eternità dell’inferno. Finalmente un giorno tutti - ma proprio tutti - ci saremmo riuniti al creatore, al padre (e io di padre vero non ne avevo mai avuto uno).
La chiesa condanna la posizione di Origene.
Per 5 anni persevero. Poi, a 22, abbandono cristianesimo e cattolicesimo come oggetto di fede. L’inferno, il paradiso: sono qui. E anche il purgatorio (l’invenzione più bella).
Di Bramantino oggi apprezzo la forza visionaria e i fantasmi di architettura classica.




La Corva: il paradiso
The "Maga Maghella" kindergarten in Porto Sant'Elpidio, Italy, 1971

La Corva - frazione di Porto Sant’Elpidio (AP): 1971.
Qui l’asilo invece era il paradiso: un grande giardino con alberi altissimi.
Fra le tate laiche ce n’era una bellissima che mi voleva particolarmente bene e che adoravo.
Un giorno, mentre ci faceva ascoltare il 45 giri di “Maga Maghella”, il suo moroso entrò dalla finestra, le consegnò dei fiori appena colti e la baciò.
Per qualche attimo fui gelosissimo.
Poi invece mi strinse la mano (sapeva che ero un suo pericoloso rivale) e si mise a parlare e giocare anche con noi bambini. Questo sì che sarebbe stato un bravo papà!
E intanto dalla finestra spalancata la luce era tutta un fondale d’oro e un palpito di riverberi tra le fronde.



E c’è un pomeriggio in cui siamo nella stanza del sonnellino, stesi sopra piccole sdraio con tante coperte di Linus. Ho sonno ma non ho voglia di dormire perché sono troppo felice.
Da uno scatolone in cima all’armadio sbuca la testa di un burattino. Mi guarda, sorride: ha il sorriso piacevolmente stanco di chi ha fatto bene il proprio lavoro.
Poi, lo vedo chiudere gli occhi. Sono i miei. Sto sognando Katia. Ci baciamo.



Come Wile Coyote _ As Wile Coyote




Tante di quelle volte ho sbattuto le corna, fin da quando ero piccino piccino. Se mi tasti la fronte - oh, se le senti!
Mura, porte, finestre, spigoli - soprattutto spigoli. Scivola, inciampa, buttati, girati e... pam! La testa, la testa: sempre lei.
Al tatto riconosco il ghiaccio; all’olfatto, il burro: 2 sensi trascurati dalla cultura occidentale.
Conosco il tonfo sordo, subacqueo. E quello aereo, di corpo che cade... su me.
Chiudo gli occhi e immagino un mondo soffice, smussato - lo zero assoluto.
Poi li riapro subito. Ed eccomi pronto a riaffrontare la dinamica del dolore.
Come Wile Coyote.



Kafka in Italy
(cockroaches and nuclear by the Adriatic Sea, 1976)





Porto Sant'Elpidio 1976

Il giorno in cui venni a sapere che gli scarafaggi, a differenza degli esseri umani, sarebbero sopravvissuti alla radiazioni atomiche, presi uno di questi animaletti, lo rovesciai e lo feci morire gocciolandogli addosso cera bollente.
Non è vero: lo uccisi per gioco, per vedere come muore una cosa viva. Il dato scientifico mi fu noto solo diversi anni dopo.
Tutto era stato pianificato. Lo stoppino della candela, acceso.



La casa era una mezza topaia e pullulava di scarafaggi: quanti ne avevo schiacciati. Ma lì la vita finisce e neppure te ne accorgi. Quell’unico invece - non so per quanto - prese a calci lo spazio vuoto.
E i miei occhi, che sono sempre lì per ridere o piangere, dilatarono le pupille per consegnare alla memoria ogni minimo istante.


Nonna Papera


Regia di Paolo Grosso








Pro-zia Ida


Zia Ida, tu sei lì, in quella foto, con tutta la tua dolce solitudine: un terrazzo neutro - e il mare, il cielo delle Marche in lontananza. La mano con cui ti sostieni alla ringhiera, la mano con cui forse indichi qualcosa, non c’è, non si vede: è svanita nella cornice bianca della Polaroid.
Sei una robusta signora anziana dai capelli bianchi, sei la degente del manicomio di Fermo da cui le sorelle ti hanno fatto uscire, per condividere un giorno di festa: Adele, mia nonna, zia Lina, zia Teta, forse. Zio Titta è morto da un pezzo (non parlava quasi mai), zia Maria è invece suora di clausura, da 60 anni. Vedi, tutto questo lo so da mia madre, quando mi parla di un altro mondo.
Una follia serena, come quella del poeta Holderlin, scaturita con un grido disperato, di cui non resta traccia. Da 40 anni è così, zia.



Dovremmo incontrarci un giorno d’estate dell’81. Poi accade qualcosa d’imprevisto e non riusciamo a vederci.
L’inverno successivo io sono lontano, a Varese, e tu muori. Dio spegne un’altra parte di sé. Il tuo dio, zia, quello che non riuscirò mai a capire, quello di Pio XII, dell’età del ferro. Tu ne ripetevi ossessivamente le litanie: ti era cresciuto intorno al cuore come un rovo. E dentro, in fondo a quanto chiamavi “anima”, dalle fattezze del Cristo emergeva un altro volto: Angelo, il fascista che avevi amato e che era morto in Spagna.
Quando ero davvero piccolo, avevo creduto che si chiamasse Augusto e gli avessero dedicato un libro scritto in latino. Poi la mamma aveva contraddetto il racconto di sua madre: il testo era una dispensa universitaria; il protagonista, l’imperatore romano sotto cui era nato Gesù.
Tutti possono sbagliare, zia. Chissà quante volte, nei primi tempi della tua follia, avranno cercato di convincerti che non era quella la via giusta, che dovevi sposarti come le tue sorelle o, almeno, farti monaca, come Maria.
Ma tu hai scelto l’amore senza regole per un morto e per il grande Assente. Ed io, pur senza condividere né l’uno né l’altro, ma vivendo di storia, di memoria, immagino l’ultimo giorno di festa in cui sei uscita.
Al tuo fianco, nella foto, ora ci sono anch’io. E le due realtà azzurre.
















La signora Tocalli


Regia di Paolo Grosso











(2004)


Dicevi: “La mia magrezza”.

E, dio,

com’eri magro! Il volto incavato come l’uomo dantesco, su cui si legge la M di homo, a fare da cavea per gli occhi, perché vi entrasse la realtà con tutta la sua forza, dopo aver colpito gli zigomi.

E dai bulbi oculari un colpo di frusta alla mandibola, fino alla bocca, luogo della fame, per dire cantando, dolorosamente, dire prosa e poesia, fame e sete di giustizia.



Pierpaolo, nelle foto non mostri quasi mai i denti, mai volontariamente, e c’è un pudore arcaico, una misura, profondo pudore, profonda misura in questo celare il morso, la zanna, il riso sfrenato come l’inevitabile ritmo di pietra nella carne delle parole.



Dice la tradizione popolare che le rughe sulla fronte sono segno di saggezza.

Quanto pensi, figlio mio! E’ questo peso che ti alliscia i capelli e preme sulla fronte, così le idee corrono alle tempie e gonfiano i capillari e ridiscendono fino agli occhi e decodificano l’immagine entrata nel cervello alla rovescia, come non la vedevano gli altri?



Io non posso guardare Pierpaolo senza commuovermi, senza dire che era bello, perché c’è in quella immagine - io cresciuto ad immagini - c’è in quel corpo bianco&nero lo stesso odore di corpi, il suo ricordo in me di un mondo fatto di terra, di arbusti che non si strappano, portoni di casolari che tu entri, tu “bocchi” e “su lu focu”, sul fuoco ci sta la marmitta dove nonna e zia stanno a fà la ricotta… capisci, Pierpà, io vedo e me la sento ancora quella ricotta.



Ma tu, che avevi il corpo medievale, che in “Petrolio” mi parli di oggi ma fai l’elogio dello smegma che sta lì intorno alla cappella, come cazzo avresti potuto sopportare la nuova civiltà del disinfetto, anestetizzo, sto zitto, Deogled assorbo tutto e ti artificio, così passeggi tranquillo per Corso matteotti di Varese con la “m” minuscola, perché quello lì allora è morto per un cazzo.



Esco dal quadro, esco dal quadro e dico che facevi bene a portare giacca e cravatta, forse facevi bene, perché l’abito mica fa il monaco, perché mi ci vestirei anch’io - che mi frega? - mica bisogna per forza fare i monaci che bevono dalle pozzanghere per essere vicini al dio tutto uomo che muore, se non necessario, se non indispensabile - io questo lo prendo pari pari dal Rossellini di “Agostino d’Ippona” anche se non vi prendevate bene, perché il tempo passa anche bene quando raccoglie le vostre ceneri e le fa cadere come neve spirituale sui campi di Travedona, dove passo per lavorare, a scuola, quella scuola media che volevi abolire, probabilmente a causa del termine “medio”, e quasi quasi non ti darei torto, ma c’è anche la “medietas” oraziana, il “termine medio” della filosofia classica - mica devi per forza vestire altro per dire «NO a questo. SÌ a quest’Altro, A maiuscola», «NO a questa tribù, SÌ: Noi».



Pierpà, le orecchie. Nel padiglione auricolare, nel gorgo, fino all’orecchio interno, dove viene l’otite peggiore, la voce del mondo contadino: «Jemo a mete, fenà (“mietiamo, fieniamo”)! E l’eco del grido, “lu grido”: «Che ce stemo ffà ecco (“che ci stiamo a fare qui”)?» de chi d’è emigratu in città = sottoproletariato. In bilico sul lobo sta poi l’operaio iscritto al PCI, alla CGIL di Di Vittorio, che nella vittoria della classe operaia, vedi Rivoluzione, ci sperava davvero, con tutto quello che il Vero nel Greco stava col Bello e col Buono, cioè, Aristocrazia di Spirito di

Dante nello scambio di sangue - analisi del sangue - con Gramsci, con Marx. Dietro le orecchie, come rogna da grattare, la borghesia - tranne le élites intellettuali, una parte, pochi eletti, pochi giusti rinnegati  in bilico sull’arricciamento della carne, la carne - e l’aristocrazia, molto dietro, come forfora nascosta nella chioma nera.



Il mese in cui nacqui - era marzo, ricordi? - tu fosti colpito da un’ulcera, tu che non bevi, tu che non fumi, tu lo passasti a letto a leggere Platone - perciò dialoghi platonici negli occhi - e mangiavi riso in bianco - tutta una purezza per labbra denti gola fino allo stomaco, alla ferita che si rimargina, al sangue che torna a scorrere nel posto giusto, e l’ispirazione ti fa scrivere non 1 ma 6 drammi.



Ma

tu, Cristo, Pasolini, perché volevi me morto, me morto nato nel ‘66, per te figlio dell’Omologazione. Non volevi che mettessi l’apparecchio ai denti - cazzo, che privilegio! - nel ‘76 ad Ancona? Che non mi comprassi Asterix - il fumetto, Pierpaolo, il fumetto, Pazienza! - in

un pomeriggio da favola, tutto felice dopo l’ospedale in quella città-ventre-balena col porto, dopo che i raggi x mi avevano detto: “Ti mancano 2 denti sotto e, se nascevi prima, avresti avuto i denti sopra davanti come Bugs Bunny, americano, coniglio: era questo che volevi? Io credo proprio di no, però sai quanto mi hai fatto incazzare tu che avevi i denti giusti? Mi sembri Massimo Fini quando ti imita da destra e fa l’elogio di uno sciancato che era accettato più ieri che oggi: ma dici, ma dice sul serio? Ma lo sciancato, pardon, l’handicappato tanto mica era lui, mica eri tu!



Tu con lo stesso cognome di quel motociclista che aveva passione incendiaria per la vita, la vita, e la morte negli occhi: tutti e due morti prima del tempo.

Tu Gioacchino di Giotto, che sta sognando. Adamo di Masaccio, esule, nudo, censurato. Ebreo di Paolo Uccello destinato al rogo . Mosé che cerca di salvare le figlie di Ietro, Rosso, friulano, romano. Tu Pontormo che sta male. Tu nel Deserto degli Ulivi di Mantegna. Tu testa mozzata di Caravaggio in pugno a un Davide che non è Davide, che non ti ha ucciso.



Telefono ad Ombretta e poi parlo con Enzo Siciliano che trasforma la grafite in tungsteno incandescente - ti accende una centrale elettrica nel cuore! - e allora si accenna a quel ritratto che ti fece e poi scomparve in Francia, rapito o comprato da Francesco primo, Napoleone, da un ex-terrorista o da un collezionista di riproduzioni, riproduzioni italiane. Dove sei finito? Anche tu in esilio in Francia? In un castello della Loire? O negli occhi di un ex-sessantottino ogni mattina, nella “ville lumière”? Ah, ma qui, tra noi, almeno c’è il tuo sangue, l’inchiostro, almeno quello!

Poi Enzo mi parla di un altro perseguitato, di Visotskij, nella terra del paradiso realizzato, l’ex-

URSS. Che dire? Che fare? Io sottolineo rubandogli la geometria che Vladimir sarebbe stato corpo e voce perfetti per la tua “Affabulazione”, per certe alienazioni mai risolte anche lì, anche lì dove il russo, il sovietico si affogava nella vodka - mentre tu, come già detto sopra, non bevevi, se non anche tu quel calice amaro - perché la lucidità fa male e invece…

“Sono stremato, ho i tendini a pezzi,

Ma

oggi, ancora come ieri,

Sono braccato. Braccato!

I tiratori, allegri,

corrono ad appostarsi!”.

Da “La caccia ai lupi”.

Di Visotskij.

O di

Pasolini?

O…





VELOCITA' DELLA LUCE _ SPEED OF LIGHT


Commento musicale: Concerto a quattro n.4 in do minore di Baldassarre Galuppi (1706 - 1785)







300.000 km al secondo.

Una sveglietta Braun Quartz batte le 18 e 10 del 3 ottobre 1999. Io, che non amo i vezzeggiativi, avevo proprio bisogno di scrivere “sveglietta”, di sentirmi dentro queste 10 lettere, come una carezza. Volevo essere freddo, ma è stato più forte di me.

18.000.000 di km al minuto.

Piove. Noto il mio spicchio di mondo attraverso le tendine di pizzo della finestra. C’è un disegno di foglie e fiori in serie che mi stampo negli occhi in tutta la sua tenue evidenza. Così, fuori, è ancora più nebuloso.

1.080.000.000 km all’ora.

Ma sono i secondi a essere terribili. Non vorrei ripetere cose già dette. La lancetta dei secondi, esile, gialla. Le lancette dei minuti e delle ore, bianche, rettangolari, piatte, immobili, rassicuranti.

9.467.280.000.000 km all’anno.

Dal soffitto pende un lampadario del 1979. Si compone di 2 cilindri concentrici aperti: quello interno di cartapecora, quello esterno di listarelle di rafia intrecciate. Dentro c’è la lampadina accesa. Sotto, a picco, ci sono io, e non posso alzarmi. L’ombra della mia testa cade sul foglio bianco.







Sono passati 10.000.000.000 di anni: 94.672.800.000.000.000.000.000 km.

Stando all’età media dei maschi italiani, sono morto 194.805.190 volte.







15.000.000.000, anno più anno meno, l’età dell’universo. 142.009.200.000.000.000.000.000 km percorsi.

Siamo tornati al punto di partenza. A passo d’uomo vi giungerò fra circa 35.502.000.000.000.000.000.000 ore. Poi, farò un salto. Lì, c’è il Nulla.



Sono le 18 e 47.







A OROLOGERIA _ FAILED TIME


CLIENTE                   Buongiorno.
OROLOGIAIO           Buongiorno.
CLIENTE                   Il mio orologio si è rotto.
OROLOGIAIO           La perfetta beatitudine consiste nel non avere coscienza del tempo.
CLIENTE                  Poiché il mio orologio si è rotto non posso agire in sincronia con i miei                                           simili, che hanno un orologio.
OROLOGIAIO         Il suo orologio non ha sofferto, non soffre e non soffrirà neppure una volta sistemato.
CLIENTE                   Il sistema in cui vivo prevede la presenza di orologi.
OROLOGIAIO           Il sistema in cui non possiamo che vivere prevede la coscienza di un tempo che passa.
CLIENTE                   Quando vedo, quando sento un orologio mi sento più sicuro/a.
OROLOGIAIO           Ma la perfetta beatitudine...

Sorride facendo un gesto di rassegnazione. Pausa di silenzio.

CLIENTE                   Per quando?
OROLOGIAIO           Domani.
CLIENTE                   Buongiorno.
OROLOGIAIO           Buongiorno







A SIRMIONE, COME CATULLO

Di’ che ti sarebbe piaciuto incontrare il fantasma del poeta da ragazzo solo a solo un giorno d’autunno, ridere, piangere, fingere di essere antichi, invece è estate e sei nel casino all’ingresso del borgo storico.

Tu e il nocciolo delle cose

Quando il romanticismo si vende così bene

Tutto ristoranti e shopping, come all’epoca di Catullo: Lesbia, me la dai se pago il conto?

Ecco, non te la dà più
Dà con l’accento 
 

E tu ti ubriachi con un filologo prussiano, dici un sacco di parolacce in modo veramente raffinato, poi vomiti, poi vedi un fiore, poi pensi alla notte eterna. Lui ti studia per 1900 anni e diventa cieco – sei sempre stato un libro da sega – “Se non ti amassi più dei miei occhi”, “Ni te amarem…”,roba tua, ma lui l’ha dedicata a un altro. Ma dov’è una libreria? A Desenzano.

Mi fermo al lido perché fa troppo caldo e tutto è perfetto – dai, che devi essere felice, anche se non hai il costume – e il Garda sembra il mare.

Poeta, è questa l’immortalità per cui facciamo una vita di merda?

Ce li sentiamo già addosso questi 2/3.000 anni che creperemo presto?
Mi sa che eri tu quel passerotto sul ponte di pietra della Rocca. Passer, deliciae meae puellae (guarda la traduzione su internet), sai che l’hanno restaurata proprio bene. Ma qui si vive di restauri.





Io non voglio restaurare niente. Oggi va bene così. Sì, oggi è andata proprio bene.

Il parcheggio non era a tempo

Non era neanche a pagamento
Tutto gratis, tranne un caffè e un pacchetto di Fortuna, perché la mia è un’epoca felice.







LA CITTA' E IL BAMBINO
(1995)

[...] Sono nato in città. Ah, la città, la ville lumière! “Allora la città era tutta racchiusa in se stessa come in un bozzolo, che era gonfio di me e della mia felicità”. (W. Benjamin)
Che culo! Mi è andata proprio bene.

Sulle vetrate del padiglione sono scolpiti col vapore

La iniziale quanto inevitabile postura orizzontale mi dà forza come Anteo. Nello spazio tormentato dalle mie manine nugoli di angioletti come mosche.
Ho fame: neon diventa tetta!

Le mie tenere manine in costruzione come pilastri di un grattacielo. Ci divertiamo a tormentare lo spazio. A solleticare il nonsesso degli angeli.

Ricordo città attorcigliate come la mia tenera merda... La torre di Babele, il Labirinto... La mia piccola merda prodigiosa. Che concima i campi, che concimarono i villaggi, che concimarono le città, concimarono me. E la mia vertiginosa merda. Con l’ultimo stronzo eretto come il pinnacolo di una cattedrale.

Dal basso verso l’alto... La purezza, la salvezza - what? -... Dal basso verso l’altro: ho un nome e sono parole diversamente, variamente certificate, codificate. Sono la cartina al tornasole del genere umano, un successo dal punto di vista biologico, un puntino inquieto nella cartina della mia città gentilmente offerta dalla Telecom.
Nato dal raccordo anulare
Vicolo Corto, Vicolo Stretto
Chiusa la porta, stretta la via
L’obiettivo dei miei


Erano Viale dei Giardini e Parco della Vittoria.



[...]

Le conosco queste città bambine, eternamente bambine, le più crudeli, che hanno tanto di data di nascita all’anagrafe e il duce e il gran sacerdote hanno battezzato la prima pietra. Le hanno costruite come Frankenstein.
“Perché? E le altre allora?”.
Maledetti! Cosa c’è di più commovente che la costruzione del proprio avvenire?
Queste città si chiamano Latina, Nowa Huta, San Pietroburgo, Palmanova, Costantinopoli, Alessandria. Progettate a tavolino, come il figlio che farà carriera. [...]






NON SOLO LEOPARDI: MENAHEM DA RECANATI

Un Commento alla Genesi molto particolare





PENNA A SFERA
Architettura autobiografica
(2010)




Tradate 1/31966 Il cielo è una limpida sfera: al centro, il disco della terra, piatto come un piano euclideo, come un 45 giri dello “Zecchino d’oro”. E io sono il perno di questo stereo universale, sono un piccolo bambino nato in ospedale. All’epoca del grande Augusto c’era la grotta al freddo e al gelo, ma io, grazie a dio, sono figlio del Servizio Sanitario Nazionale.

 Pogliana, frazione di Bisuschio 9/6/69 Un palloncino mi è scappato di mano, ormai è su su che lo afferra una cicogna fra le ali reggendo un cavolfiore che il prete scaglierà a due mani sulla grande zuffa polverosa di vocine e piedini che scalceranno di tutto nella rete di San Carlo, rione di Varese.   Fermo1/7/71 Scoperta dell’”Idrolitina”.   Porto Sant’Elpidio 6/7/76 Solfeggio, piccole sfere prigioniere di un pentagramma: non imparo a suonare il violino. Culi a mandolino dei primi giornali pornografici.   Induno Olona 7/7/77 Due palle: il cerchio, la sfera e il libro di Geometria per 3,14 anni di Medie, inferiori + un pallone scagliato da Tampa Scarparo forse fino all’orbita geostazionaria, sopra l’oratorio.   Varese 3/8/83 Scuole superiori: mi regalano una stilo, ma preferisco la biro. “Somnium Scipionis”: le orbite del cielo sarebbero sfere che risuonano come i piccoli globi di metallo cinese per rilassare le mani. Ma questo è latino e Cicerone finisce decapitato.   Milano 8/8/88 Alla Statale Carlo Sini mi spiega Parmenide l’anno dopo lo scudetto del Napoli: Maradona palleggia la testa di una statua greca. L’Essere è una sfera perfetta che Platone e Aristotele fanno rotolare in cielo come una palla da biliardo o una di quelle abatjour multicolori da quattro euro, tanto adorate dal mio cane.   Monreale 8/9/98 E il globo terracqueo del Pantocratore dove lo metti? Nel medioevo mica credevano la terra piatta: l’Ulisse di Dante varca le Colonne d’Ercole e fa naufragio davanti a Rio de Janeiro, al Pan di Zucchero.    Albissola Marina-Aosta 20/08/2008 Servizio “Saline di Chaux” per il sale sopra i pomi d’oro delle guardie di Ledoux. Vendo piatti di ceramica d’autore per una nuova Tavola Rotonda popolare dal mare alla  montagna sempre in volo, reale e virtuale: IO sono un’opera d’arte multimediale interattiva.

Varese 0/1/10 Sfera dopo sfera riplanerò a Varese con lo stormo di macchine in uscita dall’Autolaghi, dentro una bolla di Google Earth. Quando anche l’ultima sarà esplosa Mario Botta mi trapianterà il cuore con il “Cenotafio di Newton” di Boullée perché ti cerchi sulla terra anche dalle stelle, mia città. Fine.