DISPACCI MUSICALI

BLACK MOZART Musica, scherma e rivoluzione del Cavaliere di Saint-George
GUILLAUME DE MACHAUT "Amours me fait desirer"
CURA E MALATTIA DEL GENIO La musica di Hugo van der Goes
MOZART, METASTASIO, MESMER Il sogno di Scipione
WOMEN WANT MOZART Due lettere dal Club delle Dame di Parigi
"PAST THE OUTSKIRTS OF INFINITY" Jimi Hendrix
LA DISCOTECA FANTASMA
IL ROCK FRA GERIATRIA E IMMORTALITA’
SANREMO: NIENTE MUSICA MAESTRO! Recital di Luca Traini su RAI Radio 3


BLACK MOZART
Musica, scherma e rivoluzione del Cavaliere di Saint-George




Il successo di un film come 12 anni schiavo mi ha ispirato il ricordo di un grande amore musicale: Joseph Bologne Chevalier de Saint-George. Nato schiavo dalla senegalese Nanon e, probabilmente, da George (o Guillaume-Pierre) de Bologne, proprietario della piantagione di Baillif, avviato agli studi dal padre prima nella natia Guadalupa e quindi a Parigi, quest’uomo eccezionale avrebbe raggiunto l’eccellenza tanto nel violino che nella scherma (elegante e concreto modo per farsi rispettare, in tutti i campi). Di lui avrebbe scritto il futuro presidente degli Stati Uniti John Adams: “Quell’Americano è l’uomo più istruito in Europa in equitazione, corsa, tiro, scherma, danza e musica”.

Brevetto d'ami del Chevalier de Saint-George
("l'homme le plus prodigieux qu'on ait vu dans les armes", parola del maestro d'armi Antoine Texier La Boëssière)

Il “Mozart nero” (ma il nostro Joseph precede il compositore austriaco di almeno 11 anni e ha certamente influenzato la sua produzione per violino) sarebbe stato inoltre proposto come direttore dell’Opéra Royal nel 1776, incontrando però l’invidia, il razzismo e la decisiva opposizione dei suoi colleghi.




Appassionato non solo nel ritmo sempre coinvolgente delle sue musiche, ma anche nella difesa della libertà, avrebbe guidato la “Légion franche des Américains” durante la Rivoluzione Francese sostenendo anche la lotta dell’eroico Toussaint Louverture ad Haiti.


Il trailer del film di Claude Ribbe
Il documentario di Raymond St-Jean su https://www.youtube.com/watch?v=vILAgsHUlt8


"La musica ripiega su se stessa, scemando
Come fumo da galee blu,
Per dissolversi vicino alle montagne.
La musica si dispiega con
Le morbide vocali delle insenature,
Il battesimo dei vascelli,
I documenti di viaggio"

Derek Walcott, poeta caraibico premio Nobel 1992




GUILLAUME DE MACHAUT
"Amours me fait desirer"

“Longuement me sui tenus
De faire lais,
Car d'amours estoie nus;
Mais dès or mais
Feray chans et virelais”


Un amore sbocciato in piena adolescenza, frutto della passione per le miniature medievali, specie quelle della Bible de Sens nella bibbia presa in offerta da mia madre


e dalla lettura di Uno specchio lontano della Tuchman.


Ma questo la professoressa di francese della mia IV ginnasio (1980) non poteva ancora saperlo:
“Non è che ci siamo proprio in grammatica. Vediamo la parte culturale: parlami della tua ricerca… Ah, vedo che hai portato la musica”…
La musica per il primo poeta, che pur essendo soprattutto un grande musicista, l’abbandonò per scrivere poesie da leggere e basta.
Un tradimento. Ma anche il mio amore per Guillaume nacque tanto sincero quanto mercenario.
Ero entrato in un negozio di dischi che non esiste più e, abbagliato dalla copertina, avevo fatto mie le sue Chansons curate da Thomas Binkley, meravigliosamente in offerta come la bibbia di cui sopra (qualcosa come 3.000 lire, 1,5 euro di oggi).


Eccomi in quel mondo senza mezze misure, splendido e orribile. Nel suo splendore quest’uomo, che immaginavo alto, biondo e triste. E le donne che ne possedevano l’anima, come miraggi di un assetato. Miraggio della Fontana della Giovinezza che allora, come oggi, credevo eterna.

Maestro della Bibbia di Jean de Sy, Guillaume de Machaut incontra Natura con le figlie Senso, Retorica e Musica (1377)

Qualche dubbio mi venne con la Messe de Notre Dame, in musicassetta, riproduzione di registrazione remota che si apriva come una ferita nel Kyrie per immergersi progressivamente in un sublime fondale d’oro, come l’Annunciazione di Simone Martini.


“Luca, torna sulla terra! Dove sei con la testa?”
E’ la prof.
“E’ Guillaume de Machaut”…
9 in cultura, 5 in grammatica. 14:2= 7.
E scrive sul registro questa suddivisione ottimista, come un rapporto musicale astratto pitagorico-platonico: Ars Antiqua.


Mi consolo con la filosofia che poteva andar peggio e, se anche ho sfruttato l’Ars Nova di Machaut per salvarmi in francese, ho pur sempre al mio fianco il suo teorico, Johannes de Muris, e la Metafisica di Aristotele: “E’ chiaro che l’esperienza relativa alle cose sensibili crea l’arte”.
Faccio ritorno al banco e poi a casa.
E mi consolo come il compositore spossato: Le Lay de la Fonteinne.




CURA E MALATTIA DEL GENIO
La musica di Hugo van der Goes


Hugo van der Goes, Edward Boncle in adorazione della Trinità (part.), 1480 c.a



Parlerò di come ho immaginato la musica di un pittore che amo, curato col canto da quanto agli altri parve follia.

Ho sempre sfogliato con tenerezza il volume dei Maestri del Colore dedicato ad Hugo van der Goes,  perché la biografia in bianco e nero riportava solo qualche notizia strappata al silenzio prima dei suoi accessi di malinconia feroce. Restava segnata qualche traccia del successo di un artista inquieto - dovevi investire nel tessile, fiammingo, e sei rimasto prigioniero della trama di una tela: non avevi neanche trent’anni e, nel 1468, figuravi già tra i migliori salari per le decorazioni delle nozze fra Carlo il Temerario e Margherita di York. Decano della gilda dei pittori di Gent nel 1474, confermato nell’incarico fino al 15 agosto del 1476, ma, già nell’autunno del ’75, frate converso nel convento degli agostiniani presso Bruxelles: lo studio innamorato del nudo de "Il peccato originale" diventava la slavina umana alle falde della montagna nuda de "Il compianto di Cristo". I profeti aprono lo scenario della sacra rappresentazione dell’"Adorazione dei pastori" e poi quella profusione di ori nell’"Adorazione dei Magi", figlia delle ricchezze – e dell’arte – dei mercanti fiorentini. Il priore del convento, padre Thomas, chiude un occhio ma tu sei ossessionato dall’Antico Testamento, dal Vitello d’oro cui hanno consacrato la loro vita gli agenti commerciali dei Medici, come Tommaso Portinari. E il "Trittico Portinari" è il tuo capolavoro e, contraddizione dell’Arte che pretende la consunzione, forse lo termini in convento. Ora è il momento della musica: Gilles Binchois, "Amoreux suy" per il ritratto della giovane figlia del committente, Margherita, fulgida bellezza bionda accanto alla madre diafana; "De plus en plus" la santa omonima col libro e il dragone e la Maddalena, con gli unguenti che non guariranno. La natura morta di fiori – gigli rossi e aquilegia, iris bianchi e garofani che alludono a tragedia e immortalità – e il covone di frumento che è l’eucaristia, “Betlemme”, letteralmente “Casa del pane”, per te amaro. Eppure convitati e angeli sembrano cantare la “Missa Ecce ancilla Domini” di Dufay, diretta dal mio René Clemecic, dall’”antico” Clemencic Consort sulla quinta traccia dell’ LP e del CD, quel maestoso finale del “Kyrie”. Poi, Hugo, ci dovrà essere quell’impassibile "Ritratto di donatore con S. Giovanni Battista" o "La morte della Vergine" mentre il tuo priore dispone il coro per cercare di rasserenarti, inventando la musicoterapia. Ma il pane non può essere spezzato su una tavolozza di colori. Alle mani giunte in preghiera deve essere strappato il pennello. La stessa cosa accade a Botticelli più o meno negli stessi anni.
Tu, come scrive il tuo compagno di noviziato Gaspard Ofhuys, vinci l’autodistruzione e la condanna di Dio ed esci dalla “frenesis magna” per morire, come si dice, “sano di mente”. Forse volevi diventare anche musicista ma non ne avesti il tempo. Il genio vuole provare tutto prima che sia troppo tardi. Ed io, insano per la tua bellezza, a più di mezzo secolo, non posso fare a meno di dedicarti il Planctus o la Déploration di Ockeghem sulla morte di Binchois.

“Omnia vincit amor”.




MOZART, METASTASIO, "IL SOGNO DI SCIPIONE"
Il sonno di Franziska Oesterling von Busc, nuora di Mesmer (in stato d’ipnosi)



Oh, l’abito dei girasoli!
Caro suocero, caro dottore, non vede come campeggiano dalla punta dei piedi al seno, lungo tutta la rotta privilegiata dal fluido vitale, fino alla luce degli occhi, che lei così cortesemente tiene in stato d’ipnosi.
O sono forse nuda?
Una sonnambula che sogna il proprio corpo Eden irrigato da acque magnetiche… Mi calamita un dolce abisso nero dove si rispecchia il sonno.

(Pausa di silenzio. Poi, un brivido)

… Ubi quem agnovi, cohorrui equidem, sed ille inquit: “Ades animo et omitte timorem”…
(Cicerone, “Somnium Scipionis”)
“O dei,
Quale abisso di luce!
Quale ignota armonia! Quali sembianze
Son mai sì luminose e liete!”.
                        (Metastasio, “Il sogno di Scipione”)

Io ora vedo… due pianiste… cieche. E due fiumi cristallini di note… Ogni nota un occhio, maestro: sopracciglia rialzate, borse sulle palpebre… Nervi ottici le righe dei pentagrammi….
Signora Paradies, state suonando la glass harmonica? Vi piace? Piace anche al dottor Mesmer, che vi ridarà la vista. Però finirete in manicomio.
Piace anche a voi, Marianne Kirchgessner? Il signor Mozart, vostro parente, vi dedicherà un Adagio e un Rondò. Poi morirà.
Un abito di girasoli anche per voi, innamorate della luce!
E un giardino, un paradiso di girasoli anche per te, piccolo genio, piccolo Wolf, dove Persiani e Cinesi, Arabi e Giapponesi fanno risuonare le trasparenze del vetro.
Dove sei? Ti sei perso? Chi cerchi? Bastiano? Bastiana? Ricordi? Erano qui, con te, 14 anni fa - 7 pianeti, e 7 minerali preziosi - e cercavano l’amore.
L’amore… Sempre lui… Oh, tenerezza, ma per questo occorrevano… un incantesimo, un mago, una finzione.
E allora anche l’amore sbocciò.





WOMEN WANT MOZART



Due lettere dal Club delle Dame di Parigi (1778?)


LETTERA COLLETTIVA PRIMA

Recitativo: E così, Mozart caro, non sareste soltanto ciò che resta di un piccolo delizioso incantevole automa Louis Quinze, ma un compositore di genio Luigi Sedici, statua di Salisburgo, affamato di fama a Mannheim?  Bramate di uscire dall’oscurità ritrovando la Ville Lumière? E allora sbrigatevi che l’era dei salotti delle dame ormai volge al termine!
E forse é giusto che ci colga il sonno fra le pagine di D’Alembert, dentro un quadro di Boucher…
Abbiamo combattuto a lungo, sapete? E vinto: a Rocaille, a Versailles, nella vostra Meissen, come in Baviera: ascoltate “Talestri amazzone guerriera” di Maria Antonia principessa di Monaco!
Montesquieu scriveva: “E’ rimasto un solo sesso: tutti siamo nell’animo donne”. Due anni fa perfino un eroe, il Cavaliere d’Eon, sceglieva la femminilità pur restando virile (ma questo si vedrà: per ora ha ammesso di aver lottato e vinto vestito da uomo, pur essendo del nostro sesso).
Ma temiamo che il nodo gordiano di questo fatato gioco di specchi sarà presto reciso. Nella società di nuovo dei maschi forse di nostro resterà solo il “bon ton”. Perciò

Coro: Baci, e saluti, e decidete presto
Il catalogo delle dame è questo:

Aria: Princesse Carrignon
Marchesa Calvisson
Madame de Manchon
Duchessa di Bourbon
Duchessa d’Aguillon
Contessa Lillebonne.

W. A. Mozart, "Basta; vincesti: eccoti il foglio." KV 486 (1778).
Testo di Pietro Metastasio, "Didone abbandonata", II,4.
Edita Gruberová, soprano. Wiener Kammerorchester, György Fischer.


LETTERA COLLETTIVA SECONDA

Recitativo: Pregiato Wolfango, noi aristocratiche, noi ricche, noi sole, comunque sole, come dame rinascimentali, tentammo dunque una nuova umanità? Noi anche Lisinga cinese, Ircana persiana – anche voi amate, capite, comprendete le donne e l’Oriente da cui nasce la luce – noi alla corte della zarina Elisabetta, di Caterina, dove la festa del potere fu donna, dovremo tornare dall’Arcadia alla sala parto, a una povera e spoglia riproduzione del mondo – con la “o” maschile?
Amadé caro, a voi la preghiera e il compito di farci rinascere nel canto, di farci fuggire ancora una volta dal serraglio sulle ali della musica, che è donna.

P.S. Progressista adorabile, se verrete nell’Ile de la Cité, potrete conoscere anche un altro giovanissimo genio, femmina e donna, come vostra sorella. Si chiama Olympia de Gouge.

Scriveteci allora, e presto, presso Faubourg St. Germain, Rue de l’Université.

Coro: In attesa di risposta e di un dialogo
Con piacere s’invia un altro catalogo:

Aria: Princesse de Condé
Princesse de Jurrenne
Contessa di Tessé
Duchessa Mazarin
Madama d’Epinay
Madama Saint Julienne.






"PAST THE OUTSKIRTS OF INFINITY"

Jimi Hendrix


"Oltre le periferie dell'infinito" non puoi che danzare, continuare a innestare elettrodi nella carne, nello spirito, perché ci fu un tempo che anche l’elettricità era spirito, come l’interruttore dello Zaire che Mohamed Alì poteva premere e tornare a letto prima che la luce fosse spenta, quando la luce è ancora mito e a mezzanotte, anche a mezzanotte, tu vedi i lampi nella Casa Rossa, non puoi che vedere lampi, aurore boreali e nebbia purpurea negli occhi di una donna-volpe-sirena-angelo.

Jom, "Joachim Müllerchen, Memorial of Jimi Hendrix "

Com’è che ci sono queste pause eterne dopo le canzoni? Perché il nastro della batteria torna a girare nel senso giusto che è quello sbagliato che è l’opposto del nastro rovesciato di Are You Experienced? Il vento grida “Mary” e quella non c’è più. E anche Janis Joplin muore.

Ci sono lunghi intervalli in cui bisogna morire, è così, sennò la gente non ci crede. Si dovrebbe stare con i piedi ben in terra invece di rotolare sulla Terza Pietra dal Sole. Magari  morire senza essere soffocati dal vomito, aspettare l'83 invece del '70.
E’ certo, esistono morti stupide come guerre, ma non è la vita quella che conta, voglio dire quella dell’arte, Wild Thing, Fire?
La tua biologia avrà per me sempre il corpo di una chitarra elettrica con la sua teoria di stringhe, Star Spangled Banner.
E poi e ancora ”Mi pulisco gli occhi per vedere un giorno/ La mia testa fra le nuvole, i miei piedi ovunque".


Luca Traini








LA DISCOTECA FANTASMA




Erano giorni che la volevo fotografare.
Ho lasciato aperta la macchina con Fade to Grey dei Visage e l'ho fatto.
Anni di abbandono vicino a un imbocco dell'autostrada e a una grande rotonda. Termine di una frazione incantevole, sulla strada del lago.


"Eppure della festa
Ecco quel che resta".


Canzoni come Survivor Tarzan Boy suonano sinistre. Sono realmente datate.
Anno Domini 1987, quando, mese più mese meno, ci sono passato.
Ma se la fotografi così potresti esserci stato nel 1867, inquadrato da un pittore macchiaiolo.




Le coppie che hanno appena smesso di danzare per abbracciarsi potrebbero essere ancora lì, dietro i pilastri. Di più, una cosa sola col cemento, metamorfosi per far durare l'amore di una sera nel tempo.


Io no. Ero già fuori. Di un'altra tribù, un altro mondo - unica concessione: uno spolverino bianco. Sotto, certamente una camicia stile il Jimi Hendrix che avevo in testa.
Un antropologo e allo stesso tempo un selvaggio agli occhi degli altri. Ognuno ha ritmato i suoi passi alla giusta distanza, la memoria che ne è rimasta è piacevole.


Sarà stato il nome del posto, Il Caminaccio, a conservare la memoria di qualcosa di caldo.
O è solo perché era inverno, fronda fantasma che dalla luce della finestra mi inviti a ballare?







IL ROCK FRA GERIATRIA E IMMORTALITA’

Commento musicale: L. Nono, La lontananza nostalgica, utopica, futura

Sembrava eterno.


Uno sviluppo illimitato, come l’economia postbellica.
Chitarra elettrica, emancipazione sociale, nobilitazione della figura del giovane: mai visto prima.
Nato nell’epoca del culto della modernizzazione, maturato in anni di lotta e speranza nei  grandi varchi aperti dall’arte contemporanea: jazz e tabula rasa dei compositori del Novecento.
Una nuova lingua per la musica, l’inglese, moda e modo d’essere - quindi morale - dirompenti, come l’impatto di massa, imparagonabile a quello delle arie d’opera del secolo prima.
Occidentale e mondiale, come le idee di sviluppo, progresso, rivoluzione: uno dei migliori cocktail forgiati dalla storia.
Tre/quattro elementi di base come quelli delle cosmologie di un tempo, capaci di sintetizzarsi in migliaia di identità, di nomi di successo.
Nell’epoca d’oro, dalla metà degli anni ’60 alla fine dei ’70, un impegno incessante in ricerca e ridefinizione di forme - come l’arte contemporanea, sempre lei - fino alla loro distruzione, alla distruzione materiale degli stessi strumenti (Wind Thing, Jimi Hendrix, con Janis Joplin e Jim Morrison trinità martire).


Poi la Forma, la grande montagna da scalare per l’ennesima volta, è tornata pietra angolare, in tutte le arti. La tecnologia dell’epoca, raggiunti i suoi estremi, si rinchiude come al solito nella tradizione, corretta o corrotta a seconda dei punti di vista. Il ritorno alla normalità, dopo 4’33” di Cage, prevede un pubblico che tace e un piano che torna a suonare Chopin (anche se Chopin  avrebbe preferito Cage). E come dopo il compositore diventa di moda il direttore d’orchestra così, nel rock, il successo di moda è roba del produttore.
Oggi, nella geriatria autunnale delle band classicizzate (che impressione facevano negli ’80 i 40 anni di Dio – Ronnie James), annaspando fra revival e vintage, si cerca di esorcizzare l’inverno. Quanto pesano i volti invecchiati in una musica che dell’immagine aveva fatto un punto di forza! Immaginali ancora giovani e leggeri nell’etere, oltre le Fasce di Van Halen, ma nella Terra della caduta dei gravi Bowie è morto e Sisifo trascina i Marshall mentre si sbaracca il concerto.


Penso e temo un parallelo con la grande tragedia greca, ateniese - e il rock dei grandi è soprattutto tragico: “Cry, Baby” “Breve è la vita, chi insegue troppo grandi destini non gode il momento presente” (Joplin/Euripide “Baccanti”) - che durò 70 anni o giù di lì per chiudersi in un silenzio che, in pratica, durò fino all’epoca shakespeariana.
Parallelo discutibile, come un’analisi storica fatta di alti e bassi o, peggio, “decadenze”. Ma qui più  che lo storico parla l’artista e, pur facendo appello alla ragione e a un nuovo salto di qualità tecnologico ed estetico, non può nascondere l’ennesima scarica elettrica al cuore “With a Little Help from My Friends” (Joe Cocker, Woodstock, 1969).
Con fatica, come sempre, dovremo andare oltre.



P.S. Le mie foto: pietre che non rotolano più, scolpite già con la traccia della rovina, ormai monumenti del passato che più che alla terra guardano al cielo. “Il luogo dei quattro punti cardinali” (Giò Pomodoro, 1991), opera di struggente, composta bellezza nel parco pubblico di Taino (VA). Orchestra di granito, ferro e acqua. Sinfonia di gravi in precisi rapporti e contrasti, numerici e simbolici. Ogni anno attende il suo direttore nel mezzogiorno del solstizio d’estate, per catturare nell’ombra del pilastro più grande un raggio: quel raggio di sole.

Luca Traini



SANREMO: NIENTE MUSICA MAESTRO!

Recital di Luca Traini su RAI Radio 3


Ma avete mai notato quanto è tragico il testo di “Casetta in Canadà”? Un uomo, un tale Martin, cerca disperatamente di costruirsi una casa, anzi una casetta, e regolarmente un farabutto di nome Pinco Panco gliela incendia. Non è roba poco, è peggio del lupo cattivo coi tre porcellini. E nessuno lo aiuta. La gente lo lascia vagare da solo per la città e le ragazze si accorgono di lui , o meglio della sua casetta, solo quando la riempie di “vasche, pesciolini e tanti fiori di lilla”. Poi basta. Solitudine totale. Una fiaba crudele come la speculazione edilizia degli anni in cui la canzone fu scritta (1957). Messa in musica in modo allegro, surreale - e perfido - per l’ennesimo Sanremo della coppia d’oro dell’epoca: Gino Latilla e Carla Boni.



La musica, si sa, è anche terapeutica e, in questo caso addolciva, anzi, stravolgeva il dramma trasformandolo in commedia. Beh, io, a 50 anni di distanza, ho sentito che bisognava rendere giustizia alla tragedia di Martin, con un po’ di ironia, un dovuto omaggio agli autori del testo.
Perché è vero che la musica è più forte, ma la parola resta, come una specie di fossile. Ecco che allora ci vuole una specie di paleontologo della canzone per  rimettere insieme i vari pezzi, un paleontologo che deve essere anche poeta per ridare carne allo scheletro delle note in modo originale. Perché i testi delle canzoni sono pur sempre poesie e in una poesia si trova sempre qualcosa di nuovo.
Recitare i versi di canzoni che hanno fatto epoca può servire a far riassaporare qualcosa che oggi si è perso, a mettere in rilievo quanto la musica aveva messo fra le righe. Il mito dello sviluppo senza fine dell’Italia del boom economico in “Casetta in Canadà”. La crisi di qualche anno dopo riflessa nel fatalismo di “Finché la barca va”. L’euforia della liberazione sessuale in “Triangolo” ma anche i nuovi problemi della coppia anni ’70 in “Grande grande grande”. Fino allo smarrimento di fine secolo di “Nord sud ovest est”.
Signore e signori, eccovi quindi una nuova lettura di cinque canzoni emblematiche.
E niente musica, maestro.



Estratti dalla presentazione

Già, il Canadà, l’America senza apostrofo, terra di emigranti, sotto sotto c’è anche questo. E se questo Canadà di cartapesta va in fiamme, tanto vale tornare in Italia. In nave naturalmente, anzi, in barca. E finché la barca va e non fa la fine del Titanic, tanto vale lasciarla andare. Fino all’Italia del 1970 e di Orietta Berti. Il boom economico ormai è alle spalle. La crisi, il ‘68, l’Autunno Caldo sono altrettanti incendi da esorcizzare: “all’ombra di ginestre e di lillà”. Come prima, il dramma si presenta sempre molto floreale.


Il campanello finalmente suona, l’amore viene, solo che è già in compagnia. L’amore sarà carnale ma è figlio dello spirito dei tempi perché è il 1978 e  la liberazione sessuale si aggiunge alla coppia tradizionale. 2+1 fa 3 recita la matematica di un testo in cui sta scritto “la geometria non è un reato”. Una matematica che è già nel cognome dell’autore:  Renato Zero, “Triangolo”.


Loro… Loro potrebbero essere, anzi, sono i classici uomo e donna in una canzone di Mina di qualche anno prima, il 1972. Lei è certo una combattente, che difende il suo amore peggio che i Nomadi nella loro famosa canzone. Lui invece potremmo dire semplicemente che  è uno str… strenuo difensore di certe prerogative maschiliste dure a morire, ancora oggi. Un grande str…enuo, che però, al momento giusto... Come sono buone le donne – e poi l’arte, Promessi Sposi a parte, non ama le coppie felici, sennò gli autori mica citavano letteralmente il poeta latino infelice per eccellenza, Catullo, col suo “Odio e amo” .


Insomma al momento giusto sa farsi perdonare. Un po’ una metafora dell’Italia che da il meglio di sé nelle emergenze. [...] Segue su RAI Radio 3

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