domenica 19 agosto 2012

BAR BAR BAllad of the Roots

Prst? Srnm? Tkr? Skls? Dnn? Wss?

...Thalassa...

Zythum, Akauash!
Zythum, Luka!
Zythum, Tursha!
Zythum, Shakalasca!
Zythum, Shardana!


...Polufloisbos pontos...

Rawakeja, brekekekex!
Qasirewija, brekekekex!
Korete, koax!
Porokorete, koax koax!


Qdm... Rb.

Danyan - Danuna - Danaòi, Dan?
Iafet, Iavàn?
Taratàntara, Rum?

...Marmar...



Quot Cilicios quot
Scytholatrones quot
Sardos quot Macedones,
Pyrgopolinices?
Quot quot quot,
Bumbomachides Clutumistharidysarchides?
Quot in campis Curculioneis?
Mehercle! Buccellarii
Orzrofoitosucofantodicotalaiporoi vos!


 Post Scriptum


Si dicevano Ioni più degli Ioni quando tutti gli altri Ioni si vergognano di essere Ioni. In dodici città della Ionia si dicevano artistoIoni... che sciocchezza! Ma se erano Abanti Euboici mescolati a Mini Orcomenici! A Cadmei, Driopi, Focesi -ahi, dissidenti! + Molossi, Pelasgi di Arcadia, Dori Epidaurici. + mille altri popoli (satyra lanx!). FIRMATO: ERODOTO.



Note


Questo è il bar dei barbari (termine su tutti infame che deriva proprio da “bar-bar”, “balbettare”, “non saper parlare” la lingua di chi ti dice “barbaro” e che “barbaro” dovrebbe invece considerarsi visto che anche lui non comprende la tua). Insomma, è un bar dove, balbettando, singhiozzando, dicendo “rabarbaro rabarbaro” come si fa a teatro quando si vuole rendere il brusìo, si evocano alcuni dei famigerati indoeuropei, prima i greci e poi i romani, quando si affacciarono per la prima volta sul Mediterraneo e manco avevano un vocabolo per definire il mare e dissero “thalassa” (nome pescato chissà dove). Il primo verso è tratto da un’iscrizione del faraone egizio Ramesses III, degli inizi del XII sec. a.C. e descrive sei nomi di “Abitanti delle isole del mare” (più noti come “Popoli del mare”), sei popolazioni antenate degli eroi di Omero, pirati come loro, che minacciavano l’Egitto. Nell’ordine: Filistei (proprio loro! Prst), Seranim (Srn, “i principi”, forse solo una qualifica, forse un popolo stanziato in Anatolia), Teucri (Tkr: i Troiani), Siculi (Skls, scommetto che il nome vi dice qualcosa), Danuna (cioè i Danai omerici, Dnn) e Weshesh (i Wss: ma chi erano? Boh, nessuno si azzarda, ma il sibilo del loro nome mi piaceva troppo). I punti interrogativi stanno a significare: “ma chi siete?” oppure “ci siete? Comincia l’avventura!”. Sul mare: “thalassa”. Dove furono sconfitti dagli egizi, che quindi gli “diedero la birra”. E la birra egizia i latini la chiamavano “zythum”, che ricorda tanto il nostro “zitto!” (meglio “zittu!” di alcuni dialetti dell’Italia centrale). Zitto, chiudi la bocca Acheo (Akauash)! E anche tu, Licio (Luka... e qui mi riferisco anche a una certa persona)! E pure tu, Tursha (Tirreno, nome con cui poi, secoli dopo, vennero chiamati gli Etruschi, popolo sorto anch’esso da chissà quale miscuglio)! Piantala, Shakalasca (il Siculo di prima)! Shardana, finiamola (i Sardi, da cui Sardegna, isola della civiltà dei “nuraghe” e probabilmente sede della fantomatica Atlantide, la stessa antica città di Sardi, in Asia minore). E, come cantava la Berté, ci ritroviamo in alto mare (pontos, che risuona molto cupamente, polufloisbos). E, da bravi ranocchioni (brekekekex e koax erano i versi delle rane secondo i greci), saltando da un’isola all’altra, i Micenei giunsero a conquistare Creta. Nella loro lingua Rawakeja, Qasirewija, Korete e Porokorete significano rispettivamente “zona del conduttore del popolo” (la seconda autorità dopo il re), “zona di due capi aristocratici”, “ispettore” e “vice ispettore”. (ma a me, come in tutto il testo, interessava soprattutto il mélange “barbarico” di suoni). E il viaggio continua da oriente a occidente. Poveri eurocentristi: il nome “Europa” pare proprio derivare invece da una radice semitica (Rb, che significa “occidente”, “sera”). Così come quello di Cadmo, uno degli eroi fondamentali del mito ellenico (da Qdm, “oriente”). La cosa forse potrà ancora stupire qualcuno, ma non antichi DOC tipo Erodoto, grande ammiratore delle civiltà orientali, di cui riassumo a modo mio, nel post scriptum in prosa, un passo delle “Storie” (Libro I, 146) in cui prende in giro uno dei tanti e troppi miti di “purezza etnica”. “Purezza” che tanto sembra contraddistinguere un altra civiltà per noi fondamentale, quella ebraica. Ma al verso 14 faccio mia la tesi secondo cui una delle 12 tribù di Israele, quella di Dan, era composta invece da Danya - Danuna - Danaòi, cioè dai Danai “indoeuropei” cantati da Omero (che non a caso non vollero combattere contro i “popoli del mare”). Senza contare che queste alliterazioni mi ricordavano sia il “dindondan” delle campane che la pubblicità adolescenziale di un prodotto, la cui marca però sconsiglio dall’acquistare. E sempre in ambito biblico, Jafet era il figlio di Noé che ripopolò l’occidente, i cui abitanti erano detti Javàn. Come gli orientali chiamarono poi i romani Rum. Il cui terribile squillo della tromba di guerra, secondo il poeta latino Ennio (239-169 a.C.), faceva proprio Taratàntara. Quindi non può che seguire l’antico nome del dio Marte Marmar, perché in fatto di bellicosità i romani superarono anche i precursori che abbiamo descritto. E allora prendiamo in giro anche questa superpotenza militare citando alla rinfusa brani, schegge impazzite da “Il soldato fanfarone” di Plauto, ai cui magnifici crescendo musicali è dedicata l’intera poesia: “Quanti Cilici quanti Scitolatroni (?!) quanti Macedoni (hai fatto fuori), Pirgopolinice (nome del mercenario vanaglorioso in questione)? Quanti quanti quanti (ne hai ammazzati), Bumbomachide Clutumistaridisarchide (nomone di uno dei comandanti del nostro “eroe”)? Segue poi una mezza bestemmia, Mehercle (per Ercole!) e il termine Bucellarii, con cui si definivano quei corpi paramilitari privati (composti soprattutto da nuovi “barbari” indoeuropei: per esempio, germanici), assoldati dai potenti di turno negli ultimi anni dell’impero romano d’occidente. Nell’ultimo verso insulto un po’ tutta questa gente tirandogli addosso un supertermine greco tratto da Aristofane, più per la lunghezza (una coda di frusta) che per il senso: “infelici che si alzano di buon mattino per frequentare i tribunali occupandosi di accuse e di condanne”.





Naturalmente, anzi, culturalmente ho saccheggiato nelle mie possibilità per quest’opera, da bravo filelleno, due libri a dir poco mitici: Atena nera di Martin Bernal e “I Filistei” di Giovanni Garbini.

sabato 4 agosto 2012

IL SOFISTA E LA COLONNA TRAIANA

DION OF PRUSA: GOLDEN MOUTHED & BEHEADED HEADS


Io, Dione, fui un raffinato fanfarone. E nacqui, vissi e morii nel momento più splendido dell’impero romano.
Ho avuto una tale fortuna che ho dovuto perfino inventarmi un periodo sfortunato: a quarant’anni, spedito in esilio dall’imperatore Domiziano, che aveva cacciato da Roma filosofi e raccontafrottole. Pur appartenendo a questa seconda categoria mi sono stracciato le vesti e ho finto di essere un filosofo cinico, vivendo come un cane di giorno e andando ai bagni di notte.
In realtà ero stato solo allontanato dalla mia città, Prusa, in Bitinia, il primo pezzo d’Asia dopo il Bosforo: i miei concittadini non mi sopportavano più. Ma se pensavano di fregare un propagandista nato come me si sbagliavano di grosso. In esilio, in esilio! Ed eccomi creata l’aureola del martire in compagnia di Tucidide, di Senofonte... di Socrate!
Quando torna il bel tempo e l’imperatore Domiziano viene assassinato; quando torna al potere il senato con i nuovi signori Nerva e Traiano, abbandono gli stracci, vengo fatto cittadino romano e scrivo il primo panegirico che la storia ricordi, anticipando Plinio il Giovane.
Faccio un sacco di soldi e passo alla storia come “Crisostomo”, “Bocca d’oro”. Mi riesce meravigliosamente facile scrivere di tutto - basta non chiedere approfondimenti. Io, quando declamo, riempio gli stadi. Ho elogiato il fumo come l’arrosto, la morale come le zanzare. Una delle cose migliori è quando ho descritto, nell’”Euboico”, la vita di una povera famiglia di cacciatori. Un idillio dei bei tempi andati, che forse non furono mai, come potrebbe benissimo non esserci niente e tutto essere nulla, fuorché la parola.
Andavo molto fiero soprattutto dei miei capelli. Perciò ho composto un “Elogio della chioma”. Ho visto dei legionari offrire delle teste mozzate all’imperatore stringendone i capelli frai denti. Ah, il potere è una tragedia funesta, ma di successo. E d’altronde i trionfi sono uno spettacolo imperdibile: ero al fianco del mio sovrano quando festeggiò il secondo massacro dei Daci, nel 107.
E se non fosse stato per quel piccolo scandalo di cinque anni dopo, forse potrei anche rivelarvi la data della mia morte. Ma non la ricordo. Probabilmente avevo il mal di gola, stavo perdendo i capelli... Avevo perso l’uso della parola. E perciò ero già morto.


Luca Traini, tratto da Classicismo con rabbia